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La crisi finanziaria non è crisi dell'Occidente

di Stefano Magni - Ragionpolitica 23/10/2008

Non c'è nessun tramonto dell'Occidente. La crisi finanziaria che ha flagellato l'America e l'Europa non ha travolto il sistema occidentale e, soprattutto, non ha determinato l'ascesa di potenze o civiltà esterne all'Occidente. Con buona pace degli autori convinti di assistere alla «fine dell'impero» (Toni Negri, in buona compagnia di Hugo Chavez e Mahmoud Ahmadinejad), la crisi nasce e verrà risolta all'interno del mondo libero occidentale, mentre il resto del mondo non fa altro che subirne le conseguenze e accettarne le soluzioni.

Prima di tutto è bene sottolineare che la crisi finanziaria non ha travolto il sistema occidentale, né negli Usa, né in Europa. Non esiste alcuna forza politica rilevante che proponga un cambiamento del sistema democratico e di libero mercato. La richiesta (legittima) è di cambiare le regole che hanno portato alla crisi, ma all'interno dello stesso sistema. Anche Fareed Zakaria, autore liberal, direttore di Newsweek, dunque non sospettabile di sciovinismo neocon (fu lui a predire l'ascesa inevitabile di un sistema multipolare), dubita che si ritorni all'autoritarismo economico del secolo scorso. «Quarant'anni fa - scriveva nel suo ormai famoso editoriale The Age of Bloomberg (4 ottobre) - i governi della maggioranza dei paesi controllavano la moneta corrente, che non era libera di fluttuare. Spesso possedevano le grandi compagnie dell'acciaio, quelle meccaniche, le compagnie telefoniche e le banche. Fissavano i prezzi dei biglietti aerei, le tariffe telefoniche, le commissioni bancarie e il costo del cemento. Le tariffe erano di gran lunga più alte che nell'attuale mondo industrializzato. Qualcuno forse può pensare che si ritorni a quel mondo? Non possiamo». La crisi provocherà non la fine dell'era occidentale, ma la fine di un periodo di vita dell'Occidente. Secondo Zakaria stiamo entrando in quella che egli ironicamente chiama «l'Era Bloomberg», in cui non basta affermare i propri valori, ma occorre persuadere gli altri ad accettarli.

In un forum di esperti organizzato dal Council on Foreign Relations, Adam Posen afferma che il declino dell'America ci sarà solo in parte. In parole povere quelle singole politiche che verranno proposte dagli Usa non verranno più seguite ciecamente. Ma le alternative non potranno che essere all'interno dei paletti del liberalismo e della democrazia. Quei sistemi che «intraprendessero vie alternative al mercato, o politiche illiberali, finirebbero con il danneggiare le proprie economie più di quanto abbia fatto l'eccesso del nostro laissez-faire». Anche Joseph Nye, studioso di relazioni internazionali e ideatore del concetto di soft power (il potere persuasivo, contrapposto all'hard power militare), è convinto che non si assisterà al declino della civiltà occidentale, per lo meno «non nel corso di questa vita».

Zakaria fa notare come l'attuale crisi non sia senza precedenti. Il mondo capitalista ne ha vissute di peggiori e, gradualmente, sta migliorando i suoi metodi per affrontarle. «La durata media delle crisi dal 1854 al 1919 era di 22 mesi - scriveva in The Age of Bloomberg -. Negli ultimi due decenni le crisi durano in media 8 mesi. Tra il 1854 e il 1919, l'economia americana si è contratta, in media, ogni 49 mesi. Negli ultimi due decenni sono passati 100 mesi tra una contrazione e l'altra». In nessun caso, né nelle più frequenti e lunghe crisi del passato, né in quelle più recenti, il sistema capitalista è morto. Non c'è alcuna ragione di credere che muoia proprio in occasione di questa crisi, quando, ormai, governi e privati hanno accumulato secoli di esperienza per far fronte a situazioni di questo genere.

Se c'è da attendersi che la soluzione di questa crisi arrivi dall'interno del mondo occidentale, è molto difficile pensare che qualche altro sistema alternativo si imponga sul nostro. In primo luogo, tutte le economie non occidentali hanno risentito di quanto partito dall'Occidente, con effetti anche più drammatici. Il che vuol dire che non esistono al mondo sistemi che possano fare a meno del nostro traino economico. Nessuno si è salvato: potenze emergenti come la Russia e il Brasile hanno dovuto chiudere più di una volta le loro borse per eccesso di ribasso; la Cina ha dovuto ordinare interventi straordinari alla sua banca centrale, ma non ha evitato il crollo della borsa di Shanghai, che ha perso più di 8 punti nella prima settimana di crisi; per la finanza islamica (che vanta la sua superiorità etica rispetto a quella occidentale), il colpo è stato durissimo: nella prima settimana di ottobre, l'economista saudita Abdulwahab Abu-Dahesh parlava di «catastrofe» delle borse arabe. L'analista Ahmed Hefnawi affermava che ormai si era al panico, dato che tutti i settori erano stati colpiti dalla crisi già nei primi giorni. Il quotidiano Bahrein Tribune, il 9 ottobre, parlava di «bagno di sangue»: nei quattro giorni precedenti, i mercati arabi avevano bruciato 200 miliardi di dollari.

