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Sulla Birmania è calato il silenzio

di Luca Pautasso - Ragionpolitica 22/1/2009

«Oh, Myanmar, where are thou?». Non occorre di certo scomodare i fratelli Cohen citando il titolo di una delle loro pellicole più celebri per descrivere l'assurda posizione dell'opinione pubblica mondiale rispetto alla crisi birmana. Sparita dai giornali, dai servizi in televisione, dai blog e dai siti internet che soltanto pochi mesi fa sciorinavano una dopo l'altra le news su ciò che stava accadendo nella Birmania sconvolta dalla repressione. Oggi tutto tace, senza che però nulla sia cambiato. Il regime militare filocomunista, finanziato e appoggiato dal potente «vicino di casa» cinese non ha visto minimamente compromessa la sua leadership. L'opposizione democratica rappresentata nel mondo dalla sua bandiera Aung San Suu Kyi, l'eroina della resistenza libera, è stata di nuovo messa a tacere. La voce di protesta dei monaci buddisti che avevano pacificamente condotto nelle vie e nelle piazze la popolazione birmana a gridare il proprio «no» all'oppressione è stata soffocata nel sangue dalle armi della giunta militare. E dal silenzio assordante del resto del mondo.

Si prospetta dunque un altro triste capitolo per il paese asiatico che da quasi cinquant'anni vive sotto il tallone di una dittatura tra le più sanguinose del nostro secolo e di quello appena trascorso. Indipendente dal 1948, la Birmania conobbe una brevissima parentesi democratica, caratterizzata però da un'endemica fragilità del governo e delle istituzioni nazionali che portò, nel 1962, alla presa del potere da parte di una giunta militare comunista, forte della voce delle armi e del compiacente appoggio della Repubblica Popolare Cinese. Il nuovo governo dei generali si impose sin da subito con la violenza, pianificando e mettendo poi in atto una campagna di sistematica repressione ed eliminazione, anche fisica, degli oppositori politici. Il pugno di ferro dei militari spinse la popolazione birmana a chiedere una riforma democratica dello Stato, a cavallo tra il 1987 e il 1988, e l'anno successivo il governo fu costretto a garantire libere elezioni.

Fu allora che si impose agli occhi del mondo libero la figura di Aung San Suu Kyi, la coraggiosa figlia dell'eroe dell'indipendenza Bogyoke Aung San, che prese la guida della coalizione democratica in opposizione ai militari e riportò una schiacciante vittoria alle urne. L'esito delle elezioni, però, non ebbe alcun effetto pratico sul cambiamento: anzi, prima ancora che il verdetto dell'elettorato birmano potesse esprimersi, Aung San Suu Kyi fu tratta in arresto e condannata ai domiciliari dalla giunta militare, che impose un ritorno al vecchio regime attraverso una nuova, violentissima campagna di repressione. Rilasciata nel 2002 per intercessione delle Nazioni Unite, la leader dei democratici birmani fu arrestata nuovamente l'anno successivo, a seguito della accesa campagna di protesta scatenata in tutto il paese dagli oppositori al regime militare. Per mantenere il controllo del paese la giunta non ha mai esitato a ricorrere a qualsiasi espediente utile al proprio scopo. Tra i più sanguinosi, le torture e le uccisioni in carcere degli oppositori politici e l'utilizzo delle mine antiuomo come elemento di deterrenza e repressione.

Lo scorso anno, l'ultimo atto, con quella che il mondo ricorda come «la rivoluzione zafferano», dal colore delle vesti dei monaci buddisti che guidarono la protesta nonviolenta. L'ennesima soffocata nel sangue, con migliaia di vittime tra i civili e una campagna di strangolamento dell'informazione non irregimentata che sfociò in una vera e propria caccia ai giornalisti.

Oggi che lo sguardo dell'opinione pubblica si è allontanato dal martoriato paese dell'Asia sudorientale, le violenze non si sono interrotte. A differenza di un anno e mezzo fa, però, il regime può operare indisturbato, senza più l'ingombrante presenza di telecamere e cronisti «scomodi» da tutto il mondo. Nulla è cambiato: inutili le proteste, inutili le vittime, inutile una mobilitazione «a mezzo servizio» della comunità internazionale, già dimentica di quello che fino a pochi mesi or sono era il fatto di cronaca che apriva le pagine di ogni quotidiano al mondo e che oggi, invece, surclassato da nuovi drammi che probabilmente, tra un anno, faranno la stessa fine, è nuovamente ripiombato in un comodo dimenticatoio.

 

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