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Risoluzione 1820, no alla violenza sessuale in zone di guerra

di Anna Bono - Ragionpolitica 21 giugno 2008

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all'unanimità il 19 giugno una risoluzione in cui si afferma che «stupro e altre forme di violenza sessuale possono rappresentare un crimine di guerra, un crimine contro l'umanità o uno strumento di genocidio». Il Consiglio prende quindi in considerazione l'adozione di «misure contro le parti che, in situazione di conflitto armato, commettono stupri», non escludendo di deferire i colpevoli alla competente Corte Penale Internazionale dell'Aja. La risoluzione inoltre chiede a tutte le parti coinvolte in conflitti armati l' «immediata e completa cessazione» di ogni forma di violenza sessuale contro civili e rivolge al Segretario generale dell'ONU l'invito a trasmettere al Consiglio, entro il 30 giugno 2009, un rapporto che documenti i casi in cui la violenza sessuale «è stata ampiamente e sistematicamente usata contro i civili». Human Rights Watch, una delle maggiori organizzazioni non governative per la difesa dei diritti umani, ha definito la risoluzione «un atto storico». Più concretamente, Condoleezza Rice, che presiedeva la riunione del Consiglio, ha dichiarato che «la risoluzione fissa un meccanismo per far venire alla luce quelle atrocità», portando ad esempio Birmania, Sudan e Repubblica Democratica del Congo. Le parole del Segretario di Stato USA Rice evidenziano il punto debole della risoluzione che, senza dubbio, può favorire l'attivazione di un buon sistema di monitoraggio, per il quale si sono già sollecitati adeguati finanziamenti, ma che probabilmente può garantire ben poco in termini sanzionatori. È difficile infatti immaginare «misure contro le parti» che risultino davvero efficaci e men che meno può valere la minaccia di ricorrere alla Corte Penale Internazionale. Questo organismo, costituito per giudicare casi di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità, si sta in realtà dimostrando, come era prevedibile, assai meno utile di quanto promesso: principalmente perché non dispone di una forza propria per eseguire arresti e deve perciò fare affidamento sui governi, a meno di ricorrere a metodi del tutto discutibili.

Proprio in questi giorni è scoppiato un caso clamoroso. Il procuratore della Corte, Luis Moreno Ocampo, ha rivelato alcune settimane fa di aver organizzato un'operazione, peraltro fallita, per dirottare un aereo su cui viaggiava il ministro per gli affari umanitari del Sudan, Ahmed Haroun. Il ministro da oltre un anno è stato accusato di crimini di guerra nel Darfur, insieme a Ali Kushayb, colonnello delle milizie arabe janjaweed che seminano morte e distruzione tra le etnie di origine africana di quella regione. Ma Khartoum ha finora rifiutato di consegnarli alla Corte dell'Aja sostenendo che la magistratura sudanese è perfettamente in grado di amministrare la giustizia e che la Corte non ha giurisdizione per giudicare nessun cittadino sudanese per qualsivoglia crimine: senza contare che le Nazioni Unite meglio farebbero a preoccuparsi dei ripetuti episodi di violenza anche sessuale di cui si rende responsabile il personale delle missioni di pace e dei campi per profughi, inclusi i caschi blu della Unmis, la missione incaricata di vigilare sull'applicazione degli accordi di pace che nel 2005 hanno posto fine alla guerra tra nord e sud Sudan, accusati all'inizio del 2007 di centinaia di casi di violenza sessuale, per giunta su minori.

Al momento, in effetti, forse solo la Repubblica Democratica del Congo ha consegnato spontaneamente alla Corte degli imputati: per la buona ragione che si tratta dei capi di movimenti armati antigovernativi dei quali il governo congolese si sbarazza volentieri. In compenso, l'incriminazione da parte del tribunale dell'Aja di Joseph Kony, fondatore del Lord Resistance Army, il movimento responsabile di 20 anni di guerra nel nord Uganda, ha contribuito involontariamente al fallimento dei negoziati avviati due anni fa per porre fine al conflitto. Kony infatti, come altri leader antigovernativi prima di lui, pone come condizione per deporre le armi la garanzia di non essere perseguito penalmente; anzi, sull'esempio della Sierra Leone, del Burundi e del Sudan, pretende di entrare nel governo e di integrare nell'esercito i propri combattenti: sono richieste che possono apparire assurde, ma in Africa spesso sono condizioni necessarie per la pace.