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La giornata della memoria dimentica le vittime ed esalta i carnefici

di Giorgio Israel - l'Occidentale 27/1/2009

Qualcuno ha osservato che criticare la Giornata della Memoria è snobistico. Può darsi che ci sia chi lo fa per snobismo. Per quanto mi riguarda, dopo aver partecipato a molte manifestazioni non credo di essere mosso da motivazioni snobistiche se dico che due aspetti stanno diventando sempre più insopportabili: l’ipertrofia e la strumentalizzazione in chiave antiebraica.

Sull’ipertrofia non c’è molto da dire: basta guardarsi attorno. Ieri ho partecipato a un incontro e nello stesso edificio universitario, al piano superiore, a pochi metri di distanza, se ne svolgeva un altro del tutto analogo...

Per quanto riguarda il secondo aspetto, esso si divide in due parti. Da un lato l’allargamento del ricordo ad altre Shoah. Quello che doveva essere un evento unico è divenuto un evento di tutti. Ognuno si fabbrica la propria Shoah. Ho il massimo rispetto per gli omosessuali ma trovo l’istituzione della commemorazione dell’Homocaust assolutamente intollerabile, se non altro per lo squallore del nome. Poi c’è il ribaltamento, l’ignobile ribaltamento: è quello delle vittime che sono divenute carnefici, gli ebrei peggio dei nazisti, i soldati israeliani peggio delle SS. E’ stato inventato il genocidio del popolo palestinese: caso unico nella storia quello di un popolo che si è decuplicato, secondo i dati ufficiali, in più di mezzo secolo di genocidio. Troppo spesso la giornata della memoria serve a lanciare lo slogan degli ebrei come autori di un nuovo genocidio, le vittime divenute carnefici.

Guardate le terribili foto di questa manifestazione parigina. Hanno sfilato con bandiere israeliane in cui la stella di David è stata sostituita con la svastica, con le parole d’ordine di cui parlavo sopra, e addirittura hanno sfilato con i Qassam in spalla!...

Questo è il nuovo antisemitismo che dilaga per l’Europa e di cui bisognerebbe parlare. Ma l’unico luogo in cui non se ne parla sono le manifestazioni per la Giornata della Memoria. Al contrario. Spesso si dà spazio proprio a questi veleni.

E poi questa Giornata della Memoria 2009 è resa particolarmente triste e amara dall’ultimo episodio. Si tratta della vicenda della revoca della scomunica alla fratellanza San Pio X, ovvero ai "lefebvriani", che ha riguardato anche il vescovo canadese Williamson, quel signore che anni fa gridò: "Non c’è stato un solo ebreo ucciso dalle camere a gas! Sono tutte menzogne, menzogne, menzogne!". Mercoledì 21 gennaio, avendogli richiesto di commentare queste frasi, le ha confermate, ribadendo che, secondo lui, non più di 200.000 ebrei, al massimo 300.000 sono morti nei campi di sterminio, nessuno dei quali nelle camere a gas, perché le camere a gas non sono mai esistite. Peggio. Gli hanno chiesto se questo non fosse antisemitismo e lui ha detto: "Se l'antisemitismo è cattivo è contro la verità. Se qualcosa è vera non è cattiva. Non sono interessato alla parola antisemitismo. La parola è molto pericolosa". E’ la parola ad essere pericolosa, non l’antisemitismo…

Non ho nulla da obbiettare alle scelte della Chiesa circa le scomuniche e le revoche delle scomuniche. Sono fatti interni in cui non bisogna intervenire. Ma non è possibile ignorare che una simile riconciliazione avviene con una persona di quella fatta. E non con lui soltanto!... Tutta la fratellanza San Pio X è inquinata. L'altro ieri sera è stato intervistato al TG2 il rappresentante italiano della fratellanza: alla domanda se ritenesse che le camere a gas fossero esistite, invece di cogliere l'occasione per "ripulire" l'immagine sua e dei suoi amici prendendo le distanze da Williamson, ha detto che lui non era uno storico e quindi non era in grado di pronunciarsi...

Non è possibile far finta di niente. Trovo pertanto profondamente inopportuna e inappropriata la dichiarazione vaticana secondo cui questa riconciliazione è un "dono di pace". Qualcuno mi ha fatto notare che la Chiesa è custode di eterne verità di fede e non di verità storiche e quindi non può dire che non c’è posto per questa o quella opinione nel suo seno. Ma non è così. La Chiesa ha escluso molte opinioni storiche e contingenti dal suo seno. La Chiesa condanna la soppressione della vita attraverso l’aborto, le manipolazioni genetiche, l’attacco alla famiglia naturale, e spesso concordo con queste posizioni che non riguardano eterne verità di fede. E lo fa con molta durezza, anche accusando governi e persone.

Se soltanto si fosse usata la stessa durezza, o metà di questa durezza nel caso dei lefebvriani negazionisti sarebbe bastato a chiudere la questione. La Chiesa si è pronunciata in modo netto contro la pedofilia che si è sviluppata nel suo seno. Forse il negazionismo merita più indulgenza della pedofilia?

