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Elogio di Bush

di Raffaele Iannuzzi - Ragionpolitica 23/10/2008

Troppo facile sbattere il mostro in prima pagina. In questo caso, il presidente-mostro in prima pagina. Bush il maledetto. Il peggior presidente degli Stati Uniti di sempre... E via di questo passo. La storia, in questi casi, è la strada maestra. Bush sarà ricordato come uno dei presidenti americani più importanti di questo secolo. Perché senza Bush oggi avremmo ancora Saddam e faremmo a gara nel corteggiarlo e nel blandirlo, sperando di non vederlo, in men che non si dica, alleato dell'antico nemico, armato fino ai denti, l'Iran di Ahmadinejad.

Bush ha, dunque, deciso un'epoca storica, chiudendone un'altra. La guerra da lui annunciata non era una guerra qualunque, perché era (ed è) in gioco la nostra libertà. Una guerra per la libertà. Un modo di concepire la storia assolutamente distante dal cinismo giacobino delle élites dell'Europa continentale che, infatti, hanno fatto a gara nel primeggiare nell'anti-americanismo istituzionale. Non avevamo mai visto presidenti e cosiddetti «statisti» sputare addosso al presidente dell'unico impero ancora degno di questo nome, gente che aveva fatto affari con Saddam (come Chirac) rivoltarsi rabbiosamente contro chi aveva subìto, a casa sua, una catastrofe. L'infamia dell'Europa sedicente «pacifista», cioè giacobina e violentemente ideologica. Almeno fino all'avvento di Sarkozy. Oggi le cose sono un po' diverse, ma è ancora presto per tirare le somme sull'anti-americanismo dell'eurocrazia parassitaria.

Non solo. Bush è anche colui che ha cambiato la strategia in Iraq, facendo salire sul carro dei vincitori il generale Petraeus e la sua teoria delle «insorgenze belliche» territoriali. Un passo non da poco e un risultato dovuto interamente all'attuale presidente.

Ma - si sa - l'opinione pubblica domina la democrazia come atmosfera civile, come aria che si respira, e così la partita era già giocata e vinta dagli anti-bushiani. Eppure il «conservatore compassionevole», ex governatore del Texas, si era mosso bene anche sul piano sociale. D'altra parte, l'affossatore del Big Government fu, a suo tempo, Bill Clinton, che distrusse gli assetti sociali in un memorabile discorso del 1996. Dunque, l'Obama che crede di vincere deve sapere che la sua sinistra liberal-radical non farà molta strada con un Clinton longa manus della Casa Bianca.

Ma insistiamo ancora sul nodo della filosofia sociale di Bush. Dunque, egli, dopo aver sperimentato la bontà delle ricette di Marvin Olasky, il teorico del compassionate conservatism, riesce a foraggiare a puntino la sanità, tanto da essere accusato, anche da certi senatori democratici, di essere un «socialista» - accusa che, da quelle parti, corrisponde ad una scomunica latae sententiae. Sempre lo sprovveduto Obama parla della crisi della sanità, ma non tira mai fuori le cifre vere, perché, altrimenti, sarebbe costretto a rincorrere Bush sul terreno del compassionate conservatism. L'America post-crisi dei subprime e derivati regge ancora anche perché Bush ha avuto senso politico e di ciò ha usufruito l'intero sistema sociale.

Dunque, Bush esce di scena. Ma a testa alta. E i soloni, progressisti e non, che lo spernacchiano oggi, quando è al minimo storico di consenso, dovrebbero temere soltanto una cosa: la vittoria di Obama. Perché, se Obama vince, a Bush non resterà altro che attendere la propria «riabilitazione». E sui Democrats, coinvolti nel medesimo destino «nullistico» di tutta la sinistra mondiale, pioverà la sentenza finale.