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Con Hamas la via del dialogo è pericolosa

 

Stefano Magni - Ragionpolitica giovedì 08 gennaio 2009

 

L'iniziativa della Francia di Nicolas Sarkozy si muove entro i vecchi schemi gollisti, contattando la Siria (ex mandato francese) per tentare di far «ragionare» il movimento terrorista di Hamas. Poi la diplomazia francese ha corretto il tiro e ha cercato l'accordo di pace tramite l'Egitto, che ha scaricato Hamas, nonostante l'opposizione islamica montante al suo interno. Ma anche questa iniziativa sembra ormai destinata a naufragare, visto che il principale interessato, la dirigenza del partito islamico palestinese assediato a Gaza, ha respinto ogni offerta, sia il cessate-il-fuoco, sia la proposta di dispiegare ai confini della città palestinese una forza multinazionale a guida araba.

 

In questo lavorio diplomatico ci sono sempre molte voci che stonano, che non vanno al passo coi tempi. Coloro che continuano (anche all'interno della sinistra italiana) a invitare alla «ripresa» del dialogo tra Israele e la Palestina forse non si rendono conto che il dialogo fra le parti in lotta in queste settimane (il governo israeliano e Hamas) non è mai esistito. Perché nel suo statuto è scritto chiaro e tondo che il suo obiettivo è la distruzione di Israele. Come ha sottolineato ieri il ministro degli Esteri Franco Frattini, non si ricorda mai abbastanza che Hamas ha preso il potere a Gaza con la forza, contro (e non in accordo con) l'Autorità Palestinese di Abu Mazen, cioè contro quell'embrione di futuro Stato indipendente palestinese con cui Israele cerca di convivere.

 

Forse i mediatori ad oltranza si sono persi qualche puntata degli ultimi tre anni. Prima puntata: nell'estate del 2005 Ariel Sharon mette in atto il disimpegno delle truppe e l'evacuazione di tutti i coloni ebrei dalla Striscia di Gaza, convinto da proiezioni demografiche che dimostravano come gli ebrei sarebbero rimasti una minoranza del 35% nei territori dell'ex mandato britannico (Israele e Palestina) se i due Stati (uno arabo e l'altro ebraico) non fossero stati separati entro i prossimi trenta anni. Invece di sanare l'economia locale, i palestinesi hanno subito devastato serre e sinagoghe lasciate dagli ebrei nelle colonie appena evacuate.

 

Seconda puntata: nel gennaio del 2006 si tengono le prime elezioni a Gaza. Contro il parere di Israele, ma incoraggiati dall'atteggiamento conciliante di Stati Uniti ed Europa, i palestinesi ammettono alle elezioni il partito Hamas, fondamentalista islamico, protagonista assoluto del terrorismo suicida nella II Intifadah (2000-2004) e dichiaratamente antisemita. Contrariamente alle previsioni più ottimistiche, il partito di Al Fatah (che fu di Arafat) perde le elezioni, che vengono vinte da Hamas. Inizia una difficilissima coabitazione a Gaza fra un esecutivo ancora controllato da Al Fatah e dipendente dall'Autorità Palestinese e un legislativo dominato da una maggioranza di Hamas. Di fatto inizia da allora una guerra civile a bassa intensità fra un embrione di Stato palestinese che ammette la coesistenza con Israele (sinceramente o meno è tutto da vedere) e un embrione di Stato islamico che vuol imporre la sharia a tutto il Medio Oriente, a partire dalla sua base a Gaza. Mentre lotta contro l'Autorità Palestinese di Al Fatah, Hamas, alleato con la Jihad Islamica, aumenta le azioni offensive contro le città israeliane: dopo la vittoria delle elezioni si registra un incremento del 500% nel lancio di razzi Qassam e nei colpi di mortaio contro obiettivi civili. In risposta a questa aggressione continua, Israele isola Gaza con un embargo sugli armamenti. Carburante ed energia continuano ad essere erogati da Gerusalemme e vengono interrotti solo provvisoriamente quando i lanci di razzi si fanno più fitti. Non è solo un assedio militare, ma anche politico. La comunità internazionale non dialoga con Hamas, se quest'ultimo non riconosce la legittimità di Israele e non cessa le sue operazioni militari. Ma il partito islamista non risponde ad alcuna richiesta di compromesso, perché per la sua intransigenza guadagna armi e appoggio politico dall'Iran e dalla Siria.

 

Terza puntata: nel giugno del 2006, con un'incursione di terra, miliziani di Hamas attaccano una postazione militare israeliana e rapiscono il caporale Gilad Shalit. Il militare israeliano è tuttora nelle mani di Hamas. Di lui non si sa più nulla. La Croce Rossa Internazionale (che oggi protesta contro Israele per le condizioni in cui versa la popolazione di Gaza) non ha mai potuto visitare il prigioniero.

