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IL PRINCIPIO DI 'INGERENZA' PER FERMARE LE PERSECUZIONI

Strada tutta in salita ma vale la pena percorrerla

Giuseppe Dalla Torre - Avvenire 23/09/2008

Dinnanzi al dilagare, in India ma non solo in India, della violenza anticristiana, con concretissime e tragiche lesioni del diritto di libertà religiosa, ieri il cardinale Bagnasco ha speso parole importanti. Su questo giornale si era in precedenza più volte invocato il principio di ingerenza per ragioni umanitarie. Si tratta di un richiamo giustissimo, che però non ha alle sue spalle – bisogna purtroppo riconoscerlo – una tradizione giuridica favorevole e consolidata.

Il perché è presto detto, giacché la questione delle ingerenze umanitarie incide direttamente su quel principio di sovranità, su cui si fondano gli Stati moderni e della cui custodia essi sono sommamente gelosi. Al più si possono ammettere degli interventi umanitari, cioè quelle politiche e quelle concrete iniziative di aiuto a Paesi in difficoltà per ragioni diverse (sottosviluppo, calamità naturali, guerre civili ecc.), caratterizzate da aiuti finanziari, in beni o in servizi (si pensi agli aiuti alimentari o sanitari e, più in generale, ai programmi di cooperazione, oggi purtroppo in declino), che hanno ormai alle spalle non solo una certa esperienza concreta, ma anche una qualche normativa interna ed internazionale. Ma le ingerenze umanitarie no, mai. Queste azioni dirette sul territorio di uno Stato ed a favore della sua popolazione, espressione di una solidarietà internazionale che dalle attività assistenziali può giungere sino all’uso della legittima forza, nel quadro di un’azione di polizia internazionale, sono infatti avvertite immediatamente in contrasto col principio di sovranità: la sovranità, in sostanza, presuppone l’insussistenza di un’autorità e di una legge al di sopra dello Stato. Non a caso l’art. 2 paragrafo 7 dello statuto dell’Onu – non autorità di governo superiore agli Stati, ma nient’altro che l’assemblea degli Stati sovrani – afferma che nessuna disposizione può autorizzare le Nazioni Unite «ad intervenire in questioni che appartengano essenzialmente alla competenza interna di uno Stato». In tempi di globalizzazione, a causa della quale giorno dopo giorno gli Stati perdono fette sostanziose di sovranità non riuscendo più a controllare fenomeni che sono ormai transnazionali, la rivendicazione di quell’attributo della moderna forma di organizzazione della società politica fa sorridere. Solo che non sorridono i milioni di individui che provano sulla propria pelle, atrocemente, le violazioni sia della libertà religiosa sia delle altre spettanze umane fondamentali.

A ben vedere il quadro giuridico non è però chiuso, come potrebbe apparire a prima vista. Lo stesso statuto dell’Onu, all’art. 56, impegna gli Stati membri ad agire, collettivamente o anche singolarmente, in cooperazione con l’Organizzazione stessa per il raggiungimento dei fini suoi propri, fra i quali è 'il rispetto e l’osservanza universale dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti, senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione' (art. 55). Più ancora si può dire che, insieme al perseguimento della pace, la affermazione e la tutela dei diritti umani costituisce la ragione stessa d’essere delle Nazioni Unite; che quindi la questione dei diritti umani non può essere ricondotta ai meri affari interni degli Stati.

Benedetto XVI, nella sua recente visita all’Onu, ha avviato un’importante declinazione di questo principio che sul momento incontrò grandi favori tra i delegati, rappresentanti delle nazioni presenti all’incontro. In realtà, la violazione impunita dei diritti in questione, in qualunque parte del globo avvenga, costituisce una lesione dello spirito che presiede all’istituzione internazionale ed un suo oggettivo indebolimento. E questo significa anche, specularmene, un indebolimento della pace.