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Ora spetta all'Egitto occuparsi di Gaza

di Roberto Santoro - Occidentale

Agli occhi di certi osservatori sembra che la Striscia di Gaza confini unicamente con lo stato di Israele. Invece occorre ricordare quale è stato il ruolo storico dell’Egitto nella questione arabo-palestinese.

Nel 1948 Israele aveva appena dichiarato la sua indipendenza quando le forze egiziane invasero Gaza, ancora formalmente sotto mandato britannico, trasformandola in un protettorato. Israele reagì all’attacco e sconfisse l’Egitto e gli altri stati arabi. Questi ultimi rifiutarono il piano di spartizione proposto dall’ONU che avrebbe garantito agli abitanti di Gaza un territorio molto più ampio di quello in cui risiedono attualmente.

Sotto il controllo egiziano la popolazione di Gaza si moltiplicò accogliendo i rifugiati che combattevano nel Sud di Israele. Il governo del Cairo si disinteressò totalmente dell’economia della Striscia e la forza-lavoro finì alle dipendenze degli amministratori Onu che si occupavano dei campi profughi. Oltre a restringere l’accesso nel suo territorio, l’Egitto si guardò bene dall’estendere la cittadinanza ai palestinesi che rimasero in una sorta di limbo senza nazionalità.

Nel 1958 Egitto e Siria diedero vita alla RAU, la Repubblica araba unita. L’Unione Sovietica era il garante della nuova alleanza. Nel corso degli anni successivi il Cairo usò Gaza come testa di ponte per i suoi attacchi di disturbo contro Tel Aviv. A ridosso della Crisi di Suez, Nasser aveva già pronto un piano per colpire Israele, sapeva che una guerra sarebbe stata disastrosa per il suo Paese ma non voleva rinunciare alla strategia della tensione per ottenere qualche vantaggio politico e territoriale.

L’Egitto mantenne il controllo sulla Striscia fino alla Guerra dei Sei Giorni. Nel 1967 Nasser chiuse il golfo di Aqaba agli israeliani e si rifiutò di schierare le truppe dell’Onu sul suolo egiziano. Il risultato fu che Israele colpì per primo dilagando nel Sinai fino allo Stretto di Suez. (L’Egitto ci avrebbe riprovato nel 1973 insieme alla Siria ma sarebbe stato sconfitto ancora una volta nella guerra dello Yom Kippur).  

Nel saggio Six Days of War: June 1967 and the Making of Modern Middle East, Michael Oren ha spiegato che la Guerra dei Sei Giorni è stata un esempio della politica militare che ha caratterizzato la storia di Israele; politica che, troppo spesso, viene considerata uno schizofrenico impulso imperialista. Lo stesso governo israeliano rimase stupito dall’entità e dalla rapidità delle proprie vittorie. Tel Aviv avrebbe potuto mostrarsi arrogante con gli sconfitti ma preferì ragionare criticamente. Con gli accordi di Camp David del 1978 l’Egitto firmò una pace separata con Israele. Il presidente Sadat avrebbe pagato con la vita la sua decisione. Da essere la punta dei paesi arabi in lotta contro il sionismo, il Cairo divenne un alleato degli Stati Uniti, finanziato con miliardi di dollari.

Israele accettò di ritirarsi dal Sinai e, con più riluttanza, di occupare Gaza, ridotta a un territorio povero e ostile. Gli ultimi insediamenti nel Sinai furono abbandonati nel 1981 e i coloni ebrei si spostarono nella Striscia aggiungendosi a quelli che ci vivevano già dall’inizio del secolo. L’Egitto sigillò i suoi confini e la storia di Gaza finì nella mani di Arafat e dei suoi successori. È a Gaza che scoppia la Prima Intifada ed è qui che Arafat fa il suo ingresso trionfale per festeggiare la nascita dell’Autorità palestinese.

Il 4 maggio del 1994, al Cairo, il governo israeliano sottoscrive un accordo con i palestinesi per ritirarsi dal 60% della Striscia. Gli insediamenti e le postazioni militari erano diventate una debolezza strategica per Tel Aviv che inaugura la politica dei “piccoli passi”. Circa dieci anni dopo, il 17 agosto 2005, inizia l’evacuazione definitiva degli ebrei di Gaza. Gli abitanti delle colonie cercano di resistere con la forza ai soldati israeliani. Una donna si dà fuoco per protesta. È sopravvissuta. La Corte Suprema ‘dismette’ trentotto sinagoghe che, dopo il ritiro, vengono occupate dai palestinesi in festa. In molti casi le sinagoghe sono incendiate, sempre dai palestinesi.

Il presidente Abu Mazen dice che è “un giorno di gioia come il popolo palestinese non ne vedeva da un secolo”. Il vicepremier israeliano Peres aggiunge: “Provo compassione per il dolore dei coloni ma non posso tenere in ostaggio il resto della popolazione”. Il ritiro da Gaza è il prezzo da pagare per uscire dal tunnel della Seconda Intifada. L’evacuazione costa a Israele all’incirca novecento milioni di dollari. Millesettecento famiglie lasciano le loro case. Chiudono ospedali, scuole e asili. Viene sacrificata anche la produzione agricola delle colonie che rappresentava il 15% dell’export nazionale. Quando l’operazione è terminata nella Striscia non c’è più neanche un ebreo.

Il 12 Settembre 2005, un mese dopo il ritiro, il primo razzo Qassam cade sulla città di Sderot. Da allora lo stillicidio sulle città israeliane è diventato una formalità. Le ritorsioni dell’esercito israeliano anche. Nel 2006 Hamas vince le elezioni e si prepara a scacciare Fatah dalla Striscia. L’Hamastan diventa uno stato nello stato palestinese, guidato da un’organizzazione che gli Stati Uniti e l’Unione Europea definiscono “terrorista”. L’Europa chiede all’ANP di rispettare tre principi per proseguire le trattative di pace: Hamas deve rinunciare alla lotta armata, riconoscere lo stato di Israele, seguire la strada tracciata dagli accordi di Oslo. Nessuno dei tre punti è stato rispettato dal governo di Ismail Hanyeh.

Torniamo all’Egitto. Dopo il ritiro israeliano da Gaza, il presidente egiziano Hosni Mubarak si era complimentato con Sharon per aver mantenuto la parola data: il primo pezzo del futuro stato palestinese festeggiava la sua indipendenza. “Quando arriverà il momento – disse Mubarak – accetterò l’invito di andare a Gerusalemme”. Purtroppo l’Hamastan si è trasformato in una spina nel fianco del governo egiziano. Nel gennaio del 2008, mentre Israele assedia Gaza per soffocare Hamas, ai palestinesi non resta altra scelta che sconfinare nel Sinai per comprare indumenti, generi di prima necessità e bombole del gas. Mubarak perde la pazienza: “Gaza non è parte dell’Egitto né lo sarà mai”. Il presidente egiziano si trova stretto tra due fuochi: tenere aperti i confini per non mostrarsi troppo spietato con gli abitanti di Gaza e reprimere le spinte fondamentaliste di Hamas che, insieme alla Jihad islamica, è una costola dei Fratelli Musulmani, organizzazione che è nata proprio in Egitto. 

Dopo la crisi di marzo e le pesanti ritorsioni israeliane su Gaza, gli islamici di Hamas sono stati coinvolti da Mubarak in una serie di incontri ufficiosi per raggiungere un cessate il fuoco con Israele e la riapertura dei confini della Striscia verso il resto del mondo. Il dialogo tra Hamas e l’ANP è proseguito con la “Dichiarazione di Sanaa” del 24 marzo, una iniziativa di pace avanzata dal presidente yemenita Ali Abdullah Saleh.

