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Zimbabwe e Somalia, due crisi umanitarie senza precedenti e nessuna via d'uscita

 

Anna Bono - Ragionpolitica 5/12/2008

 

Il 4 dicembre le autorità politiche dello Zimbabwe hanno dichiarato lo stato d'emergenza nazionale in seguito al dilagare di un'epidemia di colera scoppiata a settembre e che, con quasi 600 vittime accertate e oltre 12.000 casi di contagio, si sta rivelando la peggiore degli ultimi 15 anni. Nello stesso giorno il paese ha rivolto al mondo la richiesta di immediati aiuti alimentari per il valore di 450 milioni di dollari, che potrebbero salire a 550 se risultassero esatte le stime del Pam, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, secondo le quali sarà necessario assistere almeno fino a marzo due milioni di persone, e forse addirittura cinque milioni, se si vuole evitare che muoiano di fame.

 

La crisi economica che attanaglia il paese, da quando nel 2000 la maggior parte delle imprese agricole per il mercato sono state confiscate, sta producendo i previsti, drammatici frutti: mancano acqua potabile ed energia elettrica, medicinali e personale medico, l'intero sistema sanitario è al collasso. Il ministro della Sanità uscente raccomanda ai suoi connazionali di non stringersi la mano quando si incontrano, ma nessuno può fare a meno di bere e mangiare. Impassibile, un'intera classe politica assiste all'assurda, imperdonabile agonia di una nazione ricca di risorse e un tempo in grado di esportare cereali e raccolti pregiati come il tabacco: invece di superare i contrasti e unirsi per il bene comune, il presidente Robert Mugabe, primo responsabile della crisi, e i leader dell'opposizione continuano infatti a perdere tempo contendendosi il ministero degli Interni e rimandando la riforma costituzionale che, secondo gli accordi stipulati a settembre per risolvere la crisi post elettorale iniziata otto mesi or sono, prevede l'istituzione della carica finora assente di primo ministro, necessaria per bilanciare il potere del capo dello Stato affidando la guida del governo all'opposizione, e consentire finalmente la creazione di un governo di unità nazionale.

 

Molto più a nord, in Somalia, sta succedendo qualcosa di analogo e forse di peggio ancora. Circa il 43% della popolazione, più di 3,5 milioni di persone, ha immediato bisogno di essere sfamata. Particolarmente critica è la situazione dei profughi, che si contano a centinaia di migliaia: negli ultimi 10 mesi hanno lasciato la capitale Mogadiscio 600.000 sfollati, il 60% della popolazione, i campi di raccolta sono sovraffollati e il rischio di epidemie è elevatissimo. Dall'inizio dell'anno, inoltre, i civili morti a causa dei combattimenti tra forze governative e milizie ribelli sono 10.000. Come in Zimbabwe, anche in Somalia le autorità politiche - in questo caso i capi clan e di lignaggio che rifiutano di collaborare e sono responsabili degli infiniti stenti patiti dai loro connazionali nei 17 anni di guerra trascorsi dalla caduta nel 1991 del dittatore Siad Barre - si dimostrano indifferenti oltre ogni immaginazione. Ad agosto le tensioni tra il presidente della Repubblica Abdullahi Yusuf Ahmed e il primo ministro Nur Hassan Hussein avevano portato a una crisi di governo tuttora irrisolta. Il 16 novembre Hussein ha presentato un nuovo esecutivo che il capo di Stato ha respinto.

 

Nel frattempo i rappresentanti del governo e dell'Ars, l'Alleanza per la ri-liberazione della Somalia che raccoglie una parte dello schieramento antigovernativo, hanno raggiunto a Gibuti, dopo mesi di colloqui, un accordo. Tra le condizioni poste dall'Ars e accolte dal governo figura il ritiro delle truppe etiopi che per due anni hanno rallentato la riconquista del territorio somalo da parte dei gruppi integralisti legati al terrorismo islamico internazionale, che non hanno partecipato ai negoziati di Gibuti e che di recente hanno conquistato altre città tra le quali l'importante porto di Merca. Il 25 novembre Addis Abeba, con una lettera inviata al segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha accettato ufficialmente la decisione dei leader somali impegnandosi a lasciare il paese entro la fine del 2008, e ha già incominciato a ritirare le proprie truppe. Un secondo punto dell'accordo di Gibuti prevede la spartizione del potere tra i firmatari. Per realizzarla le parti hanno concordato di raddoppiare i membri del parlamento, che passeranno quindi da 275 a 550: questo in un paese che muore di stenti e crepacuore.