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L'economia russa non può sostenere una seconda Guerra Fredda

Fuga di capitali e rublo a picco

di Gabriele Cazzulini - Occidentale 15 Settembre 2008

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Mentre la Russia prova a restaurare la sua egemonia nel Caucaso, la sua economia torna a soffrire mettendo a nudo le contraddizioni di un sistema fondato sull’esportazione di materie prime, che fruttano ingenti capitali allo stato tramite il controllo diretto dei colossi dell’energia. La guerra in Georgia ha messo in fuga gli investitori stranieri colpendo il mercato azionario. Ma la questione militare ha accelerato una crisi strutturale dell’economia, di fronte a cui Medvedev e Putin non condividono la via d’uscita.  

Il 13 agosto l’indice RTS della Borsa di Mosca perde il 65% del suo valore. In quegli stessi giorni i rendimenti dei bond russi salgono del duecento per cento perché i loro prezzi sono polverizzati. Il rublo viene lasciato fluttuare dopo che la banca centrale russa nell’ultimo anno ha speso ventisette miliardi di dollari per difenderne il cambio col dollaro. Era il 1998. Dieci anni più tardi, sempre nel mese di agosto, l’indice RTS ha sfiorato il 50% di perdite rispetto ai suoi massimi di maggio. Per le società sul listino di borsa questo crollo si è tradotto in perdite per 700 miliardi di dollari.

Sebbene abbia bruciato riserve valutarie per una ventina di miliardi di dollari, il rublo ha perso l’8% dal giorno in cui Mosca ha attaccato la Georgia. Se dieci anni fa i germi della crisi provenivano dalle turbolenze delle tigri asiatiche, oggi è la politica internazionale di Mosca a scatenare la crisi della sua economia creando un clima da seconda guerra fredda che spinge i capitali stranieri a fuggire. Dal primo giorno del conflitto in Georgia ad oggi sono già fuoriusciti dal mercato russo quaranta miliardi di dollari. Al culmine delle perdite sul mercato azionario, il presidente Medvedev è intervenuto personalmente per annunciare l’intervento della banca centrale a sostegno del rublo e il ricorso del governo ai fondi accumulati coi profitti del petrolio e del gas.

Naturalmente le interpretazioni della crisi secondo le autorità russe sottostimano l’incidenza del fattore Georgia. Da una parte Mosca chiama in causa la pessima congiuntura internazionale scatenata proprio dal “credit crunch” globale. A quest’analisi da economisti subentra però un ragionamento politico che incolpa l’Occidente per aver dirottato dalla Russia i suoi capitali come ritorsione per punire la Russia.

In realtà, malgrado l’appello del Cremlino, i mercati non hanno fiducia sulla salute dell’economia russa. Come nel 1998, un altro “credit crunch” sta per colpire Mosca, che già avverte i primi segnali di insolvenza. Non ci sono solo i capitali stranieri in fuga. Le massicce vendite che hanno fatto crollare il mercato azionario diventano la spia della difficoltà di reperire liquidi per gli stessi investitori russi. La crisi è aggravata dall’abitudine di utilizzare le azioni come garanzia di liquidità – una garanzia che con le quotazioni attuali non vale più. Le banche finiscono sotto pressione e chiedono ossigeno ai rifinanziamenti della banca centrale, costretta a sfornare enormi prestiti quotidiani e a sostenere il rublo vendendo le sue riserve di dollari – accentuando ulteriormente la crisi di liquidità.

Nonostante ciò per il governo questa crisi è un fenomeno contingente. Infatti Medvedev parla di un ambizioso progetto per trasformare la Russia in un centro finanziario regionale entro il 2009 – dopo aver approvato una serie di riforme per la trasparenza dei mercati, l’accessibilità agli investitori stranieri e nuovi modelli di corporate governance.

Tuttavia i grandi progetti restano nel cassetto e prevale il ricorso a misure straordinarie. Nello scorso gennaio Mosca aveva istituito due fondi separati per raccogliere i ricavi del petrolio e del gas. Il primo fondo ha l’obiettivo di sostenere il budget federale nel caso di crolli del prezzo del petrolio. Il secondo serve a finanziare il sistema pensionistico in una fase in cui la popolazione invecchia e diminuisce la quota dei lavoratori. Sarebbe questo secondo fondo, il Fondo per il Benessere Nazionale, la fonte di soccorso di cui parla Medvedev per ridare liquidità al mercato. Ma per impedire che l’utilizzo di questi capitali metta in crisi anche le finanze dello stato, e quindi pregiudichi il già critico rating internazionale della Russia, diventa necessario intervenire sul petrolio. Ma la congiuntura non è positiva. Per la prima volta negli ultimi dieci anni la produzione è in calo perché le attuali riserve sono ormai mature. Inoltre la ricerca di nuovi giacimenti nella Siberia orientale e nell’area artica è ancora in uno stadio embrionale. Bisognerà poi attendere l’anno prossimo per sperimentare i benefici del taglio fiscale sulle imprese petrolifere, sottoposte ad una pesante tassazione per cui 70 dollari su 100 finiscono nelle casse dello stato e forniscono un quarto del suo Pil.

