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Fisiologia del capitalismo

di Aldo Vitale - Ragionpolitica 14/10/2008

La crisi che in questi giorni sta scuotendo e percuotendo le borse ed i sistemi economico-finanziari di tutto il mondo è senza dubbio uno dei momenti peggiori della storia del capitalismo internazionale e statunitense in particolare. Le ragioni e le cause della crisi sono del resto profonde e variegate ed il fior fiore degli analisti deve forse ancora venirne a capo in maniera definitiva, motivo per cui non è certo questa la sede per poter fornire una prospettiva tecnica e dettagliata della situazione. Tuttavia un'analisi è possibile per ciò che riguarda la questione generale del problema.

Infatti, mentre gli istituti di credito entrano in crisi, all'estero molti di essi addirittura falliscono, gli investimenti sono messi a dura prova, gli investitori grandi e piccoli rischiano di vedere andare in fumo tutto il loro guadagno, una parte sempre crescente dell'opinione pubblica sembra stia a guardare la triste vicenda con un non poco velato spirito di sinistra soddisfazione. In certi ambienti si sta facendo sempre più largo una convinzione che risulta essere tanto più errata quanto profondo è il suo radicamento nella mente di chi la ritiene vera. Si tratta, insomma, dell'idea che quanto sta accadendo sia dovuto ad una patologia del capitalismo. Molti, con non poca soddisfazione, hanno addirittura azzardato un paragone: il crack finanziario di questi giorni sta al capitalismo come il crollo del muro di Berlino sta al comunismo; insomma, si tratterebbe della fine dell'«utopia» capitalista, in sostanza della fine del capitalismo stesso.

Tralasciando tutte le distinzioni (trascurate non solo dagli anti-capitalisti, ma spesso dagli stessi sostenitori dell'economia di mercato) tra capitalismo, liberalismo e liberismo, una simile prospettiva non tiene conto di un dato incontrovertibile e fondamentale: in un sistema basato sull'economia di mercato quanto sta accadendo è anticipato dallo stesso sistema. Che un'impresa o un istituto di credito possano fallire il sistema di economia di mercato lo annuncia fin dall'inizio, proprio perché si tratta di quella specie di «selezione naturale» che al suo interno vige, e che fa da incubatrice per la concorrenza e quindi per la libertà economica da un lato e per la garanzia del consumatore dall'altro. In un sistema ad economia pianificata, invece, l'impostazione è del tutto diversa, proprio perché a mancare è la libertà economica, sostituita appunto dalla pianificazione.

La conseguenza è semplice: se il fallimento di una impresa si verifica nel sistema basato sull'economia di mercato, gli effetti non si estendono al sistema nella sua interezza, o comunque solo per un tempo limitato (si ricordi la crisi pienamente superata, a prescindere dalle modalità, del 1929); diversamente, in un sistema ad economia pianificata un evento simile si ripercuote a catena sull'intero sistema che addirittura ne aggrava le conseguenze (si pensi all'esperienza sovietica, mai più ripetuta e mai più ripetibile proprio per questo). In sostanza: mentre nel sistema capitalista l'«errore» è contemplato fin dall'inizio, poiché fin dall'inizio è contemplata la libertà, compresa quella di commettere errori che come tali restano circoscritti dal resto del sistema, nell'economia pianificata proprio in quanto essa è pianificata l'errore non solo non è contemplato, ma nemmeno è contemplabile, in quanto ammettere l'errore anche solo in via ipotetica comporterebbe il riconoscimento della fallibilità della pianificazione stessa, e quindi lo smascheramento della imperfezione di un sistema che si pretende, si propone, e nella storia si impone come perfetto.

Resta tuttavia vero ciò che Giulio Tremonti ha scritto nel suo ultimo libro, cioè il rischio del «mercatismo», intendendosi con ciò un'esasperazione del sistema capitalista che lo stravolgerebbe a tal punto da non renderlo più nemmeno capitalismo. La soluzione è comunque a portata di mano, se solo l'epoca contemporanea non fosse così impegnata a ribadire la sua forzata e forzosa lontananza dai suoi stessi presupposti storici, culturali, etici e perfino economici. La soluzione è in definitiva la dottrina sociale della Chiesa, cioè la dottrina per cui la proprietà privata, la libertà economica, il capitalismo esistono, devono e possono esistere e rappresentano uno degli ambiti della realizzazione piena e completa della libertà dell'individuo, ricordando tuttavia che l'individuo è parte della ecclesia, cioè della comunità, della socialità cristiana. Per la dottrina sociale della Chiesa, insomma, l'individuo, essendo libero, non può che essere anche responsabile: nell'ambito economico, cioè, l'individuo può e deve essere un libero possessore di beni, purché non dimentichi che la sua libertà implica necessariamente la responsabilità nei confronti dei bisognosi. Tutto il pensiero di Luigi Sturzo, per esempio, rappresenta la pietra miliare di una simile concezione che alla dottrina sociale della Chiesa si rifà pur lasciando in vita i pregi del liberalismo e del capitalismo.

Occorre in sostanza recuperare e tornare ad attuare quella tradizione di pensiero economico che la Chiesa professa in germe da ben duemila anni, ma che trova pienezza di sintesi e sistematizzazione nelle opere magisteriali, in specie nelle encicliche sociali dell'ultimo secolo e mezzo, in cui brilla il pensiero economico cristiano, come ricorda su tutte la Rerum Novarum in cui viene citato San Gregorio Magno che, presupponendo libertà e responsabilità, così scriveva: «Chi ha dunque ingegno, badi di non tacere; chi ha abbondanza di roba, si guardi dall'essere troppo duro di mano nell'esercizio della misericordia; chi ha un'arte per vivere, ne partecipi al prossimo l'uso e l'utilità».