Sarebbe molto autoreferenziale, poi, concentrarsi sulle debolezze dei sistemi economici occidentali e non vedere l'estrema fragilità delle economie extra-occidentali. Da dove dovrebbe mai arrivare il salvataggio dell'Occidente «avido»? Dalla Cina? Nella Repubblica Popolare, il sistema produttivo è fortemente dipendente dalle esportazioni e la crisi nei paesi compratori non ha giovato. La mancanza di scrupoli delle aziende parastatali cinesi e la presenza del regime a tutti i livelli della produzione industriale hanno fatto sorgere scandali come quello del latte alla melamina: solo quell'errore, e soprattutto il tentativo di insabbiarlo per un mese intero, sono costati alla Cina un crollo di fiducia nei suoi clienti, quantificabile in 16 miliardi di euro e il rischio di una perdita di 3 milioni di posti di lavoro. Per il terzo trimestre del 2008, Pechino registra una crescita del 9%: la più bassa degli ultimi 5 anni.

Verremo salvati dai tre paesi esportatori di gas e petrolio, che cercano di mettersi assieme per costituire un sistema economico alternativo a quello occidentale, cioè Russia, Venezuela e Iran? Appunto perché sono esportatori di gas e petrolio, questi paesi si sono semplicemente seduti sulle loro risorse, guadagnando soldi facili dalla loro vendita a clienti fissi. Ma non sono stati capaci (o non hanno voluto) di produrre altro. La Russia, la più avanzata delle tre nazioni esportatrici, non ha ancora un sistema industriale al passo coi tempi. «Dei 6000 brand che dominano il mondo, nessuno è russo», faceva semplicemente notare il giornalista iraniano esule Amir Taheri in agosto. Per quanto riguarda tecnologia, innovazione e brevetti, la Russia è ancora in gran parte dipendente dall'Occidente. Con il calo dei prezzi delle materie prime che si è avuto dopo la crisi, la Russia dovrà riformarsi (in senso occidentale) o immiserirsi: non ha alternative. Per il Venezuela e l'Iran la situazione è ancora peggiore, perché non hanno letteralmente altro che il petrolio. E con i prezzi che sono scesi al di sotto della loro «soglia di allarme» rischiano di non poter più mantenere i loro apparati di Stato.

Verremo salvati dagli staterelli del Golfo o dall'Arabia Saudita? Abbiamo già visto qual è l'impatto che hanno subito dalla crisi. I loro governi si sono affrettati a intervenire per limitare i danni, ma non possono fare altro. Non possiamo attenderci molto da paesi che, più ancora che la Russia, l'Iran e il Venezuela, si limitano a vendere petrolio estratto ancora con i macchinari installati da compagnie americane e inglesi negli anni '50. Paesi i cui abitanti non lavorano, dove il tasso di analfabetismo è ancora superiore al terzo della popolazione e in cui la parte ricca della cittadinanza si rilassa in grattacieli costruiti da schiavi (letteralmente schiavi) stranieri.

Verremo salvati dall'India? La grande democrazia asiatica ha già più caratteristiche di una potenza emergente. Ha grandi menti, grandi università e dei livelli di eccellenza in tutti i campi. Ma i pogrom contro i cristiani, che stanno andando avanti da due mesi e hanno provocato un'ondata di 50 mila profughi, non sono solo un caso di violazione massiccia dei diritti umani, sono un sintomo grave: è la battaglia degli induisti contro chi (come i cristiani) vuole abolire il sistema delle caste. Una potenza che si priva di una fetta della sua popolazione (e stiamo parlando di milioni di individui, di menti, di idee), solo perché la considera «intoccabile» sin dalla nascita, non è che un gigante dai piedi d'argilla.

No, la salvezza dell'Occidente non verrà da economie, tutte più o meno fondate sulla rapina. La salvezza non può che venire da noi. L'Occidente ha ancora il monopolio sulla ricchezza principale: la libertà delle sue menti creative. L'economia, più ancora che sulla produzione di beni reali, si fonda sulle idee. Solo menti libere producono idee.