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Caro Navarro, che abbaglio sui musulmani
 
Di Renato Farina - Libero 8/1/2009

    Ieri Joaquin Navarro-Valls ha spiegato su Repubblica che dovremmo essere tutti felici dei cortei islamici dell’altro giorno. Quelli conclusi davanti al Duomo di Milano e alla basilica di San Petronio a Bologna con la preghiera diretta alla Mecca, alla facciaccia nostra. Non ci sto, è un errore gravissimo, una sottovalutazione tragica.
    Premetto: sono amico di Navarro, e gli devo molto. È stato il portavoce geniale e fedele - e le due cose non vanno quasi mai insieme – di papa Wojtyla. Stavolta però non ci sto.
    Secondo Navarro:
    - Le bandiere bruciate di Israele dai manifestanti sono sì «un atto ignobile», ma dobbiamo capire che è gente fatta così: «Non tutti comunicano ugualmente… è necessario che impariamo un po’ tutti a confrontarci con linguaggi diversi dai nostri».
    - E se poi questi medesimi piromani finiscono per rivolgersi ad Allah con il deretano in alto, va benissimo. Questo è accaduto sotto lo sguardo della Madonnina, nel luogo pratico e simbolico della fede cattolica e comunque della nostra civiltà cristiana? Meglio ancora.
    - Il titolo sintetizza: «Ma la loro preghiera è la nostra libertà». Infatti «la libertà di cui può andare fiera l’Europa passa sempre e soltanto attraverso l’espressione della libertà religiosa degli altri».
    Rispondo punto per punto.
    1) Le bandiere al rogo sarebbero per Navarro da giudicare secondo la mentalità dei musulmani arabi, dunque fatti banali, per cui non val la pena prendersela. È un discorso che non tiene per un paio di motivi. E se fossi un arabo mi offenderei. C’è infatti qualcosa di paternalistico e un po’ razzista nel trattare degli uomini come incapaci di capire che cosa voglia dire un gesto nel Paese dove stanno da tanti anni. Soprattutto però questo relativismo culturale è un disastro.
    Una rosa è una rosa dovunque. Così una bandiera. E ci sono valori che non sono optional. Esiste il linguaggio delle cose umane. In Camerun, viaggiando con il Papa e con Navarro, incontrai un missionario saveriano il quale sosteneva che gli islamici esprimevano il dissenso alle conversioni al cattolicesimo avvelenando i neo-cristiani. Un linguaggio normale nell’Africa musulmana (e lo abbiamo appreso durante le visite apostoliche in Uganda e in Senegal) da accogliere con apertura d’animo? In altri villaggi, ancorati invece a religioni ancestrali, sempre in Camerun, i neonati gemelli venivano posti sui termitai. Il missionario di notte andava a recuperarli. Non rispettava il linguaggio locale?
    2) In Italia c’è sempre stata tolleranza. Anche verso la preghiera islamica. Vittorio Feltri non lo ricorderà, ma i primi giorni di marzo del 1994, pubblicò sulla prima pagina del Giornale una fotografia simile a quella uscita in questi giorni, con la preghiera del venerdì islamica. Mi incaricò di un commento favorevole. Il linguaggio pensavamo di comprenderlo benissimo. Pensavamo che fosse come la nostra preghiera: una domanda al Buon Dio per il bene nostro e del prossimo. Che ingenui. Il problema è che con il tempo abbiamo imparato a capire il linguaggio dei gesti e magari a tradurre in italiano certi discorsi fatti in moschea. Tutto meno l’amore e la misericordia.
    Lo sai, amico Navarro, che per i musulmani occupare un luogo sacro altrui con un solenne rito di massa basta per trasformarlo in un proprio territorio per saecula saeculorum? La percezione dei semplici cittadini è stata di offesa reiterata, di provocazione premeditata. Il pensiero generale è stato: se uno emigra in un Paese ha il dovere di rispettare non solo le leggi, ma anche il sentimento di quel Paese. Per questo è parso un brutto segno il silenzio del cardinale Tettamanzi (non così per fortuna la curia di Bologna che ha espresso indignazione per bocca del vescovo ausiliare Vecchi).
    3) La loro preghiera è la nostra libertà. Giusto: in teoria. Perfetto: sui libri. In pratica quella non è una preghiera. Non lo è almeno nella testa di chi l’ha preordinata. E qui nessuno mette in questione la libertà religiosa. Ma che cosa c’entra con il dileggio, la prova di forza, la maledizione del nemico? La libertà non può essere il permesso di organizzare la nostra distruzione.
    Esagero? Il mio amico Navarro rifletta su questi punti. La Palestina oggi è in mano ai fondamentalisti islamici di Hamas. Chi ha guidato la “preghiera” musulmana sul sagrato del Duomo era l’imam di viale Jenner, Abu Imad. Peccato che quest’uomo nel novembre scorso abbia subito in secondo grado una condanna a tre anni e otto mesi di carcere per terrorismo internazionale.
Caro Navarro, amico mio: giù dal pero.

 

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