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Da AVVENIRE: 7 Febbraio 2009
    
Ecco il protocollo che la fa morire
Lentamente, in agonia
 
 
Di Viviana Daloiso
 
    Protocollo: è questa la parola chiave del momento. E andrebbe detto che per far morire qualcuno, per giunta di fame e di sete, un protocollo medico non s'è mai visto. Ecco perché questo protocollo, per Eluana, s'è dovuto inventare, aiutandosi con quelle famose «disposizioni accessorie cui attenersi in fase attuativa» elencate nel decreto, con cui la Corte d'Appello di Milano lo scorso luglio ha deciso, così crudelmente, sul destino di Eluana.
    Disposizioni che - con poca precisione medica ma una buona dose di sangue freddo - recitavano all'incirca così: si lasci pure morire Eluana, ma si eviti il più possibile che soffra (o dia segnali evidenti di sofferenza). Tradotto in pratica: le si tengano «bagnate le mucose», in modo che la disidratazione non le spacchi le labbra; le si somministrino «sedativi e antinfiammatori», in modo da evitare le convulsioni e le sofferenze del corpo devastato dall'inedia; «la si tenga pulita, e decorosamente abbigliata», per conservare un aspetto dignitoso. Così comodo per tutti, e così irreale.
    Così, sulla scorta di quelle indicazioni di massima, si è mossa dall'inizio l'associazione "Per Eluana", costituita con atto notarile la scorsa settimana a Udine appositamente per far morire Eluana (per Eluana, appunto...) e che ha stilato un'intesa con Beppino Englaro: hanno preparato, assicurano, un «rigido protocollo» che porterà gradualmente al distacco del sondino.
    Le tappe, tanto asettiche quanto agghiaccianti: Eluana inizialmente avrebbe dovuto continuare ad essere alimentata, come a Lecco. Solo in un secondo tempo, probabilmente al terzo giorno di ricovero nella clinica di Udine, avevano detto le sarebbe stato tolto effettivamente il sondino. Intorno a lei, 14 persone: due medici, due consulenti e dieci infermieri professionali. Avrebbero dovuto ridurre gradualmente il nutrimento alla giovane donna: il primo giorno in maniera quasi impercettibile, il secondo per un 50 per cento circa, il terzo l'ultimo 50 per cento. Il tutto al fine di «consentire la familiarizzazione del personale assistenziale con le manifestazioni cliniche della paziente», il che suonava già dall'inizio decisamente contraddittorio, visto che il primario Amato De Monte, alla guida dell'insolito "team", ha dichiarato che Eluana è già morta, 17 anni fa. Come fa un morto ad appalesare delle manifestazioni cliniche? Che dunque non sia morta, Eluana? E soffra, per giunta?
    Salvo queste indicazioni di massima, comunque, i particolari più strettamente tecnici del "protocollo Englaro" non si conoscevano, e oggi spunta l'ipotesi che non siano stati rispettati dall'inizio visto che ad Eluana cibo e acqua sarebbero già stati tolti da ore.
    Per capire cosa succederà adesso bisogna sorvolare l'Atlantico e ripercorrere le tappe dell'ultimo "viaggio" di Terry Schiavo, la donna americana in stato vegetativo che quattro anni fa morì, di fame e di sete, per sentenza, proprio come oggi si vuole in Italia per Eluana.
    Si muore così, di fame e di sete. Degli ultimi giorni di agonia di Terry (furono 14 senza cibo né acqua) è rimasto un registro clinico, in cui i medici del Woodside Hospice della Florida hanno elencato i medicinali e gli interventi necessari all'assistenza. A partire dal Naproxen, un antinfiammatorio da somministrare per via rettale ogni otto ore alla paziente o «a seconda - citava letteralmente la cartella clinica - dei sintomi di dolore e disagio manifestati».
    Altro sintomo che i medici dovettero immediatamente contrastare, la disidratazione della pelle, che nel caso di Terry presto iniziò ad ulcerarsi, cominciando dalle labbra: al Woodside venne immediatamente consultato uno specialista nel campo della rimarginazione delle ferite, ma nonostante le medicazioni alla paziente la situazione si aggravò. La produzione della saliva si era bloccata e venne sostituita con un preparato che evitasse «il peggioramento delle lacerazioni e l'emissione del caratteristico fiato acido» (sempre come recita il protocollo).
    E poi i polmoni, che necessitano della saliva per mantenere umidificate le secrezioni interne: nel caso di Terry cominciarono a emettere un rantolo continuo che si cercò di smorzare prima con la scopolamina («da somministrare - recita il protocollo americano - nelle orecchie ogni tre giorni»), poi con un aerosol alla morfina.
    Si bloccò anche la produzione di urina: lo scompenso elettrolitico, dovuto alla disidratazione, provocava alla Schiavo spasmi muscolari incontrollabili, che si cercò di sedare «con 5-10 mg di Diazepam ogni quattro ore».
    Infine la «combustione» delle cellule neuronali del cervello, dovute all'assenza di sudorazione che innalza la temperatura corporea: il Diazepam venne portato «a 15 mg», senza poter evitare l'ictus che pose fine al calvario della donna. Un'agonia atroce.
    Quella che aspetta Eluana.

 

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