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Ancora persecuzioni nel mondo islamico: il caso di Iran e Algeria

Maurizio Stefanini - Occidentale 7/06/2008

A due estremi geopolitici e culturali del mondo islamico si scatena una nuova ondata di persecuzioni contro le minoranze religiose. Contro i Baha’i in Iran, Stato teocratico. Contro i cristiani in Algeria, che pure si proclama ufficialmente Stato laico, e che contro il terrorismo integralista ha condotto una feroce guerra civile.

Il 14 maggio sei dirigenti della comunità Baha’i iraniana, forte di 300.000 fedeli, sono stati arrestati e detenuti nel carcere di Evin. Da allora non se ne hanno più notizie: i loro nomi sono Jamal-Eddin Khanjani, Vahid Tizfahm, Behrouz Tavakkoli, Said Rezai, Afif Naimi e Farida Kamal-abadi. Un settimo dirigente, Mahavash Sabet, era già dentro dal 5 marzo. E altri tre arresti sono stati fatti il 23 maggio. “Hanno agito contro l’interesse nazionale”, si è limitato a dire il governo. Più precisa la spiegazione data dall’Imam di Mashad il 23 maggio: “Si tratta di spie israeliane che hanno commesso numerosi crimini politici e devono essere condannati alle pene più elevate”.

La fede Baha’i prende il nome dal Bahá'u'lláh, letteralmente “Gloria di Dio”: nome che prese il suo fondatore Mīrzā Hoseyn Ali Nuriun, un iraniano vissuto tra 1817 e 1892, dopo essersi dichiarato nel 1863 il “promesso” annunciato dal riformatore religiose Siyyid Mírzá 'Alí-Muhammad, noto come Bab: “la Porta”. Anch’egli iraniano, Bab era stato martirizzato 31enne nel 1850 su istigazione del clero sciita come eretico. E un’identica, feroce ostilità i musulmani in generale e gli sciiti in particolare l’hanno sempre mantenuta verso questa fede assolutamente non violenta che predica l’eguaglianza tra uomo e donna, rifiuta il sacerdozio, annuncia la fraternità dei popoli e annuncia che tutti i fondatori delle grandi religioni erano in realtà annunciatori dello stesso Dio: Abramo, Krishna, Zarathustra, Mosè, Buddha, Gesù, Maometto, Bab e Bahá'u'lláh. Una proposizione, quest’ultima, che l’Islam giudica blasfema, vista la sua proclamazione di Maometto come “sigillo dei profeti”. Inoltre il Bahaismo crede che tutti i libri sacri siano validi, come tappe di una stessa rivelazione progressiva che Dio dà all’umanità man mano che ne matura la consapevolezza e la capacità di comprendere. E anche ciò è visto con sospetto dall’ortodossia islamista, secondo la quale la Bibbia e il Vangelo sono stati alterati da ebrei e cristiani, mentre l’Avesta zoroastriano o i Veda indù non hanno evidentemente nulla di valido. Una terza ragione di ostilità è nel femminismo dei Baha’i, che si oppone risolutamente al velo. Una quarta ragione è che a differenza delle altre minoranze religiose iraniane, che si accontentato di sopravvivere, i Baha’i hanno sempre fatto proselitismo. Sono infatti una fede a diffusione mondiale, con oltre sette milioni di fedeli, e una presenza in un numero di Paesi inferiore solo al Cristianesimo. Anche l’insigne islamista italiano Alessandro Bausani era un loro adepto. C’è infine il particolare che il loro fondatore morì in esilio in Palestina e la sua tomba è ad Akko, oggi in territorio israeliano. Poiché quel luogo è per i Baha’i quel che è Roma per i cattolici, Gerusalemme per gli ebrei o La Mecca per i musulmani, dalla rivoluzione khomeinista in poi la comunità iraniana è stata costantemente accusata di collusione col “nemico sionista”. 

Molti Baha’i sono stati dunque imprigionati, e oltre 200 addirittura fucilati. Molti altri sono stati costretti all’esilio. Ne restano appunto in Iran 300.000, la cui fede però non è riconosciuta. In un Paese dove la menzione della religione sui documenti è obbligatoria, il diritto civile dipende dalla fede religiosa e perfino i seggi in Parlamento sono assegnati per comunità religiose, gli sciiti sono dunque in Iran cittadini di seria A; i sunniti di serie B; cristiani e zoroastriani di serie C; gli ebrei di serie D, visto che malgrado il riconoscimento ufficiale e un seggio garantito in Parlamento anche su di loro si abbattono periodiche sfuriate per i loro contatti con Israele; ma i Baha’i sono direttamente delle non persone. Non possono ricevere la pensione, diventare funzionari, scrivere il loro nome sulle lapidi tombali, ricevere eredità, riunirsi per pregare. Spesso i loro beni sono stati sequestrati e le loro licenze commerciali ritirate, mentre i loro datori di lavoro ricevono continue pressioni a licenziarli. Tra l’altro, non hanno neanche la possibilità di scegliersi una “Assemblea Spirituale” direttiva, che tra loro prende il posto del clero. Per guidare la comunità si è formata allora una leadership informale clandestina: i cosidetti yaran, “amici”. Ed è sui questi yaran che si è abbattuta appunto questa repressione. 

