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La debole proposta di Obama per combattere il terrorismo

di Stefano Magni - Ragionpolitica 21 giugno 2008

Barack Obama è sicuramente l'uomo dei record. Unico afro-americano attualmente presente in Senato (ne sono stati eletti solo tre dagli anni ‘40 ad oggi) è il primo candidato nero alla presidenza degli Usa ed è anche l'uomo che, in una campagna per le elezioni primarie, ha raccolto più fondi nella storia politica statunitense. Questi fattori ne fanno un personaggio decisamente mediatico e ne rendono possibile l'elezione. Anche perché, in un periodo in cui il multiculturalismo è ancora egemone nell'istruzione e nei media americani, chi è disposto a votargli contro, rischiando di esser tacciato di razzismo? Tuttavia lo stesso Martin Luther King spiegava così il suo sogno: una società in cui la persona è giudicata per il contenuto delle sue idee e non per il colore della pelle. Di Obama, invece, si nota solo il colore della pelle, ma si tende a dimenticare il contenuto delle sue idee.

Gli Usa, in particolare, sono un paese in guerra con l'islamismo. Combattono su fronti lontani, quali l'Iraq e l'Afghanistan, ma devono badare anche alla sicurezza interna, cercando di fermare le infiltrazioni di cellule del terrore. Che strategia propone Obama, oltre alle sue critiche di rito contro l'amministrazione Bush? «L'America di Obama è ancora quella del 10 settembre. A cui segue inevitabilmente un 11 settembre», commenta in modo sarcastico Andrew McCarthy, ex procuratore di New York e analista esperto di terrorismo. La proposta del senatore dell'Illinois, infatti, è quella di tornare agli strumenti della giustizia penale, con tutte le garanzie di cui godono i cittadini americani, per arrestare e processare regolarmente i terroristi. Cifre alla mano, McCarthy dimostra, sulle colonne della National Review, il fallimento di questa politica. Dal primo attentato contro il World Trade Center nel 1993 all'11 settembre 2001, la giustizia penale ha portato all'arresto di soli 29 sospetti. I protagonisti del terrorismo islamico, come Khalid Sheikh Mohammad (una delle menti dell'attacco alle Torri Gemelle) ha continuato ad agire liberamente per otto anni, pur essendo nel mirino della giustizia. Abdul Rahman Yasin fu scarcerato dopo un breve periodo di detenzione, per mancanza di prove. E ha continuato ad agire contro gli Usa dall'Iraq. Per gli attentati all'estero la giustizia americana è, se possibile, ancor più impotente. All'attentato contro militari americani alle Khobar Towers (in Arabia Saudita) non è seguito alcun arresto. Bin Laden è stato incriminato nel giugno del 1998 dalla procura di New York, ma da allora ad adesso è riuscito a portare a termine: l'attentato alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania, l'attentato al cacciatorpediniere Uss Cole, l'11 settembre e a organizzare la guerriglia anti-americana in Afghanistan e in Iraq.

Se c'è almeno una lezione appresa dagli Usa nella lunga guerra contro le cellule terroristiche, questa è sicuramente: il terrorismo non si combatte con i processi, ma con le eliminazioni mirate dei suoi leader, ovunque essi siano. Dick Morris, ex consigliere di Bill Clinton e il procuratore Eileen McGann, in un articolo pubblicato dalla rivista FrontPage, spiegano quanto sia irrazionale condurre una guerra con i metodi di una giustizia da tempo di pace. Sarebbe come pretendere di denunciare un soldato nemico durante uno scontro corpo-a-corpo alla baionetta: le inchieste, con tutte le loro garanzie, sono troppo lente per poter prevenire un attentato. Le prove richieste per portare alla condanna di un imputato, nella maggior parte dei casi, non sono sufficienti. Ad esempio, nel 1996 non c'erano prove sufficienti a chiedere l'estradizione di Bin Laden al Sudan. Dopo l'11 settembre, se si fosse condotta un'inchiesta giudiziaria regolare, non si sarebbe nemmeno potuto arrestare José Padilla, l'uomo che stava pianificando un attentato con una bomba sporca. La presunzione di innocenza, inoltre, fa sì che i dati raccolti nel corso di un'inchiesta giudiziaria non siano messi a disposizione dell'intelligence: benissimo se si tratta di un cittadino americano, ma senza intelligence non si vince una guerra contro organizzazioni straniere nemiche.

Quel che Obama, forse, non comprende, è che Al Qaeda, così come qualsiasi movimento terrorista anti-occidentale, usa le garanzie delle nostre leggi come una finestra in cui infiltrarsi per infliggerci danni. I liberali (compresi i libertarian americani) ritengono che il ritorno alla giustizia penale per arrestare i terroristi sia una difesa della libertà individuale americana. Tuttavia, anche nella tradizione liberale classica, a partire da John Locke, è compito dello Stato difendere i cittadini da un'aggressione esterna. Se entro i confini di uno Stato governa il diritto, al di fuori di essi prevale l'arbitrio, dove il sovrano può ordinare di uccidere per impedire che siano i suoi sudditi ad essere uccisi. L'equivoco nasce dal fatto che i terroristi sono in mezzo a noi e usano collaboratori dei paesi in cui operano. Ma sono e restano dei nemici esterni, in guerra contro gli Stati Uniti e l'Occidente. Quando Obama afferma, con orgoglio messianico, che «non dobbiamo fare di Bin Laden un martire, lo dobbiamo processare così che l'intero mondo possa comprendere le azioni omicide che ha compiuto», non sta sciorinando una perla di saggezza liberale. Sta semplicemente negando il diritto degli americani a difendersi dall'aggressione islamista.