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LA POLITICA ESTERA DEL NUOVO GOVERNO

Perché sarà più difficile essere amici di Washington

Marta Dassu' - Corriere della Sera 27 aprile 2008

In politica estera, il problema principale del nuovo governo - ha scritto giorni fa sul Corriere Franco Venturini - sarà di compiere un rapido aggiornamento. Non solo, e come più ovvio, rispetto all'eredità dell'esecutivo precedente ma rispetto alla impostazione seguita da Silvio Berlusconi stesso nel suo ultimo mandato. Perché è il contesto ad essere cambiato.

Anzitutto, si sono complicate le relazioni Stati Uniti-Russia: per l'Italia, sarà quindi meno facile di un tempo combinare un rapporto molto stretto con Mosca a un rapporto preferenziale con Washington. Specie in caso di vittoria elettorale di John Mc Cain, che la Russia ama poco. Anche l'Europa non è più la stessa, dal momento che la Francia di Sarkozy e la Germania di Merkel hanno già corretto in senso atlantico l'eredità di Chirac e di Schröder: per l'Italia, sarà quindi più difficile di quanto non fosse nel 2003 proporsi come l'alleato privilegiato di Washington nel cuore della Vecchia Europa. Mentre il problema, per Roma, resta quello di riuscire a esercitare una sufficiente influenza nella leadership dell'Unione Europea.

Che la sfida sia questa è già chiaro all'opinione pubblica. Secondo una recente inchiesta - realizzata per il ministero degli Affari esteri dall'Università di Siena e coordinata da Pierangelo Isernia - più dell'80% degli intervistati ritiene che il nostro Paese abbia ormai scarso peso in Europa; e che non riuscirà a recuperarlo senza una maggiore continuità, di governo e di politiche. Non a caso, per la maggioranza degli intervistati la politica estera dovrebbe «essere condotta al di sopra degli schieramenti e dei conflitti partitici»: dovrebbe essere, in sostanza, bipartisan.

E' evidente che il peso dell'Italia in Europa dipenderà largamente, o anzitutto, da fattori economici. Ma anche la politica estera avrà un suo peso, specie in un anno in cui la presidenza francese è intenzionata a lanciare «l'Europe de la Défense». In teoria, l'Italia ha le carte in regola per entrare nel gruppo di testa della Difesa europea. Nella pratica, esiste una forte resistenza del pubblico (confermata dal sondaggio prima citato) ad ipotesi di aumento delle spese militari e cioè a una delle condizioni basilari perché l'Italia resti credibile. Inutile pensare che l'Italia possa recuperare influenza in Europa se non avrà i mezzi per poterlo fare.

Lo stesso vale per la relazione atlantica, dove il test immediato verrà dall'Afghanistan. Il successore di Bush, e tanto più in caso di vittoria democratica, chiederà certamente agli alleati europei un maggiore impegno sul terreno: più uomini e più disponibilità a utilizzarli dove si combatte. E'possibile che la nuova maggioranza di governo abbia la forza parlamentare per rispondere positivamente, allentando i famosi caveat (inizialmente decisi, in verità, dal precedente governo Berlusconi) sulla dislocazione delle nostre truppe in Afghanistan. Ma se lo farà, dovrà anche prevedere la possibilità di perdite più rilevanti. E qui, per tornare all'opinione pubblica, l'inchiesta dell'Università di Siena dimostra che il sostegno alla missione in Afghanistan svanisce progressivamente con l'aumento delle perdite. Anche con perdite abbastanza ridotte (20 morti fra i militari italiani), l'appoggio alla missione si riduce dal 61% al 40% degli intervistati e scende ancora in caso di perdite maggiori.

Ma è importante guardare ai dettagli: questa mancata disponibilità ad assumere dei rischi non è incondizionata; appare invece direttamente correlata alla scarsa fiducia nelle speranze di successo della missione. Chi ritiene (una minoranza) che la missione in Afghanistan possa ancora essere «vinta» è anche disposto a sopportare delle perdite. Il che conduce a una conclusione un pò diversa da quella cui siamo abituati a pensare: il problema non è tanto che gli italiani abbiano una vera e propria fobia per i rischi militari, è che devono essere convinti che eventuali perdite servano a qualcosa.

E' la performance della missione, o meglio la sua percezione, a dimostrarsi decisiva. E quindi un governo che voglia ottenere consenso sulle scelte ulteriori da compiere, mantenendo appoggio interno per uno sforzo che sarà comunque a lungo termine, dovrà anche dedicare attenzione al fattore opinione pubblica. Si tratta di spiegare tutte le difficoltà ma anche i progressi ottenuti, come sostengono del resto i militari italiani impegnati in Afghanistan. E si tratta di chiarire le ragioni per cui l'adozione di una strategia internazionale più efficace e più condivisa - sul piano politico, oltre che militare - permetterà di aumentare le speranze concrete di successo (tanto più, si potrebbe aggiungere, se la definizione stessa del successo possibile verrà basata su criteri più realistici di quelli iniziali).

Resta il dato generale: in uno scenario senza perdite, la maggioranza dell'opinione pubblica italiana è in ogni caso favorevole a continuare la missione in Afghanistan, scartando quindi l'ipotesi di un disimpegno nazionale. La ragione va probabilmente collegata a un altro dei risultati dell'inchiesta dell'Università di Siena: il coordinamento con i Paesi alleati è considerato decisivo da una larga maggioranza. Ciò contribuisce a spiegare anche l'appoggio più generale alle missioni internazionali in cui è oggi impegnato il nostro Paese, inclusa la missione in Libano, cui si dicono molto o abbastanza favorevoli il 60% degli intervistati.

In conclusione, l'opinione pubblica è consapevole che mantenere uno stretto coordinamento con i Paesi alleati rientra nell'interesse dell'Italia. Deve anche trarne le implicazioni: la tutela di tale interesse implica la disponibilità dell'Italia stessa ad assumersi costi e rischi crescenti.