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L'Ue trovi il coraggio di «morire per Tbilisi»

Russia e sanzioni In gioco non c'è solo la Georgia (tradita) ma l'indipendenza dell'Europa

Il vero pragmatismo è parlare a Mosca con il linguaggio della verità. E dei principi

Bernard Henri Levy - Corriere della Sera 8 settembre 2008

Sanzioni o no? L'Europa, visibilmente, esita. Si spaventa della propria eventuale audacia. E, come sempre quando soffia lo spirito malvagio del cedimento e della paura, cerca tutte le buone ragioni per non fare niente.

Per esempio, ci continuano a dire che il presidente georgiano Saakashvili sarebbe un personaggio «imprevedibile», addirittura «irresponsabile» e «pericoloso». Ma chi si vuole prendere in giro? E come si osa pronunciare queste parole quando, di fronte a lui, c'è un uomo che, fra altre prodezze, ha raso al suolo Grozny, ha liquidato un quinto della popolazione cecena, si è alleato con l'iraniano Ahmadinejad, ha riarmato la Siria e ha deciso, così, un bel giorno, di far volare di nuovo bombardieri strategici con testate nucleari? Ecco la «irresponsabilità». Ecco, concretamente, un personaggio «imprevedibile». E definire «pericoloso» il Presidente di una piccola nazione che resiste a quell'uomo, affibbiargli un appellativo che viene risparmiato all'ex dirigente del Kgb riconvertitosi al crimine di massa, mostrare nei confronti del debole una severità spietata, mentre si trovano tutte le scuse nei confronti del forte che non sa più cosa inventare per fare, ogni mattina o quasi, un brutto gesto all'Occidente, significa avere una concezione singolare e del rapporto di forze e dell'equità.

C'è chi dice: «Questa guerra era prevista; si sarebbe dovuto presagirla, prevenirla, ecc». È vero. Ma che cosa, esattamente, era prevedibile? E come si può, ancora una volta, invertire in questo modo i ruoli? Da un lato, dunque, il georgiano, il cui unico sbaglio è stato, forse, di sopravvalutare la nostra determinazione a sostenerlo. Dall'altro, il russo, che applica il programma definito, nell'aprile del 2005, in un discorso all'Assemblea federale, dove diceva che il crollo dell'Unione Sovietica era stato «la più grande catastrofe del XX secolo». Sì, avete letto bene. La più grande catastrofe. Più grande, quindi, delle due guerre mondiali. Più grande di Hiroshima, di Auschwitz, della Cambogia, del Ruanda. È da quel giorno, se proprio bisogna sceglierne uno, che inizia la nuova era dei nostri rapporti con la Russia. È da quell'istante, da quando è stata proferita simile enormità, che bisognava cominciare a spiare i segni premonitori di una guerra fredda di nuovo tipo. Non voler vedere questo, rimanere con gli occhi fissi sull'eventuale errore tattico dell'uno dimenticando il disegno strategico dell'altro (cioè, per parlare chiaro, la sua volontà di cancellare la «catastrofe» che fu il passaggio alla democrazia di una parte dell'ex impero sovietico) significa veramente prendere in giro il mondo intero.

C'è chi dice: «L'errore, il vero errore, è stato quello di andare a stuzzicare l'orso russo evocando l'entrata della Georgia nella Nato; perché non accontentarsi di un bel partenariato politico con l'Unione europea?». Anche in questo caso, che faccia tosta! E che incredibile malafede, da parte di chi impartisce lezioni! Infatti, la verità è che, se la Georgia ha chiesto di entrare nella Nato, è proprio perché l'Unione europea le ha sbattuto la porta in faccia. La triste realtà è che, se alcune persone - come André Glucksmann in particolare e il sottoscritto - hanno perorato la causa per fare entrare la Georgia nella Nato, lo hanno fatto dopo che era stato notificato alle giovani democrazie ucraina e georgiana che la situazione non era matura, il momento non adatto, l'allargamento troppo rapido e mal digerito. Dimenticare questo, non volerne sapere del contesto; insomma, rimproverare a Saakashvili una scelta alla quale noi l'abbiamo discretamente ma fermamente spinto, significa aggiungere l'impudenza alla disinvoltura e l'ingiuria a questo abbandono inglorioso.

C'è chi dice infine: «Ammettiamo che abbiate ragione; che fare, in tal caso? Quale grande Paese accetterà di andare a morire per Tbilisi?». Anche qui, la verità è che non si tratta di morire, ma di essere decisi e di condizionare i nostri rapporti con la Russia al rispetto di un minimo di regole nelle sue relazioni con i propri vicini. E la verità è che in questa vicenda non si tratta solo dei sopracitati vicini, ma di noi. Perché? Perché in gioco c'è anche la possibilità per l'Europa di approvvigionarsi in energia. O la Georgia resiste e mantiene la propria sovranità, e quindi l'integrità territoriale, e l'oleodotto BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan) resterà un'alternativa alle grandi vie energetiche di Gazprom e soci. Oppure la Georgia cede e ritorna nel girone post-sovietico, e allora francesi, tedeschi e altri europei dipenderanno quasi interamente, per riscaldarsi, da una Russia che terrà tutte le leve di comando. Ricatto... Suicidio col gas... Coma petrolifero annunciato... È dicendo questo che si è concreti, realistici, pragmatici. Non volerlo dire né vedere, mercanteggiare il nostro appoggio a una Georgia la cui sopravvivenza è una delle condizioni della nostra prosperità e, indirettamente, della nostra democrazia, ecco la mancanza di realismo, ecco l'assenza di pragmatismo ed ecco la vera irresponsabilità.

Che la Russia sia un «grande Paese», nessuno lo nega. Che sia un partner «inevitabile», è evidente. Ma un partner può essere anche un avversario. E avere rapporti normali con l'avversario non esclude che gli si parli con il linguaggio della verità e dei principi.

(traduzione di Daniela Maggioni)

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