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A cosa porta la politica americana della mano tesa verso l'Islam?

di Stefano Magni - Ragionpolitica 23/2/2009

Non sempre quando si tende la mano la risposta è amichevole. C'è chi può vedere la distensione come un segno di debolezza. Per «gettare un ponte» con l'Islam il segretario di Stato, Hillary Clinton, mercoledì è sbarcata a Jakarta, nell'Indonesia in cui Barack Obama ha trascorso la sua adolescenza. Il nuovo segretario di Stato ha pronunciato la frase più politicamente corretta concepibile: «La democrazia indonesiana è la dimostrazione che Islam, democrazia e modernità non solo possono coesistere ma unite possono prosperare». L'Indonesia «è la terza democrazia più importante, per questo giocherà un ruolo di primo piano nella promozione di valori comuni». Ma proprio a Jakarta a contestare la presenza della titolare della politica estera statunitense erano gruppi di integralisti islamici. Ed è stato necessario il dispiegamento di 2800 poliziotti per assicurare l'incolumità dell'ospite che è sempre donna, laica e americana, un triplice nemico ai loro occhi.

E alla «mano tesa» di Obama e della Clinton, altre potenze musulmane rispondono con rivendicazioni e minacce. In prima fila c'è l'Iran. Proprio mentre la Clinton era in Indonesia ad elogiare la democrazia musulmana, il presidente radicale islamico Mahmoud Ahmadinejad rispondeva a distanza: «Se insisterete nei vostri crimini e politiche del passato solo usando un nuovo linguaggio subirete lo stesso destino di George W. Bush, ma questa volta per voi sarà anche peggio e più umiliante, e arriverà in tempi più brevi». Ieri Ahmadinejad (rifacendosi ad una frase pronunciata il 20 gennaio da Obama nel suo discorso di investitura, quando aveva detto che gli Usa sono «pronti a essere di nuovo leader») si è chiesto: «Chi ha dato loro il permesso di chiamarsi leader del mondo? Chi ha dato loro l'autorità di interferire negli affari del mondo e in quelli interni dei singoli Paesi?». «Le nazioni del mondo - ha aggiunto il presidente - vogliono che (gli Stati Uniti) si occupino solo degli affari del loro Paese». Se non altro per lasciare l'Iran libero di portare a termine il suo programma nucleare: secondo l'ultimo rapporto dell'Aiea (Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica), infatti, Teheran avrebbe già stivato sufficiente uranio arricchito (in barba a tutte le sanzioni) da costruirsi la sua prima testata atomica. L'Aiea stessa ne è rimasta sopresa, ha ammesso di avere «sottostimato» la produzione iraniana di uranio arricchito nei suoi precedenti rapporti.

Contemporaneamente sono iniziati i contatti con un'altra nazione musulmana con cui Washington vuol riallacciare i rapporti: la Siria. Mercoledì è giunta a Damasco, ad incontrare il presidente Bashar al Assad, una delegazione parlamentare americana di alto livello guidata dal membro della Commissione relazioni estere del Senato Benjamin Cardin. E' solo il primo dei vari incontri programmati. Oggi, infatti, sarà la volta del presidente della Commissione relazioni estere del Senato Usa ed ex candidato alla presidenza degli Stati Uniti John Kerry. E sempre questo mese si recherà in Siria anche il presidente della Commissione affari esteri del Congresso Howard Berman. Assad non è violento (a parole) come Ahmadinejad. Ha ringraziato per i primi contatti e auspica il ritorno dell'ambasciatore americano. Ma intanto l'Aiea rilevava tracce evidenti di uranio e grafite nell'impianto siriano bombardato dall'aviazione israeliana nel settembre del 2007. Una prova in più per dimostrare che la Siria, nonostante il pragmatismo di facciata e le dichiarazioni moderate di Assad, aveva un suo programma nucleare segreto. E sempre questa settimana gli analisti inglesi del gruppo Jane's hanno rilevato un aumento della produzione di armi chimiche siriane, proprio nei mesi in cui Obama vinceva le elezioni, si insediava alla Casa Bianca e iniziava ad esprimere la sua linea di politica estera. E' possibile che anche la Siria, proprio come l'Iran, senta di avere mani libere nell'area grazie alla nuova amministrazione. John Kerry, dal suo viaggio in Libano, ha chiesto cortesemente alla Siria di aiutare l'esercito libanese a disarmare Hezbollah. Questa mattina, mentre John Kerry era sulla via di Damasco, gli stessi Hezbollah lanciavano una raffica di razzi su Israele, provocando il ferimento di una donna. Può essere un segnale molto chiaro. Chissà se verrà recepito dalla nuova Casa Bianca.

 

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