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L'Unione Africana incassa all'Onu

di Anna Bono - Ragionpolitica 19 aprile 2008

Su iniziativa del Sud Africa, che per turno ne detiene la presidenza, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 17 aprile ha svolto una riunione aperta ai leader africani. Uno dei principali argomenti in agenda era la richiesta dell'Unione Africana che l'Onu fornisca sostegno finanziario e logistico alle sue missioni di peacekeeping, richiesta che è stata pienamente approvata. Così, nei prossimi mesi, verrà istituito un nuovo comitato di esperti Onu e Ua incaricato di valutare tempi e modalità di assistenza alle missioni attuali e future.

È da sottolineare a questo proposito l'intervento del rappresentante della Cina al Palazzo di Vetro, il quale ha confermato i «notevoli frutti» dati dall'Ua alla pacificazione del continente e già evidenziati da alcuni dei leader africani presenti all'incontro. Proprio questi ottimi risultati, secondo la Cina, devono indurre a soddisfare «le legittime richieste africane di lavorare in maniera creativa per realizzare quanto promesso ai loro cittadini e passare dalle intenzioni ai fatti». Orbene, i «notevoli frutti» sarebbero innanzi tutto quelli prodotti dalle uniche due missioni di peacekeeping finora realizzate dall'Ua: la Amis in Darfur, Sudan occidentale, e la Amisom, in Somalia.

La prima è stata decisa nell'autunno del 2004 in alternativa all'intervento dei Caschi Blu più volte proposto dal Consiglio di Sicurezza Onu e sempre respinto dal Sudan ed è stata un completo fallimento: malgrado l'impiego di oltre 7.000 unità e il sostegno economico internazionale, i militari africani non sono stati all'altezza del compito loro affidato non solo per mancanza di mezzi, ma anche e soprattutto di motivazioni, direttive e disciplina. Perciò da qualche mese la Amis è stata integrata con un contingente delle Nazioni Unite di quasi 20.000 elementi ed è nata la missione congiunta Unamid.

In Somalia le cose sono andate persino peggio. La Amisom, a un anno dal suo varo, ancora non dispone degli 8.000 militari previsti perché soltanto due degli Stati africani che avevano promesso di parteciparvi hanno mantenuto la parola: l'Uganda, che ha subito inviato 1.500 soldati e il Burundi, che ne aveva offerti 1.700, ma che in realtà ne ha mandati la metà e soltanto alla fine del 2007. La missione doveva sostituire le truppe etiopi che nel 2006 hanno salvato il governo somalo sconfiggendo le Corti islamiche antigovernative. Invece è l'Etiopia che continua a impedire alle milizie delle Corti di riprendere il controllo del territorio nazionale e il susseguirsi di attentati, specialmente nella capitale e nelle città principali, fa sì che la situazione dal punto di vista umanitario sia ormai disperata, con un milione di sfollati che necessitano assistenza.

Se poi si considerano i successi diplomatici dell'Ua, il quadro non migliora affatto. Le ultime crisi africane sono quelle post-elettorali verificatesi in Kenya e in Zimbabwe. Quella del Kenya si è appena conclusa con una «grande coalizione» governativa: in pratica i contendenti, preso atto di non disporre di forza sufficiente a impadronirsi dell'apparato statale, si sono rassegnati a spartirselo. A mediare tra il presidente riconfermato Mwai Kibaki e il capo dell'opposizione Raila Odinga, che ne contestava a buon diritto la vittoria, è intervenuta l'Ua affidando l'incarico all'ex segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, che ha salutato la presentazione del nuovo esecutivo come un buon risultato. In realtà il prezzo dell'accordo concluso è un esecutivo che, per accontentare tutti, ha moltiplicato i ministri portandoli a 40, tutti con relativi uffici, macchine di lusso, personale e privilegi vari, per un costo di 5 milioni di euro, una cifra enorme per un paese africano: «Hanno vinto Ali Baba e i quaranta ladroni», commentava un giornalista locale.

L'altra crisi è quella in corso in Zimbabwe, dove il presidente Robert Mugabe e il suo partito, lo Zanu-Pf, hanno perso le elezioni del 29 marzo: prova ne sia che ancora non sono stati pubblicati i risultati definitivi del voto parlamentare e mancano del tutto quelli relativi alla competizione per la presidenza. Tuttavia Mugabe sostiene il contrario limitandosi ad ammettere di non aver vinto al primo turno, il che rende necessario ricorrere al ballottaggio. In questo caso l'Ua non ha neanche provato a intervenire, avallando in sostanza la posizione del presidente sudafricano Thabo Mbeki secondo cui in Zimbabwe è in atto un normale processo post-elettorale. L'Ua tace inoltre sulla conseguente richiesta del capo dell'opposizione zimbabwana Morgan Tsvangirai, di rimuoverlo dal ruolo di mediatore che svolge da tempo per conto della Sadc, l'organismo economico regionale dell'Africa australe. È altamente improbabile, a questo punto, che indaghi sul cargo cinese di armi e munizioni destinate allo Zimbabwe appena sbarcato nel porto sudafricano di Durban.