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L'Europa Indifferente ci Lascia Senza Difese

Noi, Putin e la Cina

Andre' Glucksmann - Corriere della Sera 27 marzo 2008

Esiste l'Europa? Un lettore di Cartesio potrebbe dubitarne. Infatti, quale realtà fissare al nostro vecchio continente? Le sue frontiere geografiche sono mobili e litigiose. I suoi limiti culturali ci oltrepassano. Chi oserebbe sostenere che la Russia di Puskin, Dostoevskij, Shostakovich e Stanislavski non sia culturalmente europea? E tuttavia, lo è politicamente? Quanto ai valori intrinseci e innati che corazzano la fatuità dell'Unione europea, non esageriamo Non dimentichiamo che nel secolo scorso i luoghi memorabili dello spirito - Parigi, Berlino, Roma, Madrid - furono scