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Nell'era postamericana i signori del mondo saranno ancora gli Usa

Pamphlet di Fareed Zakaria: la crescita di India e Cina cambierà il sistema. Ma l'Occidente saprà rinnovarsi

Daniele Manca - Corriere della Sera 9 settembre 2008

È l'autunno del 1982, Fareed Zakaria scende dall'aereo che volando per 13 mila chilometri dall'India lo ha portato negli Stati Uniti. Il ragazzo, allora diciottenne di origine indiana che si apprestava a frequentare Yale e Harvard, arriva in un'America che «non se la passava granché bene»: la disoccupazione era del 10,8%, i tassi di interesse «si libravano» sopra il 15. Vietnam e Watergate avevano minato la fiducia degli statunitensi. Eppure, quel ragazzo, grazie a «un Paese aperto al mondo, al futuro e a chiunque lo amasse», nel 1993 diventa il più giovane direttore della prestigiosa rivista Foreign Affairs, nel 2000 passa a guidare l'edizione internazionale del settimanale Newsweek e oggi il suo programma Gps, in onda sulla Cnn, settimanalmente diventa un salotto delle idee dove sono di casa economisti come l'ex ministro del Tesoro Usa Lawrence Summers o il direttore dello Earth Institute della Columbia University, Jeffrey Sachs. E dove il presidente georgiano Mikhail Saakashvili ingaggia e sfida pubblicamente i ministri russi.

È da queste poche note che si deve partire per capire come l'ultimo libro di Zakaria possa intitolarsi "L'era post-americana", ma raccontare di fatto un'altra storia: quella dell'«ascesa degli altri», di Paesi come Brasile, Cina, India e Russia, e al tempo stesso di un mondo che dovrà contare e sperare comunque negli Stati Uniti. Una superpotenza economica, militare, ma soprattutto una grande fucina di idee e ideali. Tutt'altro che un Paese in declino.

Farebbe un grande errore chi scambiasse lo sviluppo del resto del mondo con il fatto che l'America sia in difficoltà o semplicemente possa finire ai margini. «Dopo l'11 settembre, in Occidente - e specialmente negli Stati Uniti - è venuta a fiorire un'industria artigianale dell'allarmismo», spiega Zakaria.

Ponete che a un indovino nel 2000 - racconta - si fossero dati alcuni indizi per predire cosa sarebbe accaduto negli anni successivi. Vale a dire che gli Usa sarebbero stati «colpiti dal peggior attacco terroristico della storia»; che avrebbero risposto lanciando due guerre, una in Afghanistan e l'altra in Iraq; che l'Iran avrebbe fatto passi da gigante sul versante nucleare; che la Corea del Nord sarebbe diventata una potenza nucleare; che dal Venezuela Hugo Chávez avrebbe lanciato una campagna antioccidentale; e ancora, che la Russia sarebbe ritornata a «un atteggiamento ostile e imperioso» verso l'Occidente; che Israele sarebbe sceso in guerra con gli Hezbollah; per non parlare dell'ultimo indizio relativo al petrolio, con prezzi quadruplicati. Ebbene l'indovino non avrebbe fatto fatica a predire un futuro nero e una recessione globale lunga e dolorosa. In realtà tra il 2000 e il 2007 l'economia è «cresciuta al ritmo più veloce mai raggiunto in quasi quattro decenni», con un aumento del reddito pro capite mondiale del 3,2% annuo: il tasso più alto mai raggiunto nella storia. E questo certamente grazie all'«ascesa degli altri».

In termini numerici e non solo. L'edificio più alto al mondo oggi «si trova a Taipei, e verrà presto superato da un altro attualmente in costruzione a Dubai. L'uomo più ricco del mondo è un messicano, e la maggiore società quotata in Borsa è cinese», spiega l'autore. E gli esempi possono continuare a lungo con l'indiana Bollywood, che in termini di film girati e biglietti venduti ha da tempo sorpassato Hollywood; con il più grande casinò del mondo che è a Macao e non a Las Vegas. La povertà è certamente ancora una enorme piaga, ma «la percentuale di persone che vive con un dollaro o meno al giorno è crollata dal 40% del 1981 al 18% del 2004 e dovrebbe scendere al 12 nel 2015. Da sola, la crescita della Cina ha fatto uscire dalla miseria più di 400 milioni di persone».

E in tutto questo gli Stati Uniti? Lungo le quasi 300 pagine del libro in uscita domani, Zakaria, per collocare l'America dei giorni nostri, non si accontenta di trovare numeri e interpretarli, racconta di un mondo che apparentemente si avvia a non essere più occidentale. E per farlo corre attraverso secoli di storia: le vicissitudini di una Cina che nel 1400, in soli tre anni, era stata capace di costruire 1681 navi, cosa all'epoca impossibile in Europa, e si poteva quindi definire sicuramente «la» superpotenza mondiale del momento. Ma anche la stessa che decide nel giro di qualche decennio di chiudersi al mondo, di arrivare a distruggere nel 1525 qualsiasi vascello oceanico cinese fosse stato scovato dall'esercito lungo le proprie coste, «una decisione fatale» che la fa piombare nel declino.

Lo scrittore-giornalista percorre ancora il parallelo tra impero inglese e dominio americano. Quell'impero che poteva contare sui 400 milioni di sudditi che il 22 giugno del 1897 festeggiarono il sessantesimo anniversario dell'ascesa al trono della regina Vittoria, un quarto dell'allora popolazione mondiale sparsa per un quarto delle terre emerse. Ma anche un impero, quello inglese, che si è dovuto piegare alla storia. L'America rischia di fare la stessa fine? Zakaria è convinto di no. Non solo perché «lo status economico dell'Inghilterra durò per pochi decenni; mentre quello americano dura da più di centotrenta anni». Ma anche perché se Londra dominava i mari, gli Usa dominano terra, aria, mare e spazio. Il Pentagono spende quanto i 14 Paesi immediatamente successivi (quasi il 50% delle spese mondiali per la difesa). La guerra in «Iraq e Afghanistan (125 miliardi di dollari l'anno) rappresenta meno dell'1% del Pil americano». Nel 1970 il Vietnam «costava l'1,6% del Pil Usa». E lo stesso Pil è in crescita media del 3% negli ultimi 25 anni (la media giapponese è del 2,3%). Ma soprattutto l'economia americana guadagna in produttività mediamente nello stesso periodo sempre almeno un punto in più all'anno dell'Europa. Sul fronte della tecnologia un dato per tutti: «I profitti nel settore biotecnologico statunitense hanno sfiorato i cinquanta miliardi di dollari nel 2005, un risultato cinque volte superiore a quello raggiunto in Europa (e pari al 76% dei profitti globali)».

Certo, dal 1991 a questa parte il mondo ha vissuto in un «mondo unipolare» dominato dagli Stati Uniti. E se sul piano politico-militare la situazione resta di fatto la stessa, su tutti gli altri fronti (industriale, finanziario, educativo, sociale, culturale), la «distribuzione del potere si sta spostando, allontanandosi dal predominio americano». Ma questo spinge Zakaria a chiedere e a chiedersi: «Quali generi di opportunità e sfide presentano questi cambiamenti?». Convinto che gli Stati Uniti abbiano storia, cultura, capacità e idee per avere il ruolo di guida che hanno svolto sinora anche nell'era postamericana. A una condizione: «Resistere agli impulsi della paura». Perché «quando la politica è dettata dal panico è sempre irrazionale, pericolosa e a lungo termine indebolisce sicurezza e stabilità».

L'autore Fareed Zakaria (foto) è nato a Mumbai nel 1964. Già direttore della rivista «Foreign Affairs», dal 2000 è alla guida di «Newsweek International»

In video e in libreria Zakaria conduce il programma «Gps» in onda sulla Cnn ed è autore del bestseller "Democrazia senza libertà", edito da Rizzoli