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Con Hillary Clinton la politica estera Usa sarà ambiziosa ma non incisiva

 

l'Occidentale 4/12/2008

 

La scelta di Hillary Clinton alla carica di Segretario di Stato da parte di Barack Obama può essere considerato, a giusto titolo, tanto un clamoroso capolavoro politico quanto, al contrario, l’ennesima dimostrazione del delirio di sicurezza nei propri mezzi che contraddistingue il Presidente eletto. Siamo più inclini a dare per buona quest’ultima lettura, anche se, in fin dei conti, poco ci importa, dato che sarà lui doversela vedere con i coniugi Clinton.

 

Il calcolo politico che soggiace a tale scelta sembra abbastanza chiaro: meglio avere la “macchina” Clinton come alleata, piuttosto che averla come avversario-critico, fuori dell’Amministrazione. Ed è proprio per questo che le prime scelte di Obama sono piene di “clintoniani” di ogni risma: da John Podesta, chiamato a gestire il suo team di transizione, a Rahm Emanuel come Chief of Staff della Casa Bianca; da Eric Holder alla Giustizia fino ad arrivare alla ex first lady a capo della Diplomazia.

E’ abbastanza sconvolgente per un candidato come Obama che, durante le primarie, si è presentato agli elettori Democratici come l’alternativa ai metodi politici “clintoniani”. Forse Obama immagina che una mossa del genere non creerà malcontento, ma al contrario, coagulerà il consenso di tutto il partito Democratico. Tanto la scelta di riconfermare Robert Gates al Pentagono gli consentirà di conquistare qualche consenso in campo Repubblicano, quanto la scelta della Clinton al Dipartimento di Stato lo metterà al riparo da critiche provenienti dal campo Democratico. Senza contare che questa mossa disarma il campo e la macchina raccolta fondi dei Clinton, qualora l’ex first lady fosse stata solleticata dall’idea di una nuova sfida presidenziale nel 2012.

 

E’ chiaro che questi calcoli politici debbano essere stati predominanti, dato che la Clinton non può di certo apportare particolari competenze nel quadro dell’incarico affidatole. La sua migliore qualità è senza dubbio un’innegabile etica sul lavoro. Certo, si è cimentata con questioni di politica estera durante i suoi incarichi nelle commissioni del Senato, ma è altrettanto vero che la sua presenza non ha avuto forte incidenza sugli eventi. La sua ostilità alla politica estera di Bush si muoveva, più che altro, nel solco polemico classico che dipingeva l’Amministrazione non in grado di aprire tavoli negoziali con gli Iraniani, Nord-Coreani e gli altri dossier caldi.

 

Non ci è difficile immaginare una Hillary Clinton intenta a riprendere il lavoro lasciato a metà da Condoleeza Rice e Nick Burns, a loro volta intenti durante tutto il secondo mandato Bush a riallacciare diplomaticamente proprio con quelle parti. Ancora più bislacca questa scelta, qualora il tentativo di Obama fosse quello di riecheggiare l’età dell’oro della Presidenza Clinton. Noi la ricordiamo piuttosto come un’era di pace illusoria, in cui i problemi marcivano con troppo poca attenzione da parte degli Stati Uniti. Al Qaeda scorrazzava indisturbata, Saddam Hussein bandiva gli ispettori ONU e sfruttava il programma Oil for Food, la Corea del Nord si imbarcava in un programma nucleare segreto, scendeva il sipario sulla primavera politica della Russia post-Guerra Fredda, e il pachistano Abdul Qadeer Khan spargeva ai quattro venti la tecnologia per lo sviluppo di armamenti nucleari.

 

Ora, ciò che appare chiaro è che la vera scommessa di Obama sia di tentare di associare la propria Presidenza al sistema di potere clintoniano. Di fatto, in qualità di Segretario di Stato USA, la Clinton avrà un ruolo molto determinato rispetto al mal definito ruolo di Vice Presidente (tanto per parlare del Vice eletto non può restargli molto da fare e da dire, con Robert Gates al Pentagono e i Clinton intorno). Il Dipartimento di Stato è stato l’incarico a cui, da sempre, ha ambito il Vice Biden, ed è probabile che qualcosa muoia in lui, in ogni istante, al solo pensiero di doversi conformare al silenzio stampa impostogli sulla composizione del team di Obama.

