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L'Orologio di Putin Segna l'Ora Sbagliata

La Russia ha riattivato il principale strumento di pressione di cui dispone in quelle che considera «aree di particolare interesse», moderno sinonimo di aree d'influenza. E nel momento in cui avvertono gli europei che il gas potrebbe loro mancare, i russi mettono tranquillamente in conto una serie di segnali rivolti anche all'America di Obama. L'orologio del Cremlino segna l'ora sbagliata

Franco Venturini - Corriere della Sera 23 dicembre 2008

 

Con cinico tempismo, mentre dilagano ovunque i timori per la crisi economica, la Russia torna a sfoderare la sua «arma energetica»: se l'Ucraina non pagherà i debiti entro il primo gennaio noi interromperemo le forniture di gas - avverte Mosca - e in tal caso è possibile che anche gli approvvigionamenti diretti in Europa risultino ridotti. Esattamente come nei primi giorni del 2006, quando l'Italia e altri Paesi europei trattennero il fiato al pensiero che la lontana lite tra russi e ucraini si trasformasse in una vicinissima riduzione di riscaldamento all'interno delle nostre case. Perché, ed è questa la motivazione formale dell'avvertimento di Gazprom, la gran parte del gas russo a noi destinato transita dall'Ucraina. E gli ucraini, sempre secondo Mosca, hanno il vizietto di compensare il gas che non arriva più sul loro mercato servendosi a piacere di quello in transito. Sono bugie, risponde Kiev, gli europei possono stare tranquilli perché noi non abbiamo mai rubato e non ruberemo il «loro» gas. Sta di fatto che a capodanno del 2006, prima del rapido superamento della controversia, in Europa arrivò una quantità di gas nettamente inferiore a quella che i russi giuravano di aver immesso nei gasdotti via Ucraina.

 

I dettagli tecnici della controversia sono noti. Kiev deve a Mosca 700 milioni di euro di forniture, e non sembra avere la possibilità, complice una grave crisi economica, di completare il pagamento della somma entro il primo gennaio come Gazprom esige. Con l'anno nuovo dovrebbe dunque scattare la chiusura dei rubinetti per il gas diretto in Ucraina, e tornerebbero d'attualità le reazioni a catena sopra descritte.

 

Ma più dei dettagli tecnico-finanziari, a colpire sono le implicazioni politiche della intransigenza preannunciata da Gazprom (e dunque da Medvedev e da Putin). Agitando lo spauracchio del blocco delle forniture all'Ucraina, la Russia sa benissimo di colpire un Paese in pieno marasma. Gli aiuti del Fondo monetario internazionale non basteranno ad alleviare il crollo economico di Kiev, e in politica, dopo un tira e molla poco edificante, le cose non sono andate come sperava Mosca. Il primo ministro Yulia Timoshenko, l'ex pasionaria della Rivoluzione Arancione del 2004, prima ha litigato con il presidente Yuschenko, poi si è avvicinata al filo-russo Yanukovich (ed era ovviamente questa la carta del Cremlino), infine ha concluso un nuovo accordo con Yuschenko lasciando Medvedev e Putin con un palmo di naso. Davvero dovremmo pensare che la linea dura decisa a Mosca sia estranea a questo balletto finito male? Non è stato forse riattivato il principale strumento di pressione di cui la Russia dispone in quelle che considera «aree di particolare interesse», moderno sinonimo di aree d'influenza?

 

Non basta. Nel momento in cui avvertono gli europei che il gas potrebbe loro mancare (per colpa dei furti ucraini, s'intende) i russi mettono tranquillamente in conto una serie di segnali rivolti all'Occidente. Gli Usa e qualche europeo vogliono l'Ucraina nella Nato? Ora vi mostriamo fino a che punto Kiev dipende da noi, e così rafforziamo quella maggioranza che dice «no» ogni volta che i sondaggi interrogano gli ucraini sull'adesione all'Alleanza. Non vi piace questo metodo? Allora accogliete la nostra proposta di ridiscutere tutta l'architettura della sicurezza europea, regole di comportamento comprese. Gli Usa stanno per avere un nuovo Presidente? È bene che capisca subito che noi siamo decisi a difendere i nostri interessi.

 

Può darsi che i russi abbiano pensato tutto questo, che abbiano voluto punire l'Ucraina mentre con l'altra mano concludevano un sollecito compromesso energetico con la docile Bielorussia. Senza escludere che l'impatto della crisi economica-finanziaria, particolarmente pesante in Russia, abbia innescato una lotta di potere tra quei siloviki (ex uomini dei servizi) detentori di colossali interessi nel business energetico, e che pertanto la linea intransigente verso l'esterno corrisponda al classico tentativo di scaricare oltre confine le tensioni interne. Capire la Russia non è mai stato facile. Ma quali che siano oggi le vere ragioni delle scelte di Putin e Medvedev (probabilmente una combinazione di quelle sopra evocate), gli orologi del Cremlino continuano a segnare l'ora sbagliata: con Obama sull'uscio della Casa Bianca, agitare i pugni è controproducente per gli interessi russi. Figuriamoci per gli interessi europei.