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Israele o Hamas? La sinistra ha già scelto da che parte stare

di Pietro De Leo - Ragionpolitica 5/1/2009

Come nei giorni più drammatici della crisi con Hezbollah nel 2006, anche stavolta Israele viene accusato di aver opposto agli attacchi di Hamas una reazione «sproporzionata». André Gluksmann, in un articolato intervento sul Corriere della Sera, ha spiegato qualche giorno fa quanto sia risibile parlare di «sproporzione» quando si combatte contro un nemico che fa ricorso ad attentati suicidi diretti contro la popolazione civile.

Israele e Hamas combattono, infatti, con due finalità diverse. Il governo di Gerusalemme vuole garantire la sicurezza ai propri cittadini. Il movimento di massa islamico, invece, vuole condurre una guerra religiosa per cancellare fisicamente e politicamente Israele dalla cartina geografica. Per quanto equilibrati si possa essere, le due parti in causa non possono essere poste sullo stesso piano. Hamas, infatti, porta avanti la strategia di logoramento tipica del terrorismo, che prevede sia la cultura dell'odio con un indottrinamento totale dei propri cittadini fin dall'infanzia (sia i libri di scuola, sia i cartoni animati ed i videogiochi sono pieni di messaggi inneggianti alla distruzione del nemico israeliano), sia il perseguimento di attacchi costanti ed improvvisi, finalizzati ad attanagliare la popolazione israeliana nella morsa della paura, che inibisce persino le azioni quotidiane.

A queste condizioni, quindi, il cessate il fuoco non può prescindere dal neutralizzare le postazioni di lancio dei razzi che piovono a scadenza quotidiana su Sderot ed Ashkelon. Proprio in questa direzione va la posizione di Bush, assunta dopo che Gerusalemme ha respinto il primo piano avanzato dall'Ue. Hamas, attraverso un utilizzo demagogico dei mezzi di comunicazione, cerca di presentarsi come parte lesa. E' un obiettivo che viene perseguito senza scrupoli, anche attraverso il posizionamento di obiettivi sensibili nei centri abitati, che rende inevitabilmente i cittadini potenziali scudi umani.

In Europa, e più specificamente in Italia, qualcuno ancora non ha capito tutto questo. E' il caso della sinistra estrema, che ha rispolverato la migliore argenteria del finto pacifismo da barricata: scende in piazza con chi brucia le bandiere con la stella di Davide (sabato scorso a Milano) e poi nasconde la mano in una pioggia di distinguo. Poi c'è il Partito Democratico, che ha sempre rivendicato a pieni polmoni la sua auto-collocazione nella tradizione riformista. Per un partito occidentale, operante in una democrazia solida come quella italiana, continuare ad invocare la trattativa parificata con un movimento come Hamas è fuori dal mondo. Basta leggere le dichiarazioni di Massimo D'Alema - a partire dalla sua performance di lunedì sera a Matrix - per rendersi conto quanto la posizione del principale partito di minoranza sia ambigua: prima D'Alema afferma di odiare il fondamentalismo islamico, poi abbraccia la tesi della sproporzione dell'attacco di Israele ricordando che Hamas «è un movimento politico con 25 mila militanti che non sono marziani, ma mariti, figli e nipoti di chi vive lì».

L'ex presidente Ds sembra non accorgersi che, stavolta, il «ma-anche» del suo parente-serpente Veltroni non funziona: basta leggere l'articolo 15 dello statuto di Hamas, laddove recita: «Quando i nemici usurpano un pezzo di terra musulmana, il jihad diventa un obbligo individuale per ogni musulmano. Di fronte all'usurpazione della Palestina da parte degli ebrei, dobbiamo innalzare la bandiera del jihad. Questo richiede la propagazione di una coscienza islamica tra il popolo a livello locale, arabo e islamico. È necessario diffondere lo spirito del jihad all'interno della umma, scontrarsi con i nemici, e unirsi ai ranghi dei combattenti». Sono parole che lasciano poco spazio all'immaginazione e che confermano quanto il mondo liberale già sa: non è solo la rappresentatività a rendere un partito legittimo, ma serve anche il perseguimento dei principi. Che, in questo, caso, sono il jihad (l'azione militare tesa alla diffusione dell'islam) e la umma (comunità islamica intesa in senso sovranazionale). Tutt'altro che la pace e la democrazia.

 

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