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Gli effetti di Gaza in America Latina

di Maria Chiara Albanese - Ragionpolitica 20/1/2009

La crisi mediorientale ha prodotto i suoi effetti al di là dell'Atlantico. Come già la cronaca della passata settimana aveva dimostrato, il Venezuela non è stato spettatore, bensì protagonista degli eventi storici che hanno riportato la striscia di Gaza nuovamente e tristemente al centro della storia dell'umanità. L'espulsione dell'ambasciatore israeliano, Shlomo Cohen, non è stato un atto politico e diplomatico isolato. Le accuse che Caracas si era visto rivolgere, ovvero un rapporto eccessivamente stretto con Teheran, poco gradito agli ambienti politici e diplomatici di molteplici stati, si sono mutate in realtà palesata.

Iran e Venezuela, infatti, hanno comunemente e di accordo manifestato la volontà di denunciare i massimi leaders israeliani di fronte alla Corte Penale Internazionale con l'accusa di crimini contro l'umanità. Quest'atto politico di notevole rilievo costituisce di fatto la prima azione congiunta tra Iran e Venezuela da quando, nel 2006, iniziarono ad intensificare le proprie relazioni partendo da un settore, quello energetico ed in particolare del mercato petrolifero, che li vede entrambi in prima linea per dipendenza economica e uso strategico di tale risorsa. Basti ricordare che non solo entrambi i paesi sono membri dell'Opec, ma anche che, rispettivamente, occupano la seconda e sesta posizione nella lista dei maggiori esportatori di greggio tra i paesi dell'Opec.

Tali dichiarazione non sono altro se non l'ultimo atto politico che demarca una profonda frattura non solo tra Iran e Israele, i cui rapporti erano da tempo sull'orlo del baratro, ma anche tra Caracas e Tel Aviv, e più in generale tra questo e alcuni dei maggiori attori dello scacchiere latino americano. A dimostrazione di tale frattura, basta citare un altro paese sudamericano che ha interrotto ufficialmente le proprie relazioni diplomatiche con Tel Aviv: la Bolivia di Morales.

Anche il Brasile, astro nascente sudamericano, si era aggiunto al coro di voci che condannavano l'offensiva israeliana nella striscia di Gaza, reputando sproporzionata la risposta militare portata avanti da Tel Aviv. A ciò, però, non era seguita una simile proposta, ovvero portare di fronte alla Corte Penale Internazionale lo Stato di Israele. Venezuela e Bolivia hanno così ottenuto un primato mondiale: sono gli unici due paesi al mondo che hanno deciso di interrompere le proprie relazioni diplomatiche con Tel Aviv a causa dell'offensiva israeliana su Gaza datata Gennaio 2009.

I luttuosi avvenimenti di Gaza, infatti, non sono altro se non l'occasione storica e politica per rafforzare, da parte di Hugo Chávez, antichi rapporti con alcuni suoi alleati strategici, tra cui Teheran. Proprio in questi ultimi giorni, infatti, l'Iran ha ufficialmente manifestato la volontà di utilizzare qualsiasi mezzo politico ed economico per fare pressioni su Israele, al fine di ammonirlo nel qualsivoglia intento di perseverare verso tal direzione nei rapporti con il popolo palestinese. Lo stesso «oro nero» è stato citato come possibile mezzo di persuasione. A tali affermazioni, però, non sono seguite dichiarazioni ufficiali da parte di Caracas, la quale bene intende il rapporto di stretta amicizia tra Tel Aviv e Washington, non dimenticando, però, la circostanza che proprio gli Stati Uniti siano il loro maggior acquirente di greggio.

Un eccessivo irrigidimento da parte di Caracas potrebbe portare a una flessione verso il basso degli acquisti da parte di Washington di greggio, andando negativamente ad influire sulla già precaria stabilità economica venezuelana. È certo, però, che l'aumento degli investimenti iraniani in Venezuelana nel settore industriale ed energetico, che hanno raggiunto la soglia degli oltre 6 milioni di dollari negli ultimi due anni, non rappresenta di fatto una mera azione politica ed economica da parte di Teheran. È corollario di una intesa politica più ad ampio respiro tra i due paesi, sinergia che preoccupa molteplici stanze del potere mondiale, anche a seguito di un cordone anti-israeliano che negli ultimi anni sta prendendo sempre più corpo e come un pitone sta avvolgendo le sue dure spire attorno ai confini israeliani.

 

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