Si sa che il Presidente Ahmadinejad è iscritto all’associazione anti-Baha’i Hodjatieh, e che dopo la sua elezione le vessazioni sono aumentate: controlli della polizia, pressione degli insegnanti sugli scolari Baha’i per costringerli ad abiurare, dichiarazioni anti-Baha’i sui media pubblici, profanazione di cimiteri. In quattro anni, oltre 200 Baha’i sono stati arrestati. Ma proprio sulla questione Baha’i l’opposizione si sta ora mobilitando. La Nobel per la Pace Shirin Ebadi, ad esempio, in un rapporto che ha appena redatto a proposito della “violazione sistematica dei diritti dell’uomo in Iran”, ha enunciato che i Baha’i sono “esclusi dal lavoro e dall’accesso all’università”, per la quale bisogna appunto presentare una certificazione di appartenenza a una religione riconosciuta. È una situazione cui i Baha’i hanno cercato di porre rimedio creando degli atenei autogestiti e non riconosciuti, ma sulla scia della denuncia di Shirin Ebadi una lista di quindici intellettuali francesi ha redatto un appello per chiedere all’Iran di porre fine a questa discriminazione dagli atenei: che tra l’altro viola in maniera flagrante quei principi istitutivi dell’Unesco, di cui pure l’Iran fa parte. Tra loro, anche i Nobel Pierre Gilles De Gennes (Fisica), Claide Cohen-Tannoudji (pure Fisica) e François Jacob (Medicina). Ma pure il Grande Ayatollah Montazeri di Qom, leader del clero riformista, ha appena pubblicato un testo sulla questione Baha’i in cui ha ricordato che “anche loro sono cittadini iraniani”, e anche loro devono beneficiare della “compassione islamica professata nel Corano”.    

Nel contempo, in Algeria divampa la polemica su “Habiba Kouider, cristiana”, come l’ha definita la stampa. Una insegnante di 37 anni arrestata il 29 marzo a Tiaret, a 300 Km a ovest di Algeri, a bordo di un autobus proveniente da Oran. Motivo: il possesso di un carico di Bibbie. Accusa: “culto non musulmano senza autorizzazione”. Ma lo stesso giorno e nella stessa città altri sei convertiti al cristianesimo comparivano in Tribunale per “diffusione di volantini volti a scuotere la fede dei musulmani”. Dopo che per lei erano stati chiesti tre anni il giudizio di Habiba è stato rinviato, in modo da poter completare l’istruttoria. Ma per i sei dei volantini l’accusa ha chiesto due anni di carcere e una multa equivalente a 5000 euro. 

In Algeria, in base all’ultimo censimento i cristiani sarebbero 11.500, ma altre fonti ne indicano 30.000. E già la differenza è indicativa. Le Chiese Cattolica e Protestante sono infatti legali, ma il sottinteso e che si occupino di fedeli di origine straniera, anche se a volte di cittadinanza algerina: qualche raro pied noir rimasto dai tempi della colonizzazione francese; un po’ di residenti stranieri; un po’ di immigrati dall’Africa Nera; qualche cristiano da altri Paesi arabi. Tra questi ultimi anche il nuovo arcivescovo di Algeri Ghaleb Moussa Abdallah, nato in Giordania. E le Chiese “storiche” hanno in effetti accettato questo ruolo discreto: il che, peraltro, non le ha impedito di essere bersaglio degli attacchi integralisti durante l’ultima guerra civile, con ben 17 religiosi assassinati tra il 1994 e il 1996. Ma per ognuno di questi cristiani “ufficiali” ve ne sono ormai almeno due convertiti a varie denominazioni protestanti soprattutto di origine Usa, secondo le quali nessuna cautela diplomatica è ammissibile di fronte all’imperativo dell’annunciare il Vangelo. Spesso i loro propagandisti esagerano certamente in aggressività, non tralasciando neanche di promettere visti di emigrazione o vantaggi economici pur di strappare qualche conversione. Ma in gran parte il loro pericolo è esagerato dalla stampa, visto che nel mondo islamico l’allarme sul “proselitismo cristiano” è un arsenale di demagogia altrettanto potente che non il richiamo all’”invasione” islamica o rom da noi. 

Il governo, comunque, dopo aver tanto infierito contro la minaccia islamica, ha trovato comodo nel febbraio del 2006 emanare anche un’ordinanza contro la “campagna evangelica aggressiva”, tanto per riequilibrare la propria immagine dando un colpo al cerchio e uno alla botte. E lì sono previsti da due ai cinque anni di carcere per ogni persona che “inciti, costringa o utilizzi dei mezzi di seduzione volti a convertire un musulmano a un’altra religione”, o che “fabbrichi, depositi o distribuisca dei documenti stampati o su ogni altro supporto o mezzo volti a scuotere la fede di un musulmano”. Un dispositivo talmente ampio che in base a esso lo scorso Natale il sacerdote cattolico Pierre Wallez è stato condannato per aver pregato assieme ad alcuni clandestini cristiani dell’Africa Nera. Anche qui il 17 marzo un gruppo di intellettuali ha lanciato un appello in favore della libertà di coscienza “sinonimo del diritto di ognuno di praticare la religione di propria scelta, o di non praticarne affatto”.