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Solana spera ancora, ma a Natanz le centrifughe continuano a girare

di Pietro batacchi - l'Occidentale 17/06/2008

Rifiutiamo la precondizione di sospendere l'arricchimento dell'uranio, ma studieremo i dettagli del pacchetto”. Questo, in sintesi, il senso della risposta degli iraniani alla proposta presentata da Javier Solana nel suo blitz a Teheran di domenica.  L'Alto rappresentante per la politica estera dell'Ue, politico navigato e realista, abituato ai bizantinismi della politica internazionale, ha tuttavia aggiunto: “Se avessero accettato oggi sarebbe stato un miracolo, e i miracoli non avvengono gratis”. L’Iran non ha chiuso totalmente la porta, ma di sospendere l’attività di arricchimento dell’uranio non ne vuol sapere. Per Teheran non può essere una pre-condizione per il negoziato e il pacchetto di incentivi portato in dote da Solana per conto del “5+1” dovrà essere allargato. 

L’impressione è che la partita sia destinata a continuare ancora, ma il tempo, quanto c’è di mezzo la Bomba, è tiranno e da Gerusalemme giungono segnali non proprio edificanti. Più passa il tempo, più le centrifughe di Natanz girano. Il rapporto presentato dall’AIEA al Consiglio di Sicurezza lo scorso 26 maggio è allarmante e per certi aspetti rappresenta un’assolta novità, nella sostanza e nella forma. Finora l’AIEA era stata tutto sommato indulgente con Teheran e con le sue ambizioni nucleari. Non che anche in passato non fossero mancati gli allarmi, ma gli ispettori e il suo capo, l’egiziano Mohammed El Baradei, avevano sempre mantenuto un atteggiamento improntato a grande prudenza, se non proprio ad un velato appeasement, verso le politiche nucleari di Teheran. Questa volta, però, nel documento si chiede con insolita durezza a Teheran di far luce su molti aspetti ritenuti ancora oscuri. L’attività delle oltre 3.000 centrifughe di Natanz va avanti a pieno regime: da gennaio a maggio, i tecnici iraniani hanno iniettato negli impianti 2,3 tonnellate di esafluoruro di uranio, portando il totale a quattro tonnellate. Per ora sembra sia stato prodotto solo uranio leggermente arricchito - con una percentuale di U235 inferiore al 4%, quindi non idonea per la produzione di armi - ma se il processo dovesse essere ripetuto più volte, si potrebbe arrivare ad uranio weapon-grade, arricchito a livello di arma, con una percentuale di U235 al 90%.  Ne bastano pochi chili, 25 kg, per produrre un ordigno nucleare rudimentale; poco più del doppio, per una bomba come quella che rase al suolo Hiroshima. Quest’obiettivo potrebbe essere raggiunto in poco tempo. C’è addirittura chi ipotizza che l’Iran potrebbe realizzare un primo ordigno nucleare con due dozzine di chilogrammi di uranio già entro la fine dell’anno, ma probabilmente sarebbe più realistico pensare alla fine del prossimo anno, od al 2010, visto che l’efficienza delle centrifughe che operano nello stabilimento di Natanz non è massima. 

Ma l’Agenzia dell’ONU non è preoccupata solo dall’arricchimento dell’uranio. C’è dell’altro. Dal rapporto arriva la conferma dei lavori di espansione dello stabilimento sotterraneo di Natanz, che dovrebbe ospitare fino a 50.000 centrifughe, dell’avanzamento dei lavori ad Arak per la costruzione di un reattore ad acqua pesante e dell’installazione di centrifughe più avanzate, denominate dall’AIEA IR2 ed IR3, che garantirebbero l’arricchimento dell’uranio in minor tempo e una maggiore efficienza rispetto a quelle attualmente utilizzate. Tuttavia l’elemento più rilevante contenuto nel rapporto è il riferimento al cosiddetto Green Salt Project. E’ su questo che si gioca la vera battaglia tra Iran e comunità internazionale. Il progetto riguarderebbe una serie di attività clandestine - condotte dagli iraniani in barba ad AIEA, Europa e Stati Uniti - come la progettazione di ordigni nucleari, la modifica dei missili balistici Shahab 3, per adattarli all’impiego di testate nucleari, e gli studi per la realizzazione di siti sotterranei per lo svolgimento di test nucleari. Tutti dati e informazioni contenuti in un PC portatile - trafugato da membri della dissidenza iraniana alcuni anni fa e poi passato alla CIA - trasferiti all’AIEA solo adesso.

Cosa abbia convinto Bush a passare queste informazioni all’Agenzia dell’ONU, dopo che questa per due anni ne aveva fatto richiesta invano, resta di difficile lettura, soprattutto se si pensa che solo pochi mesi fa nel rapporto redatto da tutte le agenzie di intelligence americane per il Congresso si sosteneva che il programma nucleare militare iraniano fosse stato sospeso nel 2003. Misteri della diplomazia? Può darsi, ma anche i misteri a volte possono avere una spiegazione. In particolare, se in gioco è una questione come quella del nucleare iraniano resa complessa da tanti risvolti, molti dei quali di matrice interna, che agitano tutte le parti in causa. 

