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Gaetano Quagliariello (a cura di), Un Papa laico

Il «caso Sapienza» e la lezione di verità di Benedetto XVI

recensione di Mario Secomandi - Ragionpolitica.it 31 maggio 2008

La necessitata rinuncia di Papa Ratzinger alla lectio magistralis d'inaugurazione dell'anno accademico dell'università La Sapienza di Roma nello scorso gennaio, a motivo dei rischi connessi alla sicurezza e all'ordine pubblico derivanti dalle preannunciate contestazioni da parte di gruppuscoli di studenti di estrema sinistra collegati ai centri sociali, non è un (triste) episodio che deve finire nel dimenticatoio. Il fatto che a Benedetto XVI sia stato sostanzialmente impedito di parlare e di esprimersi nella più prestigiosa università italiana è emblematico di come nel nostro paese non sia ancora del tutto chiara la giusta e corretta dimensione del rapporto che deve intercorrere tra la laicità delle istituzioni e la necessità che la religione possa e debba intervenire nell'arena pubblica. Il succitato misfatto ha rappresentato inoltre una delle più meste figuracce che lo scorso governo Prodi ha rifilato all'Italia, visto che, evidentemente, non si era stati in grado di garantire le pre-condizioni per un normale e sereno svolgimento dell'intervento del Papa e per un attento ascolto da parte della platea di docenti e discenti. Ma tant'è.

Il «caso Sapienza» è lo specchio della più generale intolleranza laicista, dell'assolutismo relativista e del fondamentalismo nichilista di cui è permeato ed intriso l'approccio culturale che sembrerebbe andar per la maggiore (grazie a Dio le eccezioni - che confermano la regola - non mancano, a cominciare dal professor Quagliariello e da altri colleghi intervenuti nella stesura del libro) tra le élites accademiche non solo dell'ateneo romano, ma della maggioranza dei centri culturali italiani. Ma oggi, a fronte dell'epilogo degli equilibri geo-politici novecenteschi e sulla scia della globalizzazione, dei progressi della scienza e della tecnica e del risveglio dell'Islam, si rischia di non comprendere come il concetto di laicità di derivazione giacobino-illuminista risulti essere non più adeguato per avere un solido e chiaro background con cui la cultura e anche la politica possono affrontare a testa alta le molteplici sfide sul tappeto. La religione ritorna vigorosamente alla ribalta nonostante si fosse utopisticamente e malamente pensato che le «magnifiche sorti e progressive» della secolarizzazione e della post-modernità avessero posto fine a qualsivoglia cleavage fondato su contrapposizioni di valori e principi etici. La «questione antropologica» finisce per entrare nell'agone politico nel momento in cui la tecnoscienza pretende di intervenire sull'origine della vita e sulla morte e rivendica di effettuare operazioni ad alto rischio di manipolazione della persona, illudendosi di trascenderne l'indelebile ed insopprimibile umanità ed unicità.

Benedetto XVI può allora essere considerato, al contrario di ciò che professa l'opinione dominante, alla stregua di un «Papa laico», perché il cristianesimo, a differenza delle altre religioni, è la «religione del logos». Chi seguita a seminare zizzania nel tentativo di zittire il papa, insieme a tutto il resto degli intellettuali di sinistra radical-chic e politically correct, incapsulati nel nuovo pensiero unico, debole e conformista, dovrebbe ricordarsi anzitutto che il grande ateneo romano è stato fondato in pieno medioevo proprio da un predecessore di Ratzinger, ovvero papa Bonifacio VIII. Alla base della civiltà occidentale e dei suoi frutti come democrazia, libertà, centralità della persona, sacralità della vita, solidarietà, libero mercato e sviluppo, c'è ancora il cristianesimo. La medesima laicità, ossia la distinzione tra la sfera statale e quella religiosa (tra «ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio»), è propria della religione cristiana, non dell'Islam né delle altre religioni orientali. Laico, dunque, non può voler dire miscredente. Ma cristiano.

Mario Secomandi

secomandi@ragionpolitica.it