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Dare Gaza all'Egitto e la West Bank alla Giordania

di Daniel Pipes - l'Occidentale 12/1/2009

 

La guerra israeliana contro Hamas fa emergere un antico dilemma: che fare con i palestinesi? I paesi occidentali, incluso Israele, devono stabilire degli obiettivi chiari per valutare la loro politica nei confronti di Gaza e della West Bank. Vediamo innanzitutto che cosa sappiamo già che non funziona e non può funzionare:

- Il controllo israeliano: nessuna delle due parti desidera protrarre la situazione che iniziò nel 1967, quando le Forze di Difesa di Israele presero il controllo su una popolazione che è diversa e ostile per religione, cultura, economia e politica;

Lo stato palestinese: gli Accordi di Oslo del 1993 avviarono il processo per la formazione dello stato palestinese ma un misto di anarchia, estremismo ideologico, antisemitismo, jihadismo e politica dei signori della guerra ha portato al completo fallimento la costruzione nazionale palestinese;

- Uno stato con due nazioni: considerando che i due popoli provano un’avversione reciproca, la prospettiva di uno stato combinato israelo-palestinese (quello che il colonnello Gheddafi chiama “Israstina”) è assurda così come sembra.

L’esclusione di queste tre prospettive lascia spazio a un solo approccio pratico, proprio quello che diede dei discreti risultati nel periodo 1948-67:

- Il governo condiviso tra la Giordania e l’Egitto: ad Amman sarebbe affidato il controllo della West Bank mentre il Cairo governerebbe Gaza.

In realtà questo approccio di ritorno al passato non ispira grandi entusiasmi. Non solo stabiliva un’indistinta gestione giordano-egiziana, ma resuscitare una soluzione del genere provocherebbe grande frustrazione degli impulsi palestinesi, nazionalisti o islamisti. Per di più il Cairo non ha mai voluto Gaza e ha fortemente rifiutato un suo ritorno in campo per risolvere la questione palestinese. Di conseguenza, gli analisti accademici tendono a bocciare quest’idea come “una fantasia elusiva che può solamente oscurare scelte più realiste e difficili”.

Ma non è così. I fallimenti dell’Autorità palestinese e del processo di pace portato avanti da Yasser Arafat e da Mahmoud Abbas hanno spinto a un ripensamento Amman e Gerusalemme. Già nel 2007, il "Christian Science Monitor" scriveva che l’idea di una confederazione tra West Bank e Giordania "sembra stia ottenendo sempre maggiore forza su entrambe le sponde del fiume Giordano". Il governo giordano – che nel 1950 occupò con entusiasmo la West Bank rinunciando alle sue richieste solo sotto minaccia nel 1988 – mostra alcuni segnali di voler tornare in Cisgiordania. Nel 2006, Dan Diker e Pinchas Inbari dimostrarono sulla "Middle East Quarterly" come "il fallimento dell’ANP di mantenere il controllo sui territori palestinesi diventando un’entità politicamente credibile ha provocato un ripensamento di Amman sulla propria strategia di inazione nei confronti della West Bank". Anche i funzionari israeliani hanno fatto delle aperture su questo progetto, chiedendo periodicamente alle truppe giordane di entrare in West Bank.

Disperati dall’autogoverno, alcuni palestinesi accolgono con favore l’opzione giordana. Un ufficiale dell’ANP che preferisce rimanere anonimo dice a Diker e Inbati che una forma di federazione o confederazione con la Giordania offrirebbe "l’unica ragionevole e stabile soluzione di lungo termine per il conflitto israelo-palestinese". Hanna Siniora ha dichiarato che “le deboli prospettive attuali per una soluzione 'due popoli/due stati' ci spinge a riconsiderare la possibilità di una confederazione con la Giordania". Sul New York Times, Hassan M. Fattah cita un palestinese in Giordania: "Per noi è stata tutta una rovina – abbiamo lottato per 60 anni e non ci è rimasto niente. Le cose andrebbero molto meglio se la Giordania si occupasse della Palestina, se il re Abdullah potesse controllare la West Bank". Insomma non si tratta solo di chiacchiere: Diker e Inbari riferiscono che una serie di negoziati segreti tra l’ANP e la Giordania condotti nel 2003-04 "si conclusero con un accordo sull’invio di 30.000 membri delle Forze Badr" nella West Bank.

Un anno fa il presidente egiziano Hosni Mubarak annunciava che "Gaza non è parte dell’Egitto e non lo sarà mai", ma è difficile credere che questa sia la sua ultima parola. In primo luogo, malgrado Mubarak, la schiacciante maggioranza degli egiziani vorrebbe un legame più stretto con Gaza; Hamas è d’accordo; e talvolta lo sono anche i leader israeliani. Esistono dunque le basi per una revisione del piano politico. D’altra parte, Gaza è probabilmente più una parte dell’Egitto che della “Palestina”. Durante la maggior parte del periodo islamico si trovava sotto controllo del Cairo o era parte dell’amministrazione dell’Egitto. Basti pensare che l’arabo colloquiale di Gaza è identico a quello degli egiziani che vivono nel Sinai. Economicamente parlando, la maggioranza delle connessioni sono con l’Egitto. Hamas stessa è una costola dei "Fratelli Musulmani", l’organizzazione egiziana. Forse è venuto il momento di cominciare a pensare alla popolazione di Gaza come egiziani?

Da ultimo, Gerusalemme è capace di sconfiggere con l’astuzia Mubarak. Se mai dovesse essere annunciata la fine del divieto di approvvigionamento dell’acqua, elettricità, cibo, medicine e dei commerci, accettando un potenziamento della sicurezza egiziana a Gaza, il Cairo dovrebbe assumersi la responsabilità di quanto accade nella Striscia. Tra gli altri vantaggi, l’Egitto diventerebbe il garante della sicurezza di Gaza, mettendo finalmente fine alle migliaia di assalti a colpi di razzi e di mortaio di Hamas. L’opzione giordano-egiziana non fa certo battere il cuore ma questo potrebbe essere il suo vantaggio. Offrire il solo modo sobrio a disposizione per risolvere il "problema palestinese".

Traduzione Fabrizia B. Maggi

Tratto da "The Jerusalem Post"

 

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