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Quell'Elogio da Mosca

Massimo  Franco - Corriere della Sera 3 settembre 2008

Adesso diventa interessante la visita che il vicepresidente Usa, Dick Cheney, farà in Italia a partire dal 5 settembre. L'abbraccio del presidente russo Dimitri Medvedev al governo di Silvio Berlusconi per il suo comportamento durante la guerra in Georgia è stato ufficializzato ieri sera in tv. Ed è un abbraccio sincero, riconoscente; ma forse anche imbarazzante dal punto di vista politico. Per un presidente del Consiglio italiano che ha teorizzato di essere sempre in sintonia con gli Usa, la gratitudine del Cremlino questa volta potrebbe rivelarsi un ingombro: tanto più che Medvedev bolla come «un cadavere politico» il leader georgiano Saakashvili, alleato di ferro dell'Amministrazione Bush. Così, quello che nelle parole al Tg1 del giovane leader della Russia viene definito «l'atteggiamento equilibrato e ragionevole» di Palazzo Chigi, oltre Atlantico può avere un'eco diversa. E mostra per la prima volta un'Italia berlusconiana stretta insidiosamente fra le «due amicizie»: quella storica con Washington e quella, lubrificata dal petrolio e dalla familiarità con Vladimir Putin, con Mosca.

L'Italia può rivendicare di avere evitato tensioni peggiori nei rapporti fra Ovest ed Est; additare la prudenza parallela scelta dalla Germania di Angela Merkel nei confronti dell'occupazione della Georgia; e invitare a guardare in faccia la debolezza di un'Europa ricattata dal punto di vista energetico. Non solo. La disponibilità formale di Medvedev «a ogni conferenza internazionale» può essere presentata come un successo della diplomazia berlusconiana. Si sa che al vertice europeo di lunedì a Bruxelles, Berlusconi è arrivato dopo aver parlato a lungo col vicepremier russo Ivanov a Bengasi, ai margini dei colloqui con la Libia di Gheddafi. Anche per questo, forse, il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, si spinge a suggerire un incontro che permetta di archiviare «i problemi e le incomprensioni fra Russia e Nato». Ma per Medvedev, il punto di partenza dev'essere la presa d'atto occidentale di «chi ha dato inizio» alla guerra in Georgia; e un riconoscimento dell'occupazione di Ossetia del Sud e Abkhazia. È uno schema che difficilmente gli Stati Uniti possono avallare; e che probabilmente divide i Paesi europei.

Insomma, per Palazzo Chigi i complimenti del presidente russo potrebbero rivelarsi non un aiuto ma un problema. Anche perché sono accompagnati da una sfida aperta all'Alleanza atlantica e all'America. «Gli inviti ad allontanare Russia e Nato colpiranno soprattutto la Nato», sostiene il successore di Putin al Cremlino. «La decisione del Consiglio europeo dimostra che la maggior parte degli Stati vuole una collaborazione costruttiva con noi e non vuole peggiorare i rapporti». E ancora: «Se le Borse sono in difficoltà è per colpa dell'economia Usa».

Su questo sfondo, la tappa italiana del vice di Bush può diventare un'occasione di verifica della politica estera italiana. Fra lunedì e martedì, Cheney incontrerà prima il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e poi Berlusconi. Discuteranno di Russia e Georgia. Ma forse anche di quel «patto di non aggressione» con la Libia, al quale ha accennato Gheddafi davanti al Parlamento del suo Paese. «L'Italia si è impegnata a non usare e soprattutto a non concedere l'uso delle basi sul suo territorio alla Nato e agli Stati Uniti nell'ipotesi di una futura aggressione», ha proclamato. La Farnesina ha corretto la versione libica, ricordando i trattati internazionali ai quali Roma è vincolata. Ma forse, saranno chiesti chiarimenti più dettagliati.