Bush vorrebbe lasciare un segno, dopo un mandato che certo non ha brillato per consensi suscitati, e un buon risultato sul fronte iraniano farebbe al caso suo. E George, pur di ottenere la sospensione del programma nucleare - come confessato dallo stesso Berlusconi dopo il loro recente incontro - farebbe di tutto. Il vice Cheney negli ultimi mesi si è speso non poco presso gli amici arabi sunniti alla ricerca di un consenso per un’eventuale campagna aerea contro i siti nucleari iraniani. E così ha fatto anche la potente comunità ebraica negli USA che di argomenti ne ha da vendere per convincere gli americani ad agire contro Teheran. Sul fronte israeliano, il debolissimo Olmert potrebbe essere tentato di replicare contro Teheran il raid che lo scorso settembre incenerì il reattore siriano di Al Kibar e recuperare così un consenso sempre più declinante. Il problema è che l’infrastruttura nucleare iraniana è molto ben sviluppata e presenta diverse decine di obiettivi. L’impresa sarebbe ardua anche per l’efficientissima aviazione israeliana e il rischio sarebbe quello di provocare un terremoto politico a fronte di scarsi risultati operativi. Resta il fatto che il rapporto dell’AIEA non poteva che aumentare le preoccupazioni israeliane. Testimonianza ne è la sparata del vicepremier Mofaz che, in un’intervista a Yediot Ahronot, ha detto di non vedere alternativa all’attacco militare per risolvere la questione. In molti hanno interpretato le sue parole alla luce della lotta interna al partito Kadima per una possibile successione ad Olmert. Qualunque ne sia la ragione, dichiarazioni di questo segno lasciano trapelare un nervosismo ed una frustrazione ormai ampiamente radicati in diversi ambienti israeliani quando l’argomento si sposta sulle ambizioni nucleari iraniane. 

Un nervosismo che però non manca neanche in casa iraniana. A Teheran da qualche tempo è in corso una battaglia di potere tra le varie fazioni del regime i cui esiti sono a tutt’oggi imprevedibili. Scomparsi dalla scena i cosiddetti riformisti, la partita si gioca tra gli ultra-conservatori dogmatici - guidati dal presidente Ahmadinejad e che hanno nei Pasdaran e nei settori popolari la loro base di potere - e l’ala più pragmatica dell’ex negoziatore sul nucleare, e attuale presidente del Malijs, Larijani e del sindaco di Teheran Ghalibaf - radicata nel clero tradizionalista. Il confronto si è acuito da quando Ahmadinejad è uscito dalle grazie della Guida Suprema. Ali Khamenei, infatti, che aveva favorito l’elezione di Ahmadinejad nel 2005, adesso pare averlo scaricato preferendogli Larijani e Ghalibaf e puntando su uno di questi due per le presidenziali del prossimo anno. Khamenei è preoccupato dalla grave crisi economica che attanaglia l’Iran e preferisce pertanto un candidato per la presidenza più pragmatico e preparato sulle questioni amministrative piuttosto che uno incline alla baruffa e alla purezza ideologica. Ecco allora spiegata la decisa accelerazione impressa al programma nucleare da Ahmadinejad negli ultimi mesi. Una strategia di rischio calcolato con la quale si punta a recuperare un consenso interno che sta sfuggendo a favore di altri esponenti conservatori del regime e a creare le basi per una rielezione che appare sempre più in bilico.

La comunità internazionale punta molto sulle spaccature interne al regime, ma il rischio è quello di vedersi scappare la questione di mano. Da qui al giugno del 2009, quando si terranno le elezioni presidenziali, il programma nucleare potrebbe giungere ad un punto di non ritorno e a quel punto il mondo si troverebbe di fronte al fatto compiuto. E anche se così non fosse, un Larijani o un Ghalibaf, o chi per loro, difficilmente chiuderebbe il dossier atomico senza nulla in cambio o per la grazia dei semplici incentivi promessi da Solana. Lo dimostra la durezza con la quale lo stesso Larijani ha reagito al rapporto dell’AIEA e alle informazioni che vi sono contenute, bollate come manipolate e pre-fabbricate.  In discussione c’è molto di più della Bomba. Questa è uno strumento che Teheran avrebbe per rinegoziare un assetto mediorientale sentito come sfavorevole ai propri interessi. L’Iran vuol vedere riconosciuto il proprio status di potenza regionale e se discussione ci deve essere, questa deve abbracciare tanti aspetti, incluso il nucleare, ma anche la presenza americana in Iraq e Afghanistan. Non importa essere estremisti come Ahmadinejad per ritenere la presenza di militari e basi USA sui propri confini un elemento di grave insicurezza. Al nucleare si può rinunciare anche domattina, ma non si può farlo gratis. L’Iran non è il Brasile o l’Argentina.