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L'America ha vinto a prescindere

Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 26/9/2008

Le cronache sul tramonto dell'egemonia americana si sono comodamente accasate nei nostri luoghi comuni. Anche le notizie non aiutano la superpotenza: Afghanistan, Pakistan, Russia, Iran, Venezuela. Bastano questi nomi per evocare memorie insanguinate e crisi internazionali che sfidano apertamente il colosso a stelle e strisce. Neppure l'agenda politica aiuta gli Usa, perché c'è un gigantesco segno sul primo martedì di novembre. Le elezioni presidenziali tra due candidati così lontani, ma così ravvicinati dalla crisi del loro paese, sono un evento dal pronostico che sconsiglia previsioni azzardate.

Ma c'è una sottile spina che si conficca nel fianco di questi ragionamenti così pessimisti sulle sorti americane. Gli Usa non detengono più un'indiscussa egemonia come potenza al di sopra di tutte le altre. Forse non è mai stato così. Forse va ricordato che l'egemonia, questa parola così maledetta per i nemici dell'America, è una realtà e non solo un concetto. E' una realtà che cambia nel corso del tempo per assumere forme diverse a seconda di diverse necessità. Niente di assurdo - a patto di togliersi le lenti dell'ideologia anti-amerikana. Negli ultimi due decenni l'America ha silenziosamente trasformato la sua egemonia in un'arma ancora più forte - la dipendenza. Mentre eravamo occupati a disputare sull'Iraq e le strategie d'uscita gli Usa blindavano i mercati globali diventando il cliente numero uno della Cina e così la guerra contro i nipotini di Mao era già vinta. Senza sparare un colpo. Bastava aprire il portafoglio. Anzi bastava ricorrere ad una strategia ancora più subdola: aprire un credito - e immediatamente le sorti del debitore vengono garantite dal creditore. In questo modo la bancarotta dell'America può mandare in rovina il mondo. Ergo: salvate l'America, anche se ne siete nemici.

Perché mai desiderare il collasso economico del proprio debitore? E' la domanda da rivolgere alle imprese cinesi ma anche agli sceicchi del petrolio oppure ai fazenderos brasiliani e così via. La fila dei creditori ai quali gli Usa devono soldi è molto lunga. Ecco perché oggi gli Usa, anche se logorati dall'Iraq e dall'Afghanistan, sono ancora più centrali di prima. Perché oggi il mondo non può più fare a meno di loro. Siamo passati dall'egemonia perché non c'era nessuno più forte dell'America al bisogno globale dell'America perché non c'è nessuno con quel portafoglio e quella moneta. Meglio di così non si può. Reagan aveva demolito l'Urss con i profitti di Wall Street. Con i debiti di Wall Street Bush ha affermato la dipendenza del mondo dall'America. E' un parallelismo ardito, ma coglie l'essenza della potenza americana di oggi. Questa rinnovata forza internazionale, che pur deriva da un'oggettiva debolezza economica, è sostenuta da una incrollabile solidità interna. Sono passati quasi due secoli dalla prima edizione della "Democrazia in America" di Tocqueville. Ma ancora oggi questa incredibile invenzione politica del caso e della genialità dimostra una capacità di adattamento che non ha rivali.

A differenza di altri regimi politici, dove una crisi spesso travolge le istituzioni e riscrive le fondamenta dello stato, come in Germania e Italia con nazismo e fascismo, in America sono le istituzioni che adattano le crisi per superarle senza essere superate. Grazie alla fiducia, alla sinergia, alla credibilità e ad un'etica del dovere che lavora sugli obiettivi e non sul potere, la democrazia americana può lanciarsi nell'avventura di raddoppiare il suo debito pur di salvare le colonne del suo sistema economico. E lo fa senza proclamare lo stato d'emergenza o cadere tra le braccia di un dittatore. Lo fa e basta, perché è pronta ad intervenire senza andare in crisi. La potenza americana è ancora florida anche perché ha cestinato le vecchie divisioni ideologiche.

L'America non subisce ma crea le sue ideologie, nel senso più sano del termine. Le ideologie americane sono una spiegazione della realtà che dà un senso alla politica tanto quanto all'uomo della strada. Questo tipo di ideologie creano condivisione e appartenenza invece di conflitti perché partono dalla realtà per migliorarla e non per distruggerla. Oggi nessuno piange per il cosiddetto ritorno dello stato. Piangono i consumatori e gli investitori e da questa realtà così difficile si formano prospettive sui problemi da cui trovare soluzioni. La vittoria dell'America è anche la vittoria personale della straordinaria presidenza di Bush. Al termine del suo doppio mandato, il presidente che salva l'economia si colloca tra due mostri sacri dell'iconografia americana - Roosevelt e Reagan. Bush non è il presidente del New Deal perché non ha ceduto alla tentazione di rivoluzionare il sistema. Ma non è nemmeno l'erede di Reagan perché non ha potuto evitare l'uso della forza militare. Sarà difficile vedere simboli con il volto di Bush. Ma sarà ancora più difficile trovare un presidente senza il coraggio di compiere scelte dolorose e aprire ferite nella nazione. E' questo il dna dei presidenti americani. La nuova politica economica dimostra che non esistono dogmi ma nemmeno sconfitte eterne. L'abisso con l'Italia è che noi abbiamo fondato l'Iri per salvarci dalla crisi del '29 ma ce lo siamo tenuto per cinquant'anni.

In America, il prossimo presidente, di qualunque «colore» sia, lavorerà per cambiare l'economia senza rimanere legato ai lacci stretti oggi. L'America ha vinto a prescindere perché il suo potere non si basa su un unico modello, un'unica risorsa, un'unica arma. Non c'è niente di definitivo. Proprio come diceva il film, domani è un altro giorno.