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Che fare con i tiranni?

di Anna Bono - Ragionpolitica 4 settembre 2008

La giunta militare che il 6 agosto ha preso il potere in Mauritania, per nulla scossa dalle risoluzioni di condanna del Consiglio di sicurezza Onu e dalla sospensione decisa dall'Unione Africana, il 1° settembre ha formato un nuovo governo e il giorno successivo ha annunciato l'incriminazione del presidente Sidi Ould Cheikh Abdallahi per «alto tradimento». Questo porrà ulteriori problemi al governo italiano che aveva incluso la Mauritania nel progetto di partnership economica «Piano Africa».

In effetti se e come trattare con chi viola democrazia e diritti umani è un interrogativo che si pone di continuo. Ha coinvolto il mondo intero con la decisione del Comitato Olimpico Internazionale di svolgere l'edizione 2008 delle Olimpiadi in Cina e non passa giorno senza che governi e organismi internazionali siano chiamati a darvi una risposta, con esiti spesso poco condivisibili. Lo scorso dicembre, ad esempio, il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe è stato ammesso al Vertice Unione Europea-Unione Africana di Lisbona: questo malgrado la brutalità del suo regime e le sue ripetute violazioni delle regole democratiche che gli hanno meritato sanzioni europee rimaste in realtà sulla carta, almeno per quanto riguarda la proibizione di soggiornare in stati membri dell'Ue. Poche settimane prima l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York, gli aveva tributato scroscianti applausi, senza una sola parola a proposito delle disperate condizioni economiche dei suoi connazionali sicuramente imputabili al suo governo. E che dire di Omar al Bashir, il presidente del Sudan responsabile della tragedia umanitaria del Darfur e per questo di recente incriminato dalla Corte penale internazionale? Ad agosto il governo della Turchia non ha neanche approfittato della sua visita ad Ankara per eseguire il mandato d'arresto internazionale spiccato appunto dalla Corte; e la Cooperativa Muratori e Costruttori, della Lega delle cooperative italiana, ha accettato di costruirgli un albergo, incurante di lavorare - come ha scritto il giornalista Carlo Panella in un veemente articolo - per «un criminale, un genocida».

Restando in Africa, è appena giunta notizia che il governo del Kenya, formatosi a fine febbraio dopo una drammatica crisi post elettorale risoltasi con la spartizione dell'intero apparato statale tra maggioranza e opposizione (per realizzare la quale i ministeri sono stati quasi raddoppiati), intende concedere degli appannaggi ai coniugi delle massime cariche politiche: alla moglie del presidente Mwai Kibaki, ad esempio, andranno circa 5.000 euro al mese, in un paese in cui una cifra del genere è considerata astronomica dalla maggior parte della popolazione. Non solo: a otto mesi dalle elezioni, decine di ditte che avevano fornito materiale elettorale al Partito di Unità nazionale del presidente rieletto Mwai Kibaki ancora aspettano di essere pagate e, trattandosi di piccole imprese, rischiano il fallimento.

Come comportarsi con un governo del genere quando chiede finanziamenti, la cancellazione del debito estero, aiuti d'emergenza per la popolazione? Proprio dal Kenya, inoltre, arrivano, sempre in questi giorni, notizie che sollevano un altro problema. Come ogni anno, nel mese di agosto, approfittando delle vacanze scolastiche, migliaia di bambine hanno subito il prescritto intervento di mutilazione genitale: si tratta di un'istituzione che, malgrado sia vietata, non si riesce a sradicare, in Kenya e in molti altri stati africani. Contemporaneamente anche migliaia di bambini sono stati circoncisi: questo tipo di intervento, pur essendo meno intrusivo e non avendo uno scopo mutilatorio, è reso rischioso dal fatto di essere eseguito quasi sempre da personale non medico e in condizioni che rendono frequenti infezioni ed emorragie. E ancora: le autorità kenyane si dicono allarmate dall'alta «incidenza degli infanticidi di bimbi nati da rapporti extra matrimoniali o incestuosi, ritenuti per questo maledetti secondo le tradizioni locali. I bambini vengono strangolati alla nascita o abbandonati nella savana».

Se si sanzionano le leadership politiche, che fare allora quando a violare i diritti umani, nel rispetto di istituzioni tradizionali ritenute utili e necessarie, sono cittadini comuni che usufruiscono della nostra assistenza tramite la cooperazione internazionale? Si può pensare di condizionare l'attuazione di progetti di sviluppo all'abbandono di tradizioni e valori nei quali essi credono fermamente? La domanda è fondamentale. Da decenni, infatti, gran parte delle organizzazioni non governative laiche e missionarie italiane impegnate in attività di cooperazione sostengono, spalleggiate da una vasta letteratura accademica soprattutto sociologica e antropologica, che i progetti di sviluppo devono limitarsi a fornire risorse finanziarie e tecnologiche senza minimamente alterare le tradizioni tribali e che proprio averle modificate è all'origine del fallimento di innumerevoli iniziative.

Invece è vero il contrario. Non solo non c'è sviluppo senza democrazia, ma neanche senza rispetto della persona e quindi senza l'abbandono di istituzioni che subordinano l'individuo alla comunità e prescrivono mancanza di libertà per tutti e la sottomissione e lo sfruttamento di donne e bambini.