La morale non è fatta a compartimenti stagni, e non si può attaccare il relativismo morale a corrente alternata.

Invece, in questo caso il portavoce vaticano ha dichiarato che quelle di Williamson sono opinioni personali, inaccettabili, ma che non riguardano il tema in questione, e in tal modo se ne è lavato le mani.

Tutto poteva essere risolto da una presa di posizione netta e chiara da parte delle massime autorità della Chiesa.

Invece, è venuta una dichiarazione del cardinale Bagnasco, che si è limitato a definire le opinioni di Williamson "infondate" e "immotivate".  Soltanto questo? Non si poteva dire: "indegne e incompatibili con la posizione ufficiale della Chiesa"? Sarebbe stata una dichiarazione capace di spazzare via ogni ombra. Invece, lo sforzo di produrre quei due aggettivi striminziti, da storico che evita i pronunciamenti morali, è stato prontamente compensato da un'aspra critica a chi in ambiente ebraico ha dissentito... Tutto ciò è molto triste e penoso. Tanto più che la presa di posizione della Chiesa tedesca ha indicato in modo preciso quel che si può e si deve fare. Non solo il portavoce della Chiesa tedesca ha dichiarato che Williamson dovrà ritirare le sue affermazioni perché non appartengono all'insegnamento della Chiesa, ma ha definito "comprensibilissima" l'indignazione della comunità ebraica.

Mi permetto di aggiungere alcune considerazioni che non sono soltanto personali ma coinvolgono molte persone che hanno condiviso il mio punto di vista. Da anni mi impegno senza risparmio nel dialogo ebraico-cristiano. È qualcosa che ritengo fondamentale per il futuro di noi tutti. Ritengo che difendere gli ebrei dall’antisemitismo sia la stessa battaglia che contrastare certe forme inaccettabili di ostilità anticristiana. Per questo ho preso posizione contro il boicottaggio della visita del Papa all’Università di Roma “La Sapienza", con un editoriale sull'Osservatore Romano; e con un analogo editoriale ho difeso il contenuto di un suo discorso sulla scienza, ritenendo che non vi sia mai stato da parte di Benedetto XVI un atteggiamento antiscientifico. Per difendere il dialogo, e ritenendo che la posizione del Papa sia nitidamente rispettosa dell’ebraismo, ho espresso dissenso dalle critiche di alcuni rabbini sulla preghiera del Venerdì santo. E assieme a Guido Guastalla mi sono pronunciato pubblicamente contro la decisione di sospendere il dialogo ebraico-cristiano, al punto da attirarci aspre critiche da parte di alcuni autorevoli rabbini e personalità del mondo ebraico italiano. E potrei continuare.

Non sto cercando di mettermi medaglie sul petto o di spendere crediti acquisiti - come direbbe Santoro. Sono scelte che rifarei oggi stesso. Intendo però dire: si sperava che si fosse consolidata una fiducia tale da permettere in ogni caso di dire quel che si pensa. Gli amici sono quelli che dicono quel che pensano in ogni caso e che vanno ascoltati. Non è una buona idea considerarli amici soltanto quando dicono quel che ti piace e respingerli quando quel che dicono non fa comodo.

Mi ha colpito che uno dei rabbini che più hanno difeso le posizioni di questo papato e le ragioni del dialogo anche contro certi passi che erano stati criticati come involutivi, ovvero il rabbino israeliano David Rosen, sia stato uno dei più duri a criticare questa vicenda. Bisognava capire la sua delusione e la sua sorpresa e non liquidare le critiche come “ingiuste”. È’ un modo di indebolire i fautori del dialogo e rafforzarne i nemici. A meno che non sia proprio questo quel che si vuole.

Un’ultima considerazione, a proposito di un’intervista di Andrea Riccardi sul Corriere della Sera (26 gennaio). Riccardi difende la mossa della riconciliazione e sostiene che «se la ricomposizione dell’unità andasse avanti, probabilmente avrebbe un effetto positivo, proprio riguardo ai negazionisti» perché «l’ambiente dove circolano queste idee, se circolano, sarebbe sottratto diciamo così ad una deriva settaria e inserito nel sentire più vasto della Chiesa». In primo luogo, queste idee “circolano”: non perdiamo tempo nelle verifiche, la realtà è evidente agli occhi dell’osservatore più disattento. In secondo luogo, è lecito chiedersi se non possa accadere un’infezione in senso inverso: siamo così sicuri che il sentire più vasto della Chiesa sia del tutto immune da residui antigiudaici? In terzo luogo, il processo proposto appare troppo lungo. La Chiesa è giustamente preoccupata di agire con incisività immediata su certi temi. Perché mai questo non merita l’urgenza? A me pare, viste le forme di antisemitismo che si diffondono in modo preoccupante, che sia più che urgente. Come diceva John Maynard Keynes per l’economia – ma qui l’osservazione è non meno pertinente – sul medio periodo saremo tutti morti. Figuriamoci sul lungo periodo.

 

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