Saleh ha ammesso che una riconciliazione tra i palestinesi è “difficile” ma la Dichiarazione prevede di tornare allo status quo, prima che Hamas ‘divorziasse’ dall’ANP rinchiudendosi nel suo bunker. L’accordo dovrebbe anche portare a nuove elezioni, nel rispetto della leggi e della sicurezza palestinese. Purtroppo dopo la cerimonia gli esponenti dei due gruppi sono rimasti in disaccordo sul significato del documento. Allora il governo yemenita ha chiesto all’Egitto e agli altri stati arabi – Arabia Saudita, Siria e Giordania – di formare una sorta di ‘consiglio’ che sia in grado di far rispettare l’attuazione del piano di Sanaa.

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea dovrebbero spingere il Cairo a prendersi davvero cura di Gaza, che non significa annetterla o trasformarla in una provincia egiziana. Se le trattative tra l’ANP e Hamas andassero in porto è possibile che le (poche) forze armate palestinesi rimaste fedeli ad Abu Mazen tornino a pattugliare i confini occidentali della Striscia, protette dai Caschi Blu e dall’esercito egiziano. Sarebbe un primo passo per ridare legittimità ai leader dell’ANP. Come ha scritto Daniel Pipes, “l’avvio di questo processo di pace richiederà un’insolita immaginazione da parte di Israele e dei paesi occidentali”.

Il premier Haniye deve aver fiutato il pericolo visto che si è affrettato a dichiarare che “Gaza è una parte indivisibile della nostra Nazione e i suoi residenti sono parte integrante del popolo palestinese”. Un pezzo di popolo che però parla egiziano, commercia di frodo con l’Egitto e ha legami culturali secolari con il Cairo. In relazione a tutto questo, un impegno più deciso del governo egiziano potrebbe migliorare le condizioni di quel 70% della popolazione di Gaza che vive sotto la soglia di povertà? Abbassare il tasso di disoccupazione che sfiora il 40%? Probabilmente sì.

Ma è inutile farsi illusioni. L’Egitto non ha ancora dimostrato di essere una democrazia capace di preservare fino in fondo la pace e il rispetto dei diritti umani. Il “Report sull’Antisemitismo” pubblicato dal Dipartimento di Stato americano nel 2008 ha espresso critiche severe sulla condizione delle libertà religiose nella terra dei faraoni. Nel 2005, quotidiani egiziani pubblicarono la notizia che lo Tsunami era stato provocato da un esperimento nucleare congiunto tra Israele e gli Stati Uniti. I Protocolli dei Savi di Sion hanno ispirato popolari serie televisive andate in onda al Cairo.

Nel 2006, il quotidiano Al-Ahram ha pubblicato un editoriale intitolato “Chi è il nazista oggi” in cui si spiega che “la guerra che Hitler condusse contro gli Ebrei è una scusa grazie alle quale i sionisti hanno giustificato la colonizzazione della Palestina... ma i Giudei, che scappavano dall’oppressione, hanno oppresso i palestinesi… e adesso le vittime dei vecchi nazisti sono diventate i nuovi nazisti”. Secondo il Pew Global Project Poll on Anti-Semitic Attitude, nel 2006 oltre il novanta per cento della popolazione egiziana dichiarava di avere un punto di vista sfavorevole nei confronti dello stato ebraico. All’antisemitismo vanno aggiunte le persecuzioni subite dai copti e dalle minoranze laiche e atee.

Mohamed Madhi Akef, la Guida Suprema della Fratellanza Musulmana, ha risposto a queste accuse ricordando le violazioni dei diritti umani compiute dagli americani in Iraq e dagli israeliani in Palestina. Agli estremisti egiziani fa comodo che la Striscia di Gaza continui a bruciare, mentre il presidente Mubarak preferisce volare a Mosca per ricevere assistenza sul programma nucleare egiziano. Forse l’Occidente dovrebbe ripensare la sua politica di finanziamenti verso l’Egitto legandola a una concreta assunzione di responsabilità nella questione palestinese.