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Leninismo democratico

di Raffaele Iannuzzi - Ragionpolitica 11 aprile 2008

La lettera aperta di Veltroni a Silvio Berlusconi non è un atto delirante, come ritiene Feltri. Il leader del Pd non ha affatto bisogno di un Tavor, anzi sa perfettamente chi è e anche (non «ma anche», almeno stavolta) cosa sta facendo. Veltroni è un «democratico», cioè guida un partito che, dopo quindici anni di peripezie e di ipocrisie togliattiane, non avendo mai messo criticamente - ripeto: criticamente - in discussione la sua identità comunista, si ritrova oggi ad affastellare pezzi di tradizioni diverse per costruire una nuova macchina di potere (magari non una «gioiosa macchina da guerra»), appunto il Pd, il tutto aggrappandosi a schemi comunicativi e linguistici del passato, del suo passato. Dal momento che tale passato non ha mai subìto revisione critica e razionale e che dunque i postcomunisti non sono oggi più né comunisti togliattiani, né liberali o liberal-socialisti, ecco che il leader di questa «Cosa» politica non può che appellarsi agli schemi linguistici di sempre. Come sapeva Wittgenstein, la realtà è fatta dal linguaggio che si parla. Dunque, questa è la realtà del Pd. Una realtà, anzi un universo concentrazionario nel quale, monoliticamente, svetta la superiorità morale di questa nuova soggettività politica e di tutti gli alleati, santificati soltanto per la contiguità con essa.

Veltroni chiede a Berlusconi di essere leale con la Repubblica, non ignorando, come crede ingenuamente Feltri, che il presidente del Consiglio giura fedeltà alla Repubblica ed alla Costituzione. Queste cose Walter le sa molto bene. Il capo del Pd è un vero «democratico», dunque è della scuola di Rousseau, che detta le regole del contratto sociale secondo i propri criteri, ricattando moralmente l'avversario, che, a questo punto, non è più soltanto hostis, ma inimicus, cioè nemico. Berlusconi non è mai stato legittimato democraticamente come leader della «formazione a noi avversa», come recita nel suo linguaggio da funzionario sciatto Veltroni; Berlusconi non ha alcuna legittimità democratica, anzi è ancora il vero pericolo per la democrazia italiana e non solo italiana. Con lui l'identità nazionale, di cui il Pd fa strame e che solo retoricamente afferma, è violata, con lui la violenza diventa codice quotidiano; con lui la Costituzione è carta straccia; con lui la nostra storia diventa materia di scontro e occasione di guerra civile.

Ma questo schema linguistico del Pd, che ne determina la realtà ideologica, è quello di sempre, perché anche il nome è quello di sempre, anzi l'aggettivo qualificativo: «Democratico». Non erano, ieri, durante la guerra fredda, «democratiche» le Repubbliche Socialiste Sovietiche? E non era «democratico» il centralismo del Pci anche berlingueriano (il mito banalotto di Veltroni)? E cos'era per Lenin la democrazia, se non sovranità assoluta del Partito sulla società e sulla storia? Al punto, infatti, di dettare all'avversario le condizioni di esistenza e direi anche sopravvivenza politica e sociale: pena la delegittimazione assoluta, il niente incondizionato. Veltroni ha scelto bene l'aggettivo anche stavolta: «Democratico». Infatti la democrazia, a differenza della civiltà liberale, a quale domanda risponde: chi comanda? Ed a cosa aspirano i signorotti del postcomunismo nostrano, da Veltroni a D'Alema, pur nelle infinite lotte fratricide? Una sola cosa: comandare. Avere il potere. Raggiungerlo, spartirlo fra gli amici (perché ora non si chiameranno più «compagni»), goderne e farne godere i vicini, massacrando i lontani, i nemici. Tutto qua. Il governo Prodi ha prodotto la crisi sociale che sta facendo già le prime vittime, a cominciare dal sistema-paese, solo per comandare, per mantenere stretto il potere, per «durare» («Io duro perché faccio»: e un governo esiste per «durare»? Nella logica leninista, può andar bene così, poi si studiano mille tattiche per condurre in porto questa devastante strategia).

Veltroni è così. Altro che Tavor, il capo del Pd non ha bisogno di ansiolitici, sta benissimo, è in se stesso e ragiona da perfetto leninista «democratico». Con l'unico scopo che un «democratico» di questa pasta desidera raggiungere: l'annientamento e l'umiliazione dell'avversario. Pardon, del nemico.