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La fragilità della Nato divisa tra Usa ed Europa

DOPO IL VERTICE DI BUCAREST

Charles Kupchan - Corriere della Sera 11 aprile 2008

La scorsa settimana, nella cornice di Bucarest, la Nato è uscita indenne da uno dei vertici più turbolenti della sua storia. Scegliendo di bloccare il progetto di adesione di Ucraina e Georgia all'Alleanza Atlantica, infatti, Germania, Francia, Italia e uno stuolo di altri Paesi membri hanno stracciato una delle priorità del presidente americano George W. Bush, restituendo a Washington un secco e imbarazzante rifiuto. Bush aveva ospitato il presidente georgiano Mikhail Saakashvili nella capitale statunitense e fatto tappa in Ucraina prima di recarsi a Bucarest, sospinto dall'obiettivo di promuovere il piano di pre-adesione dei due Paesi alla Nato. Il fatto che i maggiori Stati membri si siano divisi su questioni di vitale importanza quali le nuove adesioni, e che gli Stati Uniti non siano riusciti a spuntarla, segnala certamente l'avvio di una nuova stagione per l'Alleanza Atlantica.

A ben vedere, le lacerazioni emerse a Bucarest non sono che il riflesso di un'alleanza sempre più insidiata dalle diverse priorità degli Stati Uniti e degli alleati europei, nonché dal crescente potere della Russia guidata da Vladimir Putin. Quando la Nato avviò l'espansione verso Est, correvano gli anni Novanta, l'alleanza non era percorsa da particolari dissapori riguardo all'importanza strategica dell'allargamento. La Germania unificata caldeggiava legittimamente l'estensione verso Est dei confini occidentali. La Polonia e il resto dell'Europa anelavano alla sicurezza e al valore simbolico dell'adesione. E la Russia era particolarmente debole, sicché Mosca non poteva fare molto di più che biasimare la marcia della Nato verso Est. Nel frattempo, la Nato si è estesa dall'Europa centrale all'area del Baltico e ai Balcani, e oggi tiene gli occhi puntati sull'Ucraina e la Georgia. Il consenso è ben minore, sia all'interno dell'Unione Europea che tra le due sponde dell'Atlantico, riguardo all'impellenza di estendere l'Alleanza così verso Est, e con tale rapidità.

Il problema si riallaccia, in parte, alla crisi dell'allargamento dell'Europa stessa; la Ue e la Nato non hanno ancora metabolizzato il recente ciclo di espansione, e già si preparano a nuove adesioni nei Balcani. A destare preoccupazione, inoltre, è fino a che punto Ucraina e Georgia siano pronte a intraprendere il processo di adesione. L'Ucraina vive la lacerazione tra una metà «occidentale» che ambisce all'integrazione nelle istituzioni dell'Occidente, e una «orientale» più propensa ad affidarsi alla Russia. La Georgia è ben lungi dallo sciogliere il nodo dello status delle sue regioni secessioniste, l'Abkhazia e l'Ossezia del Sud, il che prospetta alla Nato il rischio di imbarcare al suo interno pericolose dispute territoriali. Nessuno dei due Paesi, inoltre, si è ancora inserito in una stabile cornice democratica e liberale. A ciò si aggiunga che la Russia è tornata prepotentemente alla ribalta, e che isolare Mosca significherebbe, oggi, correre rischi ben maggiori rispetto agli anni Novanta.

Il Cremlino, va da sé, non dovrebbe avere alcun diritto di veto sulle decisioni della Nato. Tenere conto delle sue remore, tuttavia, non significa essere acquiescenti verso Mosca, bensì porre in atto una saggia diplomazia. Considerando che Stati Uniti e Unione Europea necessitano della collaborazione della Russia su dossier quali l'Afghanistan, il Kosovo, l'Iran, la difesa missilistica, il controllo degli armamenti e gli approvvigionamenti energetici - solo per citare i più importanti -, non è questo il momento giusto per provocare il Cremlino estendendo la Nato fino al Caucaso. Ucraina e Georgia potranno senz'altro coronare il sogno dell'adesione, in futuro. A Bucarest, tuttavia, gli alleati europei hanno fatto benissimo a bocciare il piano messo a punto da Washington e rimandare ogni decisione.

Dossier dell'allargamento a parte, il vertice di Bucarest ha messo in luce il pugno fermo della Nato, ma anche la sua fragilità e vulnerabilità. Da un lato, l'Alleanza ha varato un aumento delle truppe in Afghanistan, rafforzando così la coalizione Nato che opera in quel Paese, e dato luce verde al progetto di difesa missilistica. D'altro canto, però, non è riuscita a sanare i crescenti dissapori euro-atlantici circa la sua missione e la sua ragion d'essere. Agli occhi di Washington, l'Afghanistan rappresenta il banco di prova della capacità della Nato di mantenere la propria influenza nel Ventunesimo secolo. L'Alleanza è concepita, in altre parole, in chiave «espansiva». Sia i repubblicani che i democratici vagheggiano la trasformazione della Nato in un'alleanza globale di democrazie; un apparato decisionale, dunque, per il dispiegamento di forze ovunque e ogni qual volta sorgano minacce per la collettività. Dalla prospettiva di numerosi Paesi europei, invece, la Nato si è già spinta troppo oltre. I governi del Vecchio Continente subiscono enormi pressioni per mantenere il sostegno politico all'attuale impegno in Afghanistan, per non parlare delle ambiziose missioni propinate da Washington. Agli occhi di molti, la Nato appare sempre meno come uno strumento di difesa comune, e sempre più come una calamita che trascina l'Europa in conflitti remoti e sgraditi.

I dissapori euro-atlantici erano in una certa misura prevedibili. Davanti all'alternativa tra un futuro out of area o out of business («Fuori dall'area o fuori servizio», è la dicotomia che diede il titolo, nel 1993, a un celebre articolo del senatore repubblicano Richard Lugar, ndt), la Nato ha scelto di abbandonare la tradizionale missione di difesa territoriale, dispiegando le proprie forze prima nei Balcani e poi in Afghanistan. Con la disgregazione dell'Unione Sovietica, tuttavia, i Paesi membri non concordano più né sull'imminenza né sulla natura delle minacce che fronteggiano, privando così l'Alleanza della solidarietà che la caratterizzava.

Le divisioni emerse a Bucarest non sono che un'avvisaglia degli sviluppi futuri. Il nodo cruciale, per l'Alleanza, non è se tali differenze possano essere superate o no, bensì se sia possibile tollerarle. Piaccia o no, l'Alleanza Atlantica sta diventando una macchina sempre più farraginosa, e il consenso tra i Paesi membri si fa sempre più sfuggente. Urge dunque una nuova strategia, affinché l'Alleanza mantenga la propria efficienza in un mondo che non può più permettersi il lusso dell'unanimità.

Traduzione di Enrico Del Sero