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Dio esiste, e sta dalla nostra

Dicono certi luminari che forse la fede ha pure ragione... Ci è venuto un dubbio e siamo accorsi a vedere. Le leggi dell’economia applicate allo studio della religione riservano sorprese esaltanti. Lo afferma la buona sociologia. Cosa? Che la Rivelazione non è una balla. Buon Natale

Di Massimo Introvigne - Il Domenicale 25/12/2008
 
    A lungo l’Italia ha avuto un grave ritardo nella traduzione dei risultati più importanti della sociologia delle religioni statunitense, soprattutto di quelli favorevoli alla religione, all’Occidente e agli Stati Uniti, considerati poco «politicamente corretti». Era stato così censurato quello che è probabilmente il più importante sociologo delle religioni vivente, Rodney Stark. Questo fino a ieri.
    Oggi – grazie in particolare all’editore Lindau di Torino – le opere fondamentali di Stark cominciano a essere tradotte in italiano, e con buona tempestività giunge in libreria anche La scoperta di Dio. L’origine delle grandi religioni e l’evoluzione della fede (Lindau, Torino 2008, pp.624, E28,00), che il sociologo americano considera una sorta di summa della sua attività scientifica.
    S’immagini qualcuno che odi gli aerei, che non abbia mai preso un aereo e che consideri quelli che viaggiano in aereo come pazzi scriteriati. Se lo ritroviamo a scrivere manuali sugli aerei o a occupare cattedre universitarie di aeronautica c’è evidentemente qualche cosa che non va. È la parabola che Stark mi raccontava qualche tempo fa annunciandomi questo volume con cui voleva chiudere i conti con gli studiosi accademici delle religioni, molti dei quali – piuttosto curiosamente – non sono religiosi, odiano le religioni e considerano le persone religiose inguaribilmente arretrate, se non affette da una malattia di cui si dovrebbe cercare la cura.
 
Il vecchiume? Si butta
    La scoperta di Dio è un’opera monumentale destinata a fare epoca non solo per l’ambizione di portare uno sguardo sociologico sull’intera storia delle grandi religioni, dalla preistoria al fondamentalismo islamico, ma per il carattere molto politicamente scorretto delle conclusioni cui perviene.
    Per capire di che si tratta vanno brevemente ricordarti i princìpi generali del metodo sociologico di Stark, ispiratori di una lunga carriera di cui quest’opera costituisce per molti versi il coronamento.
    La sociologia della religione è stata dominata, fin dalle sue origini ottocentesche, dall’idea secondo cui la presenza delle religioni è destinata a diminuire mano a mano che avanzano la modernità e la scienza, di cui i primi studiosi di questa materia si consideravano gli araldi, così che si aspettavano di poter fare da notai e stendere presto o tardi l’atto di morte della religione. Poiché le religioni tardavano a morire, le loro idee – senza cambiare nell’ispirazione generale – si sono trasformate in teorie sempre più sofisticate della “secolarizzazione”.
    Uno dei postulati di queste teorie è che la modernità porta con sé la democrazia e la libertà religiosa, che erodono le strutture di plausibilità delle religioni. Se c’è una religione sola – ragionavano questi sociologi – è ancora possibile che qualcuno ci creda veramente. Ma se regna la libertà religiosa e ce ne sono molte, non potendo credere a tutte, si finirà per non credere a nessuna.
 
Mercato, non supermarket
    I fatti si sono ostinatamente rifiutati di conformarsi a queste teorie. Diffondendosi la democrazia e il pluralismo religioso le fedi non sono scomparse. Anzi, è proprio nei Paesi dove ci sono più religioni – come gli Stati Uniti – che c’è anche più religione: più persone si dichiarano religiose, più numerosi sono coloro che frequentano i luoghi di culto. Sono osservazioni già disponibili per i lettori dell’Ottocento sotto la penna di Alexis de Tocqueville (1805-1859) e che, proprio citando Tocqueville, Papa Benedetto XVI ha ripetuto nel corso del suo viaggio negli Stati Uniti del 15-21 aprile.
    Proprio facendo leva sul caso americano, Stark ha gradualmente sostituito al “vecchio paradigma” della secolarizzazione come portato necessario della modernità e del pluralismo un “nuovo paradigma”, secondo cui la compresenza di più religioni giova alla religione nel suo insieme.  La concorrenza stimola infatti le energie delle varie “aziende” che operano sul “mercato religioso”, le spinge a fare di più e a proporre “prodotti” più graditi dal pubblico.
    La metafora economica può piacere o no, ma non significa affatto che Stark consideri le religioni una cosa da supermercato, né che si disinteressi delle dottrine. Al contrario, il centro del “mercato” è la dottrina (il “prodotto”), che dunque ha ruolo centrale nel “nuovo paradigma” laddove il “vecchio” tendeva a spiegare il successo delle religioni con fattori extrareligiosi come la povertà o le crisi politiche. Esso si poneva, infatti, sbagliando, “dal lato della domanda” e cercava nella storia i fattori che fanno crescere o diminuire la domanda di religione. Stark, invece, osserva “dal lato dell’offerta»” giacché è appunto l’offerta religiosa che cambia continuamente mentre la domanda resta molto costante.
    Ne La scoperta di Dio s’ipotizza che sia così fin dalla preistoria (il che equivale a dire che la religione ha qualcosa a che fare con la stessa natura umana) e che anche la distribuzione dei consumatori religiosi in “nicchie” – le quali dividono chi cerca un’esperienza religiosa molto intensa da chi la vuole più blanda – potrebbe essere rimasta costante non solo per secoli, ma per millenni.
 