Lo sforzo di intensificare la produzione si unisce all’avvicinamento della Russia all’Opec, proprio nel momento in cui l’organizzazione degli esportatori di petrolio ha deciso di ridurre le quote di produzione di ciascun membro per frenare la discesa del prezzo del petrolio. E’ la dimostrazione della volontà di schierare la Russia al fianco dei produttori di petrolio, con alcuni dei quali, Venezuela e Iran, esistono già ottimi rapporti. La Russia è il secondo produttore mondiale dopo l’Arabia Saudita e la produzione della Russia vale da sola un quarto di quella dell’intero Opec.

Il petrolio e l’Opec sono manovre più politiche che economiche. La struttura economica russa continua a soffrire per un rapporto critico col potere politico. Un caso eclatante è Mechel, una delle più grandi compagnie metallurgiche della Russia, accusata da Putin di vendere sul mercato russo a prezzi maggiori rispetto a quelli praticati all’estero. Sembravano parole già sentite nell’attacco alla Yukos di Khodorkovsky. Infatti le azioni di Mechel sono precipitate del 38% in un giorno solo. Alla fine tocca a Medvedev rivolgere un appello personale alle autorità affinché le aziende non subiscano intimidazioni. Il presidente sconfessa il suo primo ministro. Per adesso Mechel sopravvive, obbedendo ad una direttiva di tagliare i prezzi e pagando una multa di 32 milioni di dollari dopo aver assistito impotente ad una perdita di 8 miliardi di dollari di azioni bruciate in una decina di giorni.

Se nella gestione del conflitto con la Georgia Medvedev si è allineato all’intransigenza di Putin, in economia il presidente ha invece mostrato una prospettiva molto diversa da quella del suo primo ministro. Medvedev è sensibile alle esigenze delle imprese e degli investitori stranieri, mentre a Putin interessa mantenere il primato dello stato sul mercato, perché è sull’economia del petrolio e del gas che la classe governante della Russia ha fondato il suo potere. Così la crisi economica ha accentuato quella tensione latente prodotta dalla vittoria elettorale di Medvedev e dalla permanenza al potere di Putin. La diarchia tra presidente e primo ministro inizia a mostrare segni di contrasto? La guerra in Georgia ha esteso il potere reale di Putin, mentre la crisi economica ha danneggiato le timide prospettive liberali e riformiste di Medvedev.

La nuova politica internazionale della Russia implica per lo stato un ruolo ancora più egemonico nell’economia. Questo ruolo inizia ad assumere una forma definita attraverso un duplice processo. Da una parte si sta interrompendo il ciclo di espansione macroeconomica. La crescita del Pil russo nel secondo trimestre 2008 è scesa al 7,6% rispetto all’8,1% nello stesso periodo dell’anno scorso. Anche l’inflazione è ormai un’emergenza. I prezzi alla produzione hanno registrato a luglio un aumento di oltre il 30%; i prezzi al consumo sono quasi raddoppiati in un solo anno, salendo dall’8% fino al record storico a cinque anni del 15% quando i salari invece perdono terreno. Le statistiche confermano quindi che l’economia russa ha cambiato il suo trend.

Dall’altra parte emergono scelte economiche che orientano questo cambiamento in una direzione specifica. Dopo la dimostrazione delle gravi lacune della macchina bellica russa impegnata in Georgia, il governo ha deciso di espandere la spesa militare per l’anno prossimo ad un livello mai raggiunto dalla fine dell’Urss. Allora la ricetta per uscire dalla crisi resta ambiguamente collocata tra progetti futuri per rinvigorire il mercato e la realtà di trasformazioni che accentuano il ruolo dello stato, non solo come risorsa d’emergenza ma come baricentro dell’economia. L’intervento per sostenere i mercati promesso da Medvedev rischia infatti di bruciare i capitali accumulati con il petrolio e il gas, per giunta in una fase ribassista dei mercati delle materie prime.

Ma i profitti dell’energia rappresentano l’unico scudo per fronteggiare l’incombente crisi di liquidità – e allo stesso tempo sono la cassaforte che custodisce il potere del Cremlino. Ecco perché Putin è il rappresentante di quella cordata di potere che si è sempre opposta all’utilizzo dei fondi del petrolio. L’economia russa guarda ai listini di borsa ma attende l’intervento risolutore del Cremlino. A Mosca Il denaro è ancora la valuta ufficiale del potere politico.

La guerra con la Georgia ha sconvolto i mercati finanziari di Mosca, trascinandola nel vortice della crisi globale. Adesso è in pericolo lo stesso modello di sviluppo della potenza economica della Russia. Nel momento in cui Mosca si cimenta in un’azzardata prova di forza internazionale, il mondo scopre la vulnerabilità dell’economia russa.