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L'Errore Strategico l'ha fatto Mosca

L'attacco alla Georgia

Fareed Zakaria - Corriere della Sera 4 settembre 2008

A Washington, l'attacco russo contro la Georgia è stato descritto da più parti come una svolta. Una svolta senza precedenti nelle relazioni internazionali e gli opinionisti tuonano che stiamo retrocedendo all'era dei conflitti tra le superpotenze. Globalizzazione e integrazione sono state smascherate come ingannevoli. La Russia si è messa a giocare questo nuovo Grande Gioco con una genialità priva di scrupoli e noi - Stati Uniti ed Europa - ci ritroviamo a non saper più che pesci pigliare. Con l'evolversi degli eventi, tuttavia, c'è da scommettere che anche la mia analisi si rivelerà sensazionalistica, sviante ed errata. Se è indubbiamente vero che il mondo di oggi è caratterizzato dalla nascita di nuove potenze come Cina, Russia e India (un fenomeno che ho battezzato l'«ascesa del resto del mondo»), questo rappresenta una conseguenza, non una contraddizione, della globalizzazione. La crescita economica ha generato nuovi centri di influenza, che portano a un rinnovato senso di orgoglio nazionale, fiducia e desiderio di affermazione. Ma esistono anche nuove e potenti forze contrapposte - anch'esse figlie della globalizzazione e dell'integrazione - che agiscono per mitigare il nazionalismo e l'unilateralismo.

L'attacco alla Georgia non passerà alla storia come l'alba di una nuova era della potenza russa, bensì come un gravissimo errore strategico. Osserviamo quant'è accaduto. La Russia ha terrorizzato gli Stati confinanti, spingendoli in fretta e furia tra le braccia dell'Occidente. Da oltre due anni la Polonia esitava davanti alla proposta americana di piazzare intercettori missilistici sul suo territorio, nel programma di scudo continentale (qualche mese fa il sostegno pubblico all'iniziativa andava dal 15 al 25%). Pochi giorni dopo l'aggressione russa, Varsavia ha approvato il dispiegamento balistico. L'Ucraina è stata a lungo divisa sull'opportunità o meno di rafforzare i suoi legami con l'Occidente. Qualche anno fa, il 60% del Paese avrebbe preferito invece una confederazione con la Russia. Oggi il governo di Kiev ha avanzato formale richiesta di adesione alla Nato. Vladimir Putin ha fatto di più per rafforzare l'alleanza transatlantica di quanto non potrebbe fare un presidente come Barack Obama. Usa ed Europa oggi si ritrovano in pieno accordo strategico come non accadeva da oltre due decenni. Persino gli autocrati del Caucaso hanno reagito negativamente all'attacco, rifiutandosi di sottoscrivere le azioni della Russia e di legittimare la nuova realtà territoriale imposta con le armi. La Cina ha rifiutato il suo appoggio. E che cosa ha ottenuto in cambio la Russia? Settantamila osseti del sud.

Diplomatici e analisti hanno paragonato l'attacco alla Georgia all'invasione sovietica dell'Ungheria nel 1956 e della Cecoslovacchia nel 1968. A mio avviso però un parallelo storico più rivelatore è da ricercarsi nell'invasione dell'Afghanistan del 1979. Allora, come oggi, intossicati dall'alto prezzo del petrolio, i vertici del Cremlino si lanciarono in un'impresa sconsiderata e innescarono una controreazione in tutta la regione e nel mondo intero. La verità è che non viviamo più nell'Ottocento, quando l'intervento russo sarebbe parso normale procedura da parte di una grande potenza. Anzi, non dimentichiamo che solo cinquant'anni fa Francia e Gran Bretagna si tenevano ancora strette le loro colonie - Algeria, Vietnam, Kenya, Cipro - con maggior determinazione e dispiegamento militare di quanto non abbia fatto Mosca. Per contrasto, è la prima volta dal crollo dell'Unione Sovietica che la Russia spedisce le sue truppe in un Paese vicino (e da lei governato sin dal 1801). Se le sue azioni sono deplorevoli, la reazione internazionale innescata sta a indicare fino a che punto sono cambiate le regole. Il presidente Bush sembrava rendersene conto quando ha descritto il comportamento russo come inaccettabile «nel XXI secolo».

La diplomazia oggi cerca nuove strade per costringere Mosca a pagare il prezzo delle sue azioni, puntando a indebolirla nelle istituzioni internazionali, con la sospensione di alcuni accordi e il congelamento di collaborazioni congiunte. Certo, questi interventi sono da prendere in considerazione, ma vale la pena notare che se oggi possiamo far leva sulla Russia, è perché abbiamo passato gli ultimi vent'anni a intrecciare relazioni con questo Paese. In realtà, la vera sfida da affrontare nei rapporti con Mosca è che questi legami sono pochissimi e pertanto scarsissima resta la nostra influenza. Il problema non è che la Russia sia stata integrata in un ordine mondiale che non è riuscito a fermarla, ma piuttosto che il Paese resti tuttora in gran parte non integrato - e pertanto convinto di aver ben poco da perdere nel contravvenire alle regole.

L'isolamento di Mosca è stato forse causato dalla politica estera occidentale - è questa certamente la percezione russa - ma ha molto di più a che vedere con il petrolio. Con il balzo del prezzo del greggio e di altre materie prime nell'ultimo decennio, la Russia è diventata più corrotta, disastrata, dittatoriale e prevaricatrice. E la ricchezza derivata dal petrolio in tutto il mondo - dal Venezuela all'Iran e alla Russia - ha generato insofferenza e indifferenza per norme, mercati e leggi internazionali. L'unica strategia utile per rimettere la Russia al passo con il mondo civile sarebbe abbassare drasticamente il prezzo del petrolio: il Paese sarebbe costretto ad accettare l'integrazione, pena la stagnazione.

In attesa di questi sviluppi, tocca a noi puntellare la Georgia e sostenere Polonia e Ucraina. Allo stesso tempo, occorre restare in costante dialogo con i russi, per proseguire il lavoro su dossier comuni - come la proliferazione nucleare - e anche per poter esercitare la nostra influenza. Una strategia che punti a isolare ancora di più Mosca non farebbe altro che ridurre le poche leve a nostra disposizione per moderare il suo comportamento. Immaginiamo solo se avessimo cacciato la Russia dal G8 e tagliato tutti i ponti con Mosca, come invocano da tempo il candidato repubblicano, John McCain, e molti neocon. A quel punto ci sarebbero rimaste solo due alternative, davanti all'aggressione russa contro la Georgia: chiudere gli occhi o fare la guerra.

© Newsweek Inc. Traduzione di Rita Baldassarre