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Un ravvedimento tardivo

Erik Marangoni - Ragionpolitica 12 giugno 2008

Per anni ha sostenuto i gruppi terroristici marxisti delle Farc colombiane, attraverso finanziamenti illeciti e la fornitura di armi ed equipaggiamenti, rendendosi cosi indirettamente responsabile della lunga catena di assassini e sequestri che ha insanguinato la Colombia negli ultimi anni. Il presidente venezuelano Hugo Chavez non ha mai fatto mistero delle sue simpatie per i gruppi terroristici, naturalmente di sinistra, che scorrazzano impunemente per tutto il Sud America. L'appoggio a questi gruppi lo ha portato spesso a veri e propri scontri diplomatici con altri capi di stato e, in un caso addirittura sull'orlo della guerra, quando il governo colombiano intervenne militarmente contro basi delle Farc in Ecuador, a cui Chavez rispose con la mobilitazione di parte dell' esercito. Pur smentendo ogni coinvolgimento diretto, la responsabilità del governo venezuelano nelle azioni armate dei terroristi marxisti colombiani è oramai chiara. L'arresto in Colombia di due cittadini venezuelani, in procinto di fornire armi e munizioni a esponenti di rilievo delle Farc, è stato accolto con il silenzio più totale a Caracas, tanto più che i due personaggi in questione risultano ben collegati con i vertici civili e militari del paese. La sparizione, ad opera di agenti venezuelani, del computer del defunto leader delle Farc Raul Reyes, sul quale sembra fossero indicati tutti gli «affari» che il governo venezuelano aveva con i terroristi colombiani, rappresenta un ulteriore segno del coinvolgimento di Chavez negli affari interni colombiani. Tuttavia, sembra che le cose stiano cambiando a Caracas.

Le critiche che l'atteggiamento di Chavez ha suscitato nella comunità internazionale e la perdita di popolarità interna, rivelatasi nella sconfitta nel recente referendum, sono probabilmente alla base di un atteggiamento diverso da parte del governo venezuelano, che potrebbe rappresentare un deciso cambiamento di rotta. Nel corso di un intervento nel programma televisivo a lui dedicato, Chavez ha chiesto alle Farc di deporre le armi e di liberare gli ostaggi tuttora prigionieri in quanto «la guerriglia è oramai storia». La fine della guerriglia, ha continuato Chavez, libererebbe il Sud America dalla minaccia statunitense in quanto Washington non avrebbe più scuse, a parte Cuba ovviamente, per giustificare la propria strategia aggressiva nel sud del continente.

A parte la solita retorica anti-yankee di cui i discorsi di Chavez sono notoriamente pieni, e in attesa di passi concreti, vale comunque la pena sottolineare questo nuovo atteggiamento nei confronti delle attività terroristiche in Sud America. Il populismo anti-americano che tanta parte ha avuto nel cambio di regime in Venezuela, Ecuador, Bolivia e Argentina, sta mostrando tutti i suoi limiti soprattutto in termini di cronica incapacità di migliorare le condizioni di vita dei più indigenti. Nonostante gli enormi introiti generati dalla corsa al rialzo del prezzo del petrolio, in Venezuela il divario tra ricchi e poveri è in costante aumento, mentre in Bolivia l'atteggiamento anti-industriale del nuovo presidente non ha certo favorito l'afflusso di capitali stranieri, fondamentali per il rinnovamento dell'apparato industriale. Insomma, la rivoluzione bolivariana e socialista, di cui Chavez è l'esponente più rappresentativo, sta fallendo su tutti i fronti. Dopo la morte dei due leader più autorevoli delle Farc, Reyes e Marulanda, Chavez ha forse compreso che i guerriglieri marxisti stanno combattendo una battaglia senza speranza, che suscita la generale riprovazione per le inutili sofferenze inflitte ai loro ostaggi. Mostrarsi amico di torturatori e di assassini non è certo il modo migliore per ottenere credibilità internazionale.