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SE LA LIBERTÀ DIVENTA PRINCIPIO DISCREZIONALE: L’ECCEZIONE ANTI-CATTOLICA RISPETTO AL DIRITTO UNIVERSALE

INCESSANTI VIOLENZE IN INDIA. FOSCO QUADRO GENERALE
A Jabalpur brucia la cattedrale. Più ferita nel mondo la libertà religiosa

ANDREA LAVAZZA - AVVENIRE: 20/09/2008

L’altra notte estremisti indù hanno dato alle fiamme la cattedrale cattolica di Jabalpur, nello Stato indiano del Madhya Pradesh. L’abside di San Pietro e Paolo, con l’altare, le statue dei santi e le vetrate, è andata distrutta: antica di 150 anni, era stata restaurata nel 1997 dopo un terremoto. In precedenza, la furia devastatrice si era scatenata in Kerala e in Karnataka.

Per chi ancora stenti a capire la gravità di quello che sta succedendo nel grande Paese asiatico, dove sono ormai centinaia i luoghi di culto cristiani attaccati, danneggiati, rasi al suolo – per non parlare, ovviamente, della violenza sulle persone nell’Orissa, che va per fortuna attenuandosi –, si può istituire un paragone che dovrebbe arrivare alla sensibilità di tutti. Incendiare una chiesa è come allestire un grande rogo di libri, strappati dalle mani dei loro autori e dei loro lettori, tolti dalle biblioteche e dalle vetrine delle librerie, dalle case e dai banchi di scuole e università.

Appiccare il fuoco a una cattedrale è come cancellare un tassello di storia, di cultura e di tradizione; un deposito di arte, di va­lori e di identità condivisa. In un contesto nel quale il cristianesimo è minoranza equivale a ridurre in cenere testi che difendono un pensiero diverso e non asservito, volumi che denunciano le discriminazioni e propugnano l’emancipazione delle donne e delle classi subalterne. Come in effetti fanno le comunità cattoliche e protestanti nel tessuto sociale indiano, ancora profondamente sessista e caratterizzato dalla rigida struttura per caste.

Quante giuste battaglie per un singolo romanzo messo al bando, per uno scrittore costretto all’esilio o marginalizzato, per un manoscritto rifiutato. Quante doverose mobilitazioni per un film censurato o un saggio non tradotto in una certa lingua. E quante requisitorie postume (a volte anche condivisibili) contro l’inserimento di titoli oggi classici nell’Index Librorum prohibitorum della Chiesa. Ma oggi, di fronte a un immane falò che si leva in vari Stati del­l’India, stenta ad alzarsi una protesta che sia, se non corale, almeno più che sporadica e flebile. Sembra che i mille volenterosi volterriani, pronti a battersi fino alla morte affinché chiunque possa esprimere le proprie idee, anche se non le condividono, nutrano con il filosofo illuminista lo stesso pregiudizio anti-cattolico, in base al quale si possa fare un’eccezione rispetto al proclamato diritto universale di esprimere liberamente le proprie opinioni. E, di conseguenza, di poter manifestare in piena sicurezza la propria fede religiosa.

In Occidente qualche personalità (come il presidente dell’Unione interparlamentare Pier Ferdinando Casini) si è spesa per denunciare ciò che sta accadendo; a New Delhi intellettuali ed esponenti di altre confessioni cominciano a muoversi perché si intervenga contro il nazionalismo violento delle formazioni indù. Ma tenere alta la bandiera delle libertà e dei diritti, come ben dovremmo sapere, non può essere un esercizio discrezionale, legato a preferenze o a simpatie, per quanto le credenze di ciascuno possano essere giustificate. Selezionare e graduare l’impegno sulla scorta di criteri arbitrari è la prima negazione dei quei principi che in altre occasioni si vogliono invece affermare senza ombre.

Stare al fianco dei cristiani d’India, perché non vengano brucia­ti i loro libri fatti di mattoni vivi, sembra allora un dovere di chiunque creda nelle istanze della democrazia liberale e tollerante.