 

Parallelamente questa situazione espone tanto Bill Clinton quanto il suo ‘emissario’, sia ad un chiacchiericcio irreprensibile, sia ad un’inevitabile querelle. L’era post-presidenziale di Bill può essere definita, con minimo difetto di approssimazione, come una vasta operazione di raccolta-fondi, rivolta a sé stesso, alla sua biblioteca, alla sua eredità, e alle sue cause caritatevoli. Obama ha affermato che Bill Clinton, abbia acconsentito (secondo richiesta) a rendere noti i nomi di quei circa duecentomila donatori della sua Fondazione. Diamo qualche anticipazione: guardare alla voce Sceicchi arabi, monopolisti Sud Americani e personaggi poco lustri.

 

Il potenziale di sfacciati conflitti di interesse cui l’incarico affidato alla Clinton potrebbe dar luogo, è assai rilevante; e nel nominarla, Obama sembra aver voluto scommettere sulla rapida chiusura del “caso donatori”. Considerata la storia di Clinton con, in ordine di apparizione, l’indonesiano Riady e Johnny Chung del Gruppo Lippo e il compadre Thomas “Mack” McLarty dello Stato dell’Arkansas, passato alle cronache per certi suoi viaggi d’affari nelle Americhe (tanto per fare qualche nome), ci auguriamo che il Presidente–eletto sappia in che cosa si sta infilando. Il Senato avrà l’obbligo di ispezionare e render pubblico la “macchina” raccolta fondi dei Clinton, assegno per assegno, con tanto di nomi, date e ammontare precisi.

 

E ancora, scegliendo Hillary Clinton, Obama sta dando lavoro a qualcuno di cui non si potrà facilmente sbarazzare. Generalmente questo è un errore, come ha imparato a sue spese il Presidente Bush con Colin Powell. La libertà di poter attribuire a un consigliere presidenziale la responsabilità per una cantonata politica è cruciale per la protezione della credibilità della Presidenza. Se Obama volesse lasciare la Clinton a briglie sciolte sappia che, con alte probabilità, si ritroverà con tutto il suo entourage nei paraggi (non solo Bill, ma anche Carville, Begala, Ickes, Blumenthal, McAuliffe e così via). Questo stesso gruppetto tramerà per mantenere intatta la sua reputazione, ogniqualvolta ci sarà un errore di cui dare conto; e lo farà con le solite soffiatelle ai media, con tutti i suoi colleghi a farne le spese, Presidente compreso.

 

Forse Obama sarà abbastanza astuto da riuscire a gestire tutto questo, comprese le “prime donne” che sta radunando nel suo governo. Un segnale di valore inverso è stata la scelta dell’ex Generale dei Marines, James Jones, alla carica di Consigliere per la Sicurezza Nazionale: si tratta di una presenza abbastanza assertiva per certe dispute burocratiche abbastanza prevedibili. Bush e la Rice non sono riusciti a risolvere lo stesso problema per buona parte del primo mandato.

 

D’altro canto, la scelta di un “Team of Rivals” di lincolniana memoria a cui sembra ammiccare l’attuale composizione del gabinetto Obama non può che apparire qualcosa di più che una malcelata forma di hubris. Honest Abe (il soprannome attribuito a Lincoln, ndt.), ebbe a che fare con consiglieri litigiosi e generali traditori, prima di vincere la Guerra Civile. Non siamo certi che possa esserci un training adeguato al quale Obama possa sottoporsi per arginare la proverbiale e incontrollabile ambizione che ha, da sempre, condotto i Clinton.

 

© The Wall Street Journal

Traduzione Edoardo Ferrazzani