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Zimbabwe, 27 giugno. Mugabe da solo al ballottaggio?

di Anna Bono - Ragionpolitica 25 giugno 2008

Con la decisione di non partecipare al ballottaggio del 27 giugno, il leader dell'opposizione Morgan Tsvangirai, candidato alla presidenza dello Zimbabwe contro il presidente in carica Robert Mugabe, ha impresso una svolta alla crisi politica iniziata all'indomani del voto del 29 marzo. Sia che il ballottaggio si svolga ugualmente con un unico candidato sia che venga rimandato o annullato, Mugabe potrà cantare vittoria, ma il suo mandato, già in passato conquistato con brogli e intimidazioni, avrà perso anche le vaghe apparenze di legittimità su cui si è retto per tanti anni. Questo è tanto più vero in quanto Tsvangirai, al primo turno elettorale per le presidenziali, coinciso con il voto politico che per la prima volta ha attribuito la maggioranza parlamentare all'opposizione, ha ottenuto il 47,9% delle preferenze e Mugabe solo il 43,2%. Anche la mossa successiva di Tsvangirai è stata ben scelta. Il capo del Movimento per il cambiamento democratico ha infatti chiesto e ottenuto accoglienza all'ambasciata olandese, conseguendo un duplice risultato: assicurare la propria incolumità effettivamente minacciata ed evidenziare il clima di violenza che regna nel paese. Mugabe e la sua leadership lo hanno capito benissimo, come dimostrano le parole del capo della polizia Augustine Chihuri: «Tsvangirai non è affatto in pericolo. La sua è solo una buffonata esibizionista destinata a provocare la collera della comunità internazionale».

Come saprà e potrà reagire adesso la «comunità internazionale» si vedrà nelle prossime ore. Se indignazione e riprovazione sono state espresse quasi coralmente, e tuttavia servono a ben poco di fronte alla determinazione della potente leadership che circonda Mugabe a conservare il potere, tutt'altro che unanime è il parere sui passi da intraprendere per affrontare la situazione. Lo si è visto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dove, malgrado le severe parole del segretario generale Ban Ki-moon, una parte degli Stati membri tra cui il Sud Africa, la Libia e la Cina, continuano a ritenere che quella dello Zimbabwe sia una questione interna nella quale l'Onu non ha titolo di interferire con azioni dirette. Tiepidi restano anche molti leader africani, sempre restii a puntare il dito contro i loro colleghi. Thabo Mbeki, presidente del Sud Africa e mediatore su incarico della Southern African Development Community, aveva addirittura definito la crisi un «normale processo post elettorale», il che, peraltro, è purtroppo in parte vero, almeno se si considera lo scenario africano.

Naturalmente nessuno crede alla versione di Mugabe, che nega le violenze in corso e parla di un complotto ordito dalla Gran Bretagna con la complicità del partito all'opposizione e di alcuni capi di Stato africani secondo lui corrotti dall'ex potenza coloniale: «Solo Dio che mi ha designato mi caccerà. Non consentiremo che un evento come un'elezione rimetta in discussione la nostra indipendenza e la nostra sovranità» dichiarava il 20 giugno mentre i suoi «veterani di guerra della liberazione», insieme alle nuove reclute raccolte tra i giovani senza futuro delle bidonville di Harare, continuavano a infierire sulla popolazione stremata e terrorizzata. Nell'ultimo mese sono stati uccisi 86 esponenti dell'opposizione, centinaia di donne sono state violentate e migliaia di persone hanno subito vessazioni e abusi.

Ma, come in Sudan, Sierra Leone, Liberia, Repubblica Democratica del Congo e altri casi ancora nei quali le Nazioni Unite sono intervenute con missioni di pace, non si tratta soltanto di regole democratiche violate e di violenze politiche, il che sarebbe già abbastanza grave. Il regime di Mugabe si è reso inoltre responsabile di una emergenza umanitaria di proporzioni enormi, tanto da far parlare di genocidio, adottando politiche economiche, culminate con la confisca nel 2000 della maggior parte delle grandi piantagioni di proprietà di cittadini di origine europea, che hanno letteralmente mandato in rovina quello che un tempo era stato il «granaio» dell'Africa Australe. Tre milioni di zimbabwani hanno cercato scampo all'estero negli scorsi anni, in gran parte diretti verso il vicino Sud Africa. Chi non è espatriato patisce la fame. Secondo un dossier presentato il 18 giugno dalla Fao e dal Programma alimentare mondiale, entro i prossimi 12 mesi più di cinque milioni di persone, quasi metà della popolazione, dovranno dipendere del tutto o in parte da aiuti alimentari per sopravvivere.