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Il tentativo difficile di ridimensionare un caso gestito male

Israele riconosce il «grande passo» di Benedetto XVI. Resta l'imbarazzo

Massimo Franco - Corriere della Sera 29 gennaio 2009

Lo sforzo di rimarginare la ferita è vistoso. E il «grande passo avanti» che le parole dette ieri da Benedetto XVI rappresentano per il Rabbinato d'Israele, sono il segno che il tentativo è stato compreso. Dopo le affermazioni indegne del vescovo Richard Williamson, tese a confutare l'orrore dei lager nazisti, il Papa ha lanciato il suo monito contro «l'oblìo, la negazione e il riduzionismo». Ma rimane una perplessità per il modo in cui è stata preparata la riconciliazione fra Vaticano e lefebvriani; e per la sottovalutazione del contesto nel quale avveniva. Impressiona un pontefice costretto più volte, negli ultimi tempi, a spiegare le posizioni della Santa Sede.

La tesi benigna è che esista una difficoltà di comunicare correttamente le decisioni prese Oltre Tevere; quella maligna è che i problemi nascano da una certa estemporaneità. Sarebbero la conseguenza di un governo vaticano sorpreso da «un fatto anomalo, improvviso e inaspettato» come il caso Williamson, nelle parole del Segretario di Stato, cardinale Tercisio Bertone; e dunque esposto a malintesi, incomprensioni e tensioni. Benedetto XVI ha dovuto usare tutto il suo grande prestigio per arginare i contraccolpi. Sia L'Osservatore Romano, sia il portavoce padre Federico Lombardi hanno dato l'interpretazione autentica della strategia vaticana verso Israele; e dichiarato che il dialogo fra Chiesa cattolica ed ebraismo va proseguito «con frutto e serenità». Il fatto che la diocesi di Ratisbona, in Germania, abbia messo al bando il lefebvriano britannico Williamson, accentua l'impressione di un incidente non voluto.

Sono state alcune coincidenze temporali a renderlo particolarmente grave: il 50° del Concilio Vaticano II, osteggiato dai seguaci di monsignor Lefebvre; e le posizioni di alcuni di loro sulla Shoah, lo sterminio degli ebrei negli anni del nazismo. I contatti per riportare i «ribelli» nell'alveo dell'ortodossia duravano da tempo. Ed era chiara la volontà di chiudere il cerchio prima che si affacciasse la seconda generazione lefebvriana, meno sensibile al richiamo dell'unità. Ma la scelta del momento ed il modo si sono rivelati come minimo controproducenti.

La sensazione è che adesso sia la Santa Sede sia il governo israeliano vogliano ridimensionare per quanto è possibile l'accaduto; e ridurre le conseguenze negative che può avere. È stata anche ipotizzata una visita del Pontefice alla Sinagoga di Roma. Formalmente, rimane ancora in piedi lo stesso progetto di un viaggio papale in Terra Santa. Ma ieri David Rosen, consulente del Gran Rabbinato di Israele, ha avvertito che il «fatto importante, buono e utile» venuto da Benedetto XVI potrebbe non bastare. Il caso Williamson lascerebbe un alone di ambiguità tale da oscurare la condanna «commovente e impressionante» dell'antisemitismo, pronunciata da Giovanni Paolo II. Bertone gli ha replicato difendendo Benedetto XVI; e archiviando l'«episodio dolorosissimo». Se non della realtà, quella di Bertone è la fotografia di una speranza.

 

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