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Niente di nuovo a Mosca

di Erik Marangoni - Ragionpolitica 17 giugno 2008

Dal 7 maggio di quest'anno a Mosca si è insediato un nuovo presidente, investito del difficile compito di non far rimpiangere troppo Vladimir Putin, dirottato a ricoprire la carica di primo ministro. Dimitri Anatolyevich Medvedev, 43enne rampante della San Pietroburgo «bene», è salito al potere grazie soprattutto alla profonda amicizia che lo lega all'ex presidente, sin dai tempi in cui questi prestava i suoi servizi alla municipalità di San Pietroburgo. Tra i due uomini le differenze sono evidenti, specialmente nello stile. Mentre Putin, soprattutto nel periodo del suo secondo mandato, ha spesso manifestato una certa rigidità di comportamento, accompagnata da dimostrazioni di machismo (lezioni di Judo, cavalcate e battute di pesca a torso nudo nei fiumi della Siberia), Medvedev ha adottato un approccio più sobrio. Alle arti marziali il nuovo presidente preferisce lo yoga, beve the verde piuttosto che vodka e dispensa facilmente sorrisi ai suoi interlocutori. Tuttavia ciò non significa che egli non abbia a cuore gli interessi del suo paese. Tutt'altro.

Nel corso del congresso mondiale della stampa russa tenutosi a Mosca nei giorni scorsi, in riferimento alla situazione della sicurezza nel continente europeo, Medvedev ha riesumato un tema molto caro ai partner europei, di cui si era parlato per la prima volta oltre 30 anni fa. Un tema che nel 1975 era stato oggetto di un'apposita conferenza ad Helsinki, la Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, conclusasi con la sottoscrizione dell'Atto finale da parte di 35 paesi europei. L'Atto finale di Helsinki pose le basi per il mantenimento della sicurezza nel continente europeo attraverso l'accettazione, da parte di tutti i partecipanti, del principio dell'inviolabilità dei confini degli Stati cosi come definiti dopo la seconda guerra mondiale. Con l'Atto finale di Helsinki l'Europa occidentale di fatto riconobbe la supremazia sovietica ad est della cortina di ferro, in tal modo sancendo la definitiva separazione del continente europeo in due sfere di influenza. Allo stesso tempo, però l'inserimento nell'Atto finale di una sezione dedicata al rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, nonostante le proteste russe, rappresentò per il regime sovietico un elemento di frattura, di cui seppero fare uso i primi movimenti di dissidenti per criticare la mancanza di libertà nei regimi sottoposti al controllo di Mosca. La Conferenza di Helsinki venne successivamente istituzionalizzata, trasformandosi in Organizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa (OSCE), con propri organi societari permanenti e dotandosi di obiettivi ambiziosi, come il mantenimento della pace e della sicurezza in Europa ma anche il rispetto dei diritti umani e lo sfruttamento sostenibile delle risorse.

Dal palco della conferenza dei giornalisti di Mosca il presidente russo ha lanciato un forte messaggio ai partner europei quando ha affermato che la pace e la sicurezza in Europa non possono essere determinate nel quadro della Nato o dell'Osce, essendo piuttosto necessario un nuovo accordo tra tutti i paesi europei. Un accordo, questa la proposta innovativa da parte russa, in cui ogni Stato dovrebbe «parlare per sé stesso», ossia in cui le alleanze, di natura diversa ovviamente, non siano più intese nel senso tradizionale del termine bensì, per usare un termine molto in voga da noi qualche anno fa, «a geometria variabile». Per capire il senso della proposta di Medvedev occorre ricordare le diverse modalità con cui Stati Uniti e Unione Sovietica hanno storicamente gestito i rapporti con i partner europei. Mentre Washington ha sempre prediletto un approccio multilateralista, andando a trattare con gruppi di Stati, piuttosto che con i singoli, Mosca ha preferito puntare al rapporto diretto con il singolo paese, ciò che le avrebbe garantito la supremazia nei rapporti reciproci.

Nel 2008 la proposta unilaterale di Medvedev va letta secondo due linee strategiche: la prima è finalizzata a rompere il fronte occidentale, ancora saldo attorno agli Stati Uniti, nonostante le recenti controversie, e rinforzato dalla presenza in Europa di governi molto vicini agli Stati Uniti. La seconda è legata soprattutto alla questione dell'arma petrolifera. Da anni oramai si chiede a gran voce che l'Unione Europea si doti di una politica energetica comune, ciò che la renderebbe contrattualmente più forte nei confronti del principale fornitore continentale: la Russia. Tuttavia, gli Stati europei preferiscono adottare dei comportamenti autonomi in un settore giustamente considerato strategico, andando a trattare direttamente con il produttore, in questo caso Gazprom che, di conseguenza, continua a fare affari miliardari a spese dei contribuenti. È evidente perciò che la proposta di Medvedev di avere più controparti con cui trattare, piuttosto che un gruppo compatto in grado di sostenere la pressione dei barili di petrolio russo, non è altro che l'ennesimo tentativo di spaccare l'Europa, più di quanto essa non sia già e di impedire un eccessivo appiattimento sulle posizioni americane. Come si vede, al Cremlino cambia lo stile ma la sostanza è sempre la stessa.