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McCain e la Lega delle democrazie

GLI ALLEATI DEGLI STATI UNITI

Robert Kagan - Corriere della Sera 18 maggio 2008

Con l'accentuarsi delle tensioni tra Russia e Georgia, con la rinascita del nazionalismo cinese per la condanna internazionale della repressione di Pechino in Tibet, con i dittatori birmani che rifiutano gli aiuti internazionali in un Paese devastato dal ciclone, con la crisi del Darfur sempre in primo piano, con il programma nucleare iraniano che va avanti malgrado tutto e Robert Mugabe che resta aggrappato al potere con la forza nello Zimbabwe, c'è da chiedersi che cosa tenga svegli la notte gli analisti di politica estera. Forse l'idea di una nuova organizzazione internazionale, una lega o un'intesa di nazioni democratiche. Su entrambe le sponde dell'Atlantico, questa idea - proposta da personaggi di primo piano come il senatore John McCain un anno fa - è stata scartata come provocatoria e inattuabile. Forse basteranno poche osservazioni per mettere a tacere il coro delle critiche.

L'idea di un'intesa di democrazie è nata non in casa repubblicana, bensì tra i democratici americani e gli internazionalisti liberali. Madeleine Albright, ex segretario di Stato, si diede da fare per promuoverne la nascita negli anni Novanta. Di recente, è stata riproposta da Ivo Daalder, consigliere ed esperto di politica estera di Barack Obama. Ha riscosso inoltre il sostegno di Anne-Marie Slaughter, rettore della Woodrow Wilson School presso l'università di Princeton, e di John Ikenberry, il celebre politologo liberale. L'idea annovera sostenitori anche in Europa, come Anders Fogh Rasmussen, il primo ministro danese, che ha tratteggiato la sua visione di un'«alleanza di democrazie».

Il fatto che sia stato McCain per primo a lanciare l'idea ci dice qualcosa sull'ampiezza delle vedute del candidato repubblicano e gli europei non hanno nulla da temere. Gli internazionalisti liberali americani sono favorevoli a questa proposta proprio perché servirebbe a promuovere l'internazionalismo liberale. Ikenberry è convinto che un'assemblea di democrazie contribuirebbe a riagganciare gli Stati Uniti al contesto internazionale. Daalder, dal canto suo, crede che rafforzerà l'influenza degli alleati americani a Washington. Così pure McCain, che in un recente discorso ha parlato della necessità che gli Stati Uniti non solo siano disposti ad ascoltare gli alleati, ma anche a lasciarsi persuadere dai loro argomenti.

Una lega delle democrazie rafforzerebbe gli ideali liberali nei rapporti internazionali. La comunità democratica appoggia il principio legale noto come «responsabilità di tutela», per la quale i governanti sono responsabili delle condizioni di vita del loro popolo. Bernard Kouchner, il ministro degli Esteri francese, ha suggerito che tale principio potrebbe applicarsi al Myanmar (ex Birmania), se i generali si rifiutano di accettare gli aiuti umanitari in favore della popolazione colpita dal ciclone. Questa proposta era stata sommariamente respinta dalle Nazioni Unite, dove anche altri interventi umanitari - oggi in Darfur, come nel Kosovo qualche anno fa - si sono scontrati con forti resistenze.

Una lega delle democrazie potrebbe quindi sostituirsi alle Nazioni Unite? Certamente no, come non può farlo né il Gruppo delle otto nazioni più industrializzate del mondo né qualsiasi altra organizzazione internazionale. Le democrazie del pianeta potrebbero invece far causa comune per intervenire in quelle crisi umanitarie dove il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non riesce a raggiungere l'unanimità dei consensi. Se questa prospettiva appare preoccupante, allora occorre chiedere lo scioglimento della Nato, dell'Unione Europea e di altre organizzazioni regionali che hanno preso un'iniziativa collettiva - come nel caso del Kosovo - quando il Consiglio di sicurezza era bloccato dai veti. La differenza è che la partecipazione alla lega delle democrazie andrebbe oltre l'Europa e l'America per includere le altre grandi democrazie del pianeta, come India, Brasile, Giappone e Australia, vantando così una maggiore legittimazione.

Alcuni europei sostengono che è precisamente l'aspetto globale a impensierirli, perché sminuisce la centralità dell'Europa. Sono gli stessi timori che generano non poche esitazioni quando si tratta di allargare il Consiglio di sicurezza per includere Giappone, India e Brasile. Ma questa è miopia pura e semplice. Le nuove istituzioni devono rispecchiare nuove realtà globali. Quanto maggiore sarà la solidarietà democratica nel mondo, tanto più influente sarà l'Europa.

I critici lamentano che è troppo difficile decidere quali nazioni sono effettivamente democratiche e quali no, obiezione assai strana da parte degli europei, consociati nel club di democrazie più esclusivo al mondo. Quando si tratta di valutare la candidatura di un nuovo membro dell'Unione, gli europei non scuotono la testa ponderando sul significato tremendamente complesso del termine «democrazia»: applicano invece criteri precisi e rigorosi per decidere se un possibile candidato è una democrazia oppure no. Una nuova lega di democrazie potrebbe prendere in prestito il modulo di domanda dell'Unione Europea.

Ma la nuova assemblea di democrazie, al lavoro insieme, non rischia di scatenare una nuova Guerra fredda? Non bisogna cedere a un allarmismo immotivato, anche se la concorrenza ideologica si fa già sentire. Serghei Lavrov, il ministro degli Esteri russo, osserva: «Per la prima volta in tanti anni, è emerso un vero confronto sul mercato delle idee» tra diversi «sistemi di valori e modelli di sviluppo». La buona notizia, a suo parere, è che «l'Occidente sta perdendo il monopolio sul processo di globalizzazione». Vere o false che siano tali affermazioni, le democrazie non devono aver paura di scendere in lizza. Pechino e Mosca accettano la sfida.

Un ultimo motivo per sgombrare il campo da ogni tentennamento riguardo la lega delle democrazie: non si farà, a meno che non siano le grandi democrazie del mondo a volerlo. E'un'idea, questa, che gli Stati Uniti non saranno in grado di imporre a nessuno.

© Robert Kagan, 2008 Distribuito da The New York Times Syndicate traduzione di Rita Baldassarre