 

Quarta puntata: nel giugno del 2007, Hamas decide di farla finita con la coabitazione con Fatah e prende il potere con la forza, insediando un proprio stato autonomo a Gaza. Il golpe è sanguinosissimo, si registrano più di 200 morti. I prigionieri di Fatah sono passati per le armi, in molti casi torturati prima di essere uccisi. I civili sono coinvolti negli scontri, usati come scudi umani, soprattutto da Hamas. Il partito islamista tenta di prendere il potere con la forza anche in Cisgiordania, ma le milizie di Fatah arrestano in massa i suoi esponenti prima che possano nuocere.

 

Quinta puntata: nonostante due tregue, una fra la fine del 2006 e l'inizio del 2007, l'altra iniziata nel giugno del 2008 e finita il 19 dicembre scorso, continua ininterrotto il lancio di razzi da parte di Hamas contro Israele, a cui l'aviazione di Gerusalemme risponde con raid mirati. Nel frattempo continua la guerra civile tra Hamas e Fatah: la formazione di Abu Mazen non riesce a riprendere il controllo di Gaza, pur effettuando sabotaggi, manifestazioni e attentati contro il nemico interno. Hamas rafforza il suo potere politico e militare. Importa armi di contrabbando dall'Egitto in  circa 400 tunnel, scavati sotto la barriera che il governo del Cairo ha eretto lungo il confine con Gaza per impedire la penetrazione di elementi di Hamas nel suo territorio.

 

Sesta puntata: finita la tregua fra Gaza e Israele, il Cairo svolge una prima mediazione impossibile fra le due parti e fallisce. Nel frattempo, sia la Giordania che l'Egitto (stando alla stampa araba) comunicano a Israele che Hamas è un problema anche per loro, dando luce verde ad azioni militari. Non bisogna dimenticare, infatti, che Hamas, in quanto emanazione dei Fratelli Musulmani, è a diretto contatto con le opposizioni islamiche interne ai regimi moderati egiziano e giordano. Essendo armato dall'Iran, Hamas è anche considerato dagli arabi come un avamposto del regime di Teheran nel Mediterraneo.

 

E si arriva così all'intervento militare israeliano, non contro gli arabi in senso lato, non contro la Palestina nel suo complesso, ma contro Hamas, un movimento nemico dell'Autorità Palestinese e ritenuto pericoloso da Egitto e Giordania. Il governo di Gerusalemme, di fatto, si è inserito in una guerra civile palestinese, appoggiando la parte meno pericolosa e combattendo l'altra più ostile, per garantire la sicurezza della sua popolazione. E' solo così che si spiega il silenzio dei governi arabi moderati, la passività dell'Autorità Palestinese in Cisgiordania che in altre circostanze avrebbe iniziato azioni di guerra contro Israele. Ad agire in difesa di Hamas c'è solo Hezbollah, che l'8 dicembre ha chiuso un occhio quando un non ben precisato gruppo estremista palestinese, nel Sud del Libano, ha lanciato cinque razzi (attinti dal suo arsenale) contro Israele. Con Hamas ci sono anche Siria e Iran (solo a parole, per ora), i media arabi che corteggiano la piazza islamica e le varie emanazioni dei Fratelli Musulmani, con manifestazioni violente nelle città arabe ed europee (Milano, Bologna e Roma comprese). L'Iran ha proposto un nuovo embargo petrolifero, sul modello di quello fatto scattare dopo la guerra dello Yom Kippur nel 1973 per fare pressione sugli alleati occidentali di Israele. Ma i Paesi arabi produttori di petrolio hanno respinto la proposta: «Sarebbe assurdo usare il petrolio come un'arma in un momento come questo. I Paesi produttori hanno bisogno delle loro entrate» è stata la laconica e realistica risposta del ministro degli esteri saudita. La crisi economica e l'abbassamento dei prezzi del petrolio stanno tagliando le unghie anche alla tigre islamica.

 

E' dunque il momento giusto per cambiare gli equilibri di potere a vantaggio dei moderati e contro i regimi islamisti. Invitare al dialogo con Hamas non farebbe gli interessi del mondo arabo, ma solo dell'Iran e della componente più integralista e rivoluzionaria dell'Islam sunnita. Un cessate-il-fuoco frettoloso, concordato prima di una sconfitta di Hamas, senza un suo disarmo completo, risulterebbe in una vittoria decisa a tavolino del movimento islamista: ancora più destabilizzante rispetto a una continuazione delle ostilità.

 

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