Sì, ma com’è nato Dio?
    Ma come è nata l’offerta, cioè le religioni? Stark svela la risposta finale che gli sembra più plausibile solo alla fine del libro. Procedendo dunque cautamente, lo studioso comincia notando che le religioni non nascono da vasti “comitati” o dal “popolo”: «una nuova cultura non “accade” semplicemente e né le tribù né le società inventano alcunché. L’innovazione è il lavoro di individui o al massimo di piccoli gruppi».
    Naturalmente sappiamo molto poco di una eventuale “economia religiosa” nella preistoria e nella protostoria, ma – nota Stark – sappiamo almeno che non c’erano Stati forti in grado d’imporre una religione ufficiale. Non così invece all’epoca delle “religioni del tempio”, che erano un’appendice dello Stato, avevano un clero statale e contavano sullo Stato per sopprimere la concorrenza.
    La conseguenza, come il sociologo statunitense documenta attraverso un’ampia ricognizione, è quella tipica delle economie religiose monopolistiche. Ufficialmente tutti erano religiosi, ma ciò si riduceva al sostegno economico (obbligatorio) dei templi, le cui cerimonie spesso erano condotte dal clero senza neppure la presenza del popolo. Nonostante le apparenze contrarie, non si trattava di una religiosità popolare e diffusa. Del resto, questo quadro della decadenza della religione “di Stato” precristiana corrisponde, fin nel linguaggio, a quello dipinto da Benedetto XVI nella prima parte dell’enciclica Spe salvi. La concorrenza l’avrebbe poi messa definitivamente in crisi.
 
Un Dio, quale che sia?
    Ora, l’istituzionalizzazione della religione propone due tipi diversi di fedi: quelle per cui Dio (o il divino) è una “essenza” ovvero un’energia impersonale e remota, e quelle dove Dio è concepito come un Essere personale che si occupa del mondo. Ebbene, Il “mercato” delle religioni mostra inequivocabilmente il successo della seconda proposta. Ma se il monoteismo è persuasivo soprattutto quando ci parla di un Dio che si occupa di noi, allora appare anche logico che questo Dio non rimanga silenzioso e si riveli.
    Non tutte le rivelazioni, però, sono uguali. Stark propone un’analisi senza reticenze dell’islam di cui mostra l’essenza nel carattere imprevedibile del suo Dio, che non dispone il mondo secondo ragione, così che di questo mondo non si può avere conoscenza certa, dovendo invece sottomettersi a quanto rivelato nel Corano e all’autorità politica che – secondo diversi percorsi – continua nella storia la missione del Profeta.  Stark non cita mai Benedetto XVI né il discorso di Ratisbona, ma le conclusioni sono del tutto analoghe quanto al rischio che questa nozione di Dio spinga a risolvere le controversie con un appello non alla ragione, ma alla forza.
    È qui, allora, che il sociologo può finalmente tirare le proprie conclusioni. Da dove nasce la religione? O è una invenzione umana o viene da un Dio che si rivela.  Si è sempre detto che le scienze umane non si occupano delle prove dell’esistenza di Dio né del fatto che Dio esista o meno poiché questo sarebbe un “giudizio di valore” mentre il metodo scientifico è per definizione value-free. Stark ha condiviso la tesi per anni, ma oggi non è più così sicuro che l’affermazione secondo cui le religioni esistono perché un Dio personale si è rivelato agli uomini sia un “giudizio di valore” rispetto al quale la sociologia non ha niente da dire.
 
Un atto di fede (atea)
    Se Dio non esiste, non c’è nessuna religione “ispirata”, il che rende puerili certe difese d’ufficio dell’islam da parte di accademici occidentali atei. Ma per Stark la sociologia, come ogni scienza, permette di concludere che è eminentemente plausibile che Dio esista. Per negare quanto sembra evidente ci vuole, paradossalmente, un atto di fede (atea) e, dice Stark, «non sono più sufficientemente arrogante o ingenuo per pronunciare questo atto di fede».
    Naturalmente, il fatto che una religione presenti credenziali più credibili di un’altra come autentica rivelazione divina non significa necessariamente che essa continuerà ad affermarsi nella storia. Il sociologo fedele alla propria professione ricorda sempre il ruolo centrale della demografia, con i cristiani, oggi, sempre meno prolifici e i musulmani, compresi quelli europei, il contrario . E però la sociologia, che con Stark ha oggi autorevole voce in capitolo nell’interrogarsi dell’uomo su Dio, sulla sua esistenza e sulla sua natura, resta incapace, fortunatamente, di condizionare il disegno intelligente  di Dio sulla storia.