1

Modificare le regole d'ingaggio in Libano

di Stefano Magni - 19 aprile 2008

La maledizione ricade su colui che vuol cambiare le regole di ingaggio del nostro contingente in Libano. Sembra che la missione Unifil 2 nel Libano del Sud (avviata come garanzia della cessazione dello scontro tra Israele e Hezbollah nell'estate del 2006 in applicazione della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu) sia frutto della volontà divina e indiscutibile. I telegiornali ne parlano pochissimo, i suoi esiti sono inconoscibili, le critiche non sono ammesse. A volere la missione è stato soprattutto Massimo D'Alema.

Il primo ad essere «maledetto», perché ha osato mettere in discussione l'utilità della missione, è stato l'ex ministro della Difesa Antonio Martino, lo scorso marzo: meno uomini in Libano, dove sono pressoché inutili e più uomini in Afghanistan, dove sono necessari per combattere una vera guerra a bassa intensità contro i talebani. Questa dichiarazione non voleva tanto esprimere l'intenzione di lasciare il Libano, quanto quella di fare luce sulle regole di ingaggio del nostro contingente: abbiamo due battaglioni di pronto impiego che non solo non possono sparare un colpo, ma neppure allestire check point di controllo, se non ci viene richiesto dalle autorità di Beirut. Da un punto di vista militare, si tratta di un enorme spreco di energie, per cui sarebbe già meglio il ritiro. In quell'occasione Romano Prodi, allora ancora premier, aveva commentato con sdegno: «Le affermazioni dell'ex ministro della Difesa sono gravissime, incomprensibili e drammatiche come messaggio politico».

Adesso è il turno di Silvio Berlusconi, che il 16 aprile scorso, a tre giorni dalla vittoria delle elezioni, ha confermato che «esamineremo le attuali regole di ingaggio» dei militari impegnati nel paese mediorientale malgrado attualmente non possano svolgere adeguatamente la loro funzione di «bastione tra le fazioni contrapposte». Dovrebbe essere un discorso gradito soprattutto alle autorità libanesi, che hanno tutto l'interesse ad avere una forza multinazionale dispiegata sul territorio, in grado di mantenere l'ordine e disarmare Hezbollah, oltre che interporsi tra Israele e Libano. Eppure le proteste, questa volta, arrivano proprio da Beirut. Non solo l'opposizione guidata da Hezbollah non è d'accordo (come è ovvio), ma anche la maggioranza vittima di Hezbollah preferisce l'attuale «quieto vivere» ad un'azione efficace della forza multinazionale. «Abbiamo apprezzato molto il ruolo svolto sino ad oggi dall'Italia in Libano e ci auguriamo che resti immutato», ha dichiarato ieri Nassib Lahoud, politico cristiano e antisiriano. Non si sa in base a quali considerazioni si possa dire soddisfatto.

La missione Unifil 2, infatti, non ha impedito a Hezbollah di riarmarsi come e più di prima dell'arrivo delle nuove forze Onu. Sotto il naso dei Caschi Blu, impossibilitati a intervenire, dalla Siria sono giunti in Libano ben 30.000 razzi, nuove armi a lunga gittata in grado di colpire l'intero territorio israeliano e nuove reclute. Hezbollah è addirittura in grado di inviare contingenti all'estero: lo testimonia la stessa relazione del generale David Petraeus di fronte al Congresso statunitense, quando ha affermato, con prove alla mano, che le milizie di Al Sadr, responsabili dell'insurrezione in Iraq del marzo scorso, erano assistite anche da miliziani libanesi del Partito di Dio. I risultati, insomma, sono sotto gli occhi di tutti: quando gli israeliani interruppero le loro operazioni militari il 14 agosto del 2006, Hezbollah era una forza militare ridotta ai minimi termini, pronta ad essere disarmata dal governo libanese e dal contingente internazionale. Ora è rinnovata, più forte ancora rispetto al 2006 e in grado di sferrare un nuovo attacco contro Israele.

Anche le ripercussioni politiche interne al Libano sono sotto gli occhi di tutti. Il riarmo di Hezbollah ha aumentato la forza di intimidazione delle fazioni politiche sciite e filo-siriane che ora, pur essendo in minoranza, tengono in scacco il paese dei cedri. I continui omicidi di esponenti della maggioranza sunnita e cristiana, le varie prove generali di guerra civile eseguite da Hezbollah con i blocchi delle arterie stradali, dei porti e degli aeroporti, effettuate dopo ogni disordine, fanno sì che la maggioranza sia intimidita e che non si riesca a raggiungere un compromesso per l'elezione parlamentare di un nuovo presidente della Repubblica. E' dal 23 novembre del 2007 che il Libano è privo di un capo di Stato.

La maggioranza libanese vuole che questa situazione di stallo resti immutata? Non desiderando un ruolo più attivo dei contingenti internazionali, vuole continuare ad essere intimidita e paralizzata da Hezbollah? E' probabile che la paura di una guerra civile (che scoppierebbe inevitabilmente, nel caso in cui le autorità libanesi dovessero decidere di agire militarmente contro le milizie sciite) prevalga su qualsiasi altro sentimento. Ma il rischio di scoppio di una guerra civile c'è comunque, anche adesso, indipendentemente dalla presenza o meno dei contingenti internazionali. Un piccolo conflitto interno è già scoppiato nell'estate del 2007: nessuno ricorda la guerriglia metropolitana alla periferia di Tripoli, tra la fazione islamista di Fatah al Islam (collegata ad Al Qaeda) e l'esercito regolare? Quello era già un conflitto, durato tre mesi e conclusosi con centinaia di morti e decine di migliaia di sfollati. In quell'occasione Unifil, con le sue regole di ingaggio, non ha potuto impedire che armi siriane e iraniane finissero nelle mani dei guerriglieri islamisti. Ora i rischi sono ancora più alti, perché Hezbollah vuole vendicarsi dell'uccisione del suo leader a Damasco, Imad Mughniyeh, il 12 febbraio scorso: da allora il leader militare del Partito di Dio, Hassan Nasrallah, ha ripetuto più volte che è pronto a una nuova guerra contro Israele. La Siria sta soffiando sul fuoco: il 17 aprile scorso, intervistato dal quotidiano libanese Al Akhbar, il dittatore di Damasco Bashar al Assad ha dichiarato che anche la Siria è pronta e ha precisato che un conflitto potrebbe scoppiare se Israele dovesse attaccare il Libano o gli Stati Uniti dovessero provocare una guerra contro l'Iran. E' un chiaro messaggio lanciato a Hezbollah, per far capire loro che la Siria è pronta a combattere al loro fianco.

Sul fronte interno del Libano, inoltre: «Tutte le fazioni si stanno armando nel nome della legittima difesa - dichiara un professore libanese, Fady Fadel, intervistato dal quotidiano Le Figaro -. Il monopolio della forza sta sfuggendo dalle mani dello Stato. E' un gioco molto pericoloso». Nella stessa inchiesta giornalistica francese, il capo di un'agenzia di protezione legata alla maggioranza sunnita dichiarava candidamente: «So molto bene che molti possiedono un'arma privata. E che in caso di nuovi scontri sarà molto difficile trattenerli». E un ufficiale dell'esercito ammetteva che: «Le armi arrivano dalla frontiera siriana, dal mare e per via aerea». Segno che la domanda è in crescita, tanto è vero che il loro prezzo si è triplicato in pochi mesi. Si capisce, dunque, perché anche la maggioranza libanese non abbia interesse a un intervento internazionale più attivo: anch'essi hanno milizie che si stanno armando e non vogliono che qualche esercito straniero li disturbi nei loro preparativi. Ma dal nostro punto di vista, in queste condizioni e con le attuali regole di ingaggio, come possiamo proteggere i nostri Caschi Blu? Non sarebbe opportuno cambiare le regole di ingaggio e disarmare le milizie prima che la situazione degeneri? Dobbiamo attendere passivamente che scoppi una guerra, per poi trovarci in mezzo al fuoco incrociato degli schieramenti contrapposti?