1

Sudafrica. L’era di Mbeki è tramontata

Anna Bono - Ragionpolitica 29/9/2008

Non è un buon anno per la democrazia in Africa. Mentre alle Nazioni Unite, uno dopo l'altro, i leader africani prendono la parola di fronte alla 63esima Assemblea Generale quasi tutti infilando nei loro discorsi accuse di ogni genere all'Occidente per giustificare i fallimenti in campo economico e sociale dei loro governi, in Sudafrica si compie un nuovo attentato alle istituzioni democratiche senza che una sola parola venga spesa per ammonire i responsabili.

Il 25 settembre Kgalema Motlanthe, vice-presidente dell'African national congress (Anc), è stato eletto dal parlamento presidente ad interim, carica che occuperà fino alle elezioni generali previste per il prossimo aprile. In effetti a decidere non è stato il parlamento, ma l'Anc, il partito di governo che controlla i due terzi dell'assemblea e a cui si devono le dimissioni che il presidente Thabo Mbeki è stato costretto a rassegnare il 21 settembre.

Si conclude così lo scontro interno all'Anc che per anni ha contrapposto a Thabo Mbeki Jacob Zuma, suo vice-presidente dal 1999, anno della vittoria elettorale che ha portato Mbeki alla guida del paese, al 2005, quando è stato destituito in seguito alle accuse rivoltegli di corruzione, frode e riciclaggio di denaro sporco. Sono seguiti anni di condanne, ricorsi, appelli e nuove sentenze. Malgrado ciò l'Anc lo ha eletto suo presidente a dicembre, incarico fino ad allora svolto da Mbeki. Questo equivale a dire che Zuma sarà sicuramente il prossimo leader del paese perché in Sudafrica il presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento, nel quale l'Anc detiene la maggioranza assoluta.

Poi lo scorso 12 settembre l'Alta Corte di Pietermaritzburg ha accolto un ennesimo ricorso di Zuma, questa volta per vizi procedurali e quindi non entrando nel merito della sua colpevolezza che resta da accertare: se mai lo sarà, a questo punto. La Corte ha disposto il non luogo a procedere e potrebbe essere una sentenza del tutto legittima, anche se molti osservatori sono convinti che i sostenitori di Zuma abbiano esercitato pressioni sui magistrati. Quel che importa è che il giudice Nicholson, presidente della Corte, ha deciso di dar credito ufficialmente alle voci secondo le quali le incriminazioni contro Zuma sono parte di un piano ordito da Mbeki e dalla sua corrente all'interno dell'Anc per eliminarlo dalla scena politica: «Non sono convinto che il ricorrente (Zuma, n.d.a.) sbagliasse quando denunciava interferenze politiche - afferma Nicholson - ritengo che non si possa escludere l'interferenza politica e sono del parere che ci sia stata fino a un tale livello da giustificarne l'inclusione negli atti».

Poche ore dopo l'Anc diffondeva una nota ufficiale contenente la grave dichiarazione che Zuma sarebbe stato perseguito «per spirito di vendetta» e una settimana dopo chiedeva e otteneva le dimissioni di Mbeki da presidente della repubblica.  In sostanza, uno scontro all'interno di un partito, a quanto sembra condotto da entrambe le parti in modo tutt'altro che corretto, sta decidendo della sorte di un paese. Per di più, come nel caso del Kenya all'inizio dell'anno, dello Zimbabwe a marzo e della Mauritania ad agosto, anche in Sudafrica non è questione di programmi politici, economici e sociali divergenti, ma di potere per il potere.

Ulteriore motivo di preoccupazione è dato dal profilo personale del futuro presidente, sostenuto dal partito comunista e dai sindacati e, si direbbe, privo della formazione necessaria a un buon amministratore. Zuma, che non ha ultimato neanche le scuole elementari, è convinto, ad esempio, come peraltro la sua ex amante e, soprattutto, ex ministro della sanità Tshabalala Mismang, che l'Aids non sia causato da un virus e si possa curare senza ricorrere ai farmaci «occidentali». Ne è talmente sicuro che, dopo aver violentato la figlia di un amico malata di Aids - reato dal quale è stato assolto dopo aver sostenuto che la vittima indossava una minigonna e aveva un atteggiamento provocante - si è limitato a fare una doccia, o almeno questa è stata la sua pubblica affermazione.

Si teme tra l'altro che imponga una riforma agraria in nome della giustizia sociale attuando una ridistribuzione delle terre coltivabili senza considerare come e da chi saranno utilizzate: lo Zimbabwe dimostra quanto catastrofici possano essere i risultati di una simile politica agraria. Di sicuro, oltre agli Zulu che sono la sua etnia, conta sulla fiducia dei sudafricani poveri, delusi e risentiti, che vedono come un'ingiustizia da sanare l'emergere di una classe media nera mentre, nonostante gli sforzi compiuti dal governo di Mbeki nei nove anni trascorsi, la disoccupazione tocca la soglia del 30% e milioni di persone ancora vivono praticando economie di sussistenza: quelle tradizionali e, nei centri urbani, quelle del cosiddetto settore informale.