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Ma la speranza diventerà coraggio?

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 22/1/2009

Quando il cielo minaccia burrasche, è istintivo trovare un rifugio, anche fragile, persino finto, purché trasmetta un senso di sicurezza. Se questa lettura psicologica da quattro soldi può seriamente diventare la lettura veritiera, allora vuol dire che la politica ha esaurito la sua razionalità e ha essiccato ogni valore. Il presidente Obama è diventato questo: un riparo emotivo in un periodo nero per gli americani. Nel bene e nel male il nero è il colore degli Usa. E' stato l'idolo giusto al momento giusto. La speranza è la parola perfetta di fronte alla paura, perché non risolve i problemi ma aiuta a sopportarli. E' un analgesico con funzioni allucinatorie, perché non fa sentire dolore e addirittura inganna sulla possibilità di superare il dolore stesso. E' quasi un oppio ad uso popolare.

Può essere una visione spietata di Obama, ma è la realtà ad assumere forme spietate. Obama serve perché non c'è ancora una vera alternativa alla crisi economica e politica. Quindi va bene Obama, nell'attesa che ritorni la politica, che non è solo quella su Facebook e Youtube, ma quella che costruisce realtà. Obama è un idolo costruito dai giornali che si sono lasciati imboccare dalla sua abile campagna di comunicazione. E' un simulacro che produce grandi immagini, ha la rara forza di far sognare le masse e possiede caratteristiche uniche. La sua parte migliore è proprio quella di essere il personaggio di se stesso. E' vero: la politica è un'arte che spesso porta in scena una commedia. Ma talvolta, come ora, può diventare una tragedia se dietro alla maschera dell'attore non c'è un uomo in carne ed ossa.

E' difficile che l'Europa e l'Italia creino il loro Obama. Qui la reazione alla crisi non passa per la fuga nel mondo dei sogni. Si preferisce annaspare fino a toccare il fondo. Le soluzioni audaci sono sempre sfavorite rispetto ad un lento ma tollerabile peggioramento. Questione di mentalità, ma anche di storia. In Europa le leggende della politica hanno sempre scritto pagine sanguinarie, da Alessandro il Grande a Cesare, passando per Napoleone, fino a Stalin, Mussolini e Hitler. Gli europei conservano una pervicace fede nel governo dei burocrati, dei tecnici, degli esperti e comunque di una democrazia che sappia contenere la crisi piuttosto che combatterla.

L'ultimo Obama europeo è stato Blair, che non è sopravvissuto ai suoi primi dieci anni al numero 10 di Downing Street. Giovane, audace, intelligente - l'identikit perfetto del nuovo leader che aveva mischiato Thatcher e welfare state. Poi un rapido decadimento e la scomparsa definitiva. Berlusconi, Sarkozy, prima Aznar e ora Zapatero possono considerarsi la negazione più coraggiosa dell'«obamismo». Sono leader fortemente strutturati in una cultura politica che ha nell'identità e nella tradizione il suo architrave. Sono gli anti-Obama. Se Sarkozy può permettersi fughe in avanti sul riformismo e arruolare i socialisti nel suo fronte, è perché non ha l'opposizione che ha Berlusconi in Italia e le logoranti coercizioni culturali e sociali che ancora bloccano la ripresa dell'Italia. La crociata laicista di Zapatero è proprio questo: imporre un'ideologia politica come visione generale della società spagnola. E' il contrario del progetto di Obama, che come il primo Clinton vuole più amici che nemici. E' il segno che il nuovo presidente a stelle e strisce non ha le idee chiare sul da farsi. Lo dimostra la sua buona volontà per il Medioriente, a cui non seguono progetti concreti. Finora è solo un capovolgere la politica di Bush - via dall'Iraq e fine di Guantanamo. Ma la Palestina e l'Iran?

Dall'idolo di cartapesta al vitello d'oro il passo può essere brevissimo. Ma il pericolo è che la principale superpotenza e l'economia più importante del mondo siano affidate ad un leader tanto bello da vedere quanto amletico nella sua pericolosa ambiguità. La vera speranza è che Obama sia davvero molto di più di tutto questo spettacolo. A quel punto la crisi sarà già passata e forse avrà scolorito la patina così radiosa di questo giovane presidente, costretto a scelte impopolari ma necessarie, proprio come toccò a Bush. Quello sarà il punto cruciale per giudicare Obama: la speranza sarà diventata anche coraggio?

 

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