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Mugabe? Un caro vecchio leader. Parola del Pd

di Anna Bono - Ragionpolitica 11 aprile 2008

Che cosa pensano il Partito Democratico e Walter Veltroni di Robert Gabriel Mugabe, da 28 anni presidente dello Zimbabwe, a prima vista potrebbe sembrare quasi irrilevante al fine di decidere se votarli oppure no. Ma non è così. Il fatto che in data 3 aprile sul sito web www.partitodemocratico.it, nel commentare le attuali vicende elettorali zimbabwane e l'eventualità di una sua uscita di scena, Mugabe sia definito «campione della lotta al colonialismo» e «vecchio caro leader»; e che per di più, a proposito della situazione economica dell'ex Rhodesia, in quella stessa pagina web si legga «forse si aprirà una nuova stagione di sviluppo in un paese colpito duramente dall'ingresso nell'economica di mercato», non deve passare sotto silenzio. Non deve, per rispetto di chi ora in Zimbabwe vive nella miseria e muore di fame; e non deve perché bisogna spiegare, a chi volesse votare per il Partito Democratico, in quali mani mette il proprio futuro e quello del proprio paese.

È precisamente l'uscita dall'economia di mercato, non l'esserci entrato, che ha ridotto lo Zimbabwe nelle attuali, disperate condizioni. Lo sanno tutti. Lo riconosce persino «Misna», l'agenzia di stampa missionaria cattocomunista che, pur di difendere Mugabe, ha addirittura accusato la Gran Bretagna di aver negato i fondi promessi al momento dell'indipendenza per la riforma agraria che per questo - secondo i missionari italiani - sarebbe stata rimandata per decenni e infine realizzata nel 2000 così male da causare la definitiva rovina zimbabwana. Un tempo produceva ed esportava materie prime agricole e minerarie; adesso lo Zimbabwe è tornato a praticare economie di sussistenza e perciò i suoi abitanti dipendono dagli aiuti internazionali per sopravvivere.

Il «campione della lotta al colonialismo», non si dimentichi, ha inoltre consolidato il proprio potere all'inizio degli anni '80 con il massacro di decine di migliaia di avversari di etnia Ndebele, di cui si incaricarono quegli stessi «veterani» della lotta per l'indipendenza che nel 2000 assalirono le fattorie di proprietà dei cittadini bianchi che resistevano all'esproprio e che adesso intimidiscono gli avversari del loro leader e, di nuovo, minacciano le proprietà terriere superstiti. Nel 2005, poi, il «caro vecchio leader», dopo aver infierito sui discendenti dei colonizzatori europei, si è dedicato anche ai suoi connazionali più poveri con il progetto «Costruisci e prospera». In pratica, a un suo ordine, le bidonvilles della capitale Harare e di altre città sono state demolite, con la scusa dell'ordine pubblico e della lotta al degrado morale e materiale. Secondo le Nazioni Unite, 700.000 persone hanno così perso casa e mezzi di sostentamento dalla mattina alla sera e l'iniziativa ne ha coinvolte complessivamente 2,4 milioni costringendole a emigrare nelle inospitali aree rurali circostanti.

Di solito sono i portavoce dei movimenti no global a dimenticare tutto ciò e ad assolvere Mugabe. La ragione è che sono disposti a sorvolare su qualsiasi misfatto in cambio del suo indice sempre puntato contro imperialismo, capitalismo e colonialismo bianco e delle sue invettive contro Occidente, Gran Bretagna e Stati Uniti che gli valgono scroscianti applausi ogni volta che le propina all'Assemblea generale o ai vertici mondiali delle Nazioni Unite dove, immancabilmente, si esibisce: un tempo in duetto con Fidel Castro e ora con l'altro «eroe» della resistenza all'Occidente, il presidente venezuelano Hugo Chavez. L'ultima occasione prima del voto del 29 marzo, giorno delle elezioni di cui ancora non è noto l'esito, è stata lo scorso settembre, durante la 62esima Assemblea generale Onu, quando il leader africano si è scagliato contro i paesi occidentali che si comportano, a suo dire, come «bulli che calpestano i diritti degli stati più piccoli e più deboli, come è tristemente accaduto per l'Iraq». Mugabe ha poi proseguito accusando l'Occidente di continuare a negare la sovranità dei paesi africani molti anni dopo le indipendenze e, in particolare, ha protestato contro la Gran Bretagna e i suoi «cugini» - Stati Uniti e Australia - che lo definiscono dittatore per essersi opposto «alle loro visioni di supremazia e aver frustrato il loro neo-colonialismo».

Walter Veltroni è convinto che l'Africa sia vittima dell'ingordigia e dell'egoismo occidentale. Quindi scoprire che il Partito Democratico condivide l'indulgenza no global per Mugabe non è una sorpresa. Ed è un motivo sufficiente, se mai ne mancassero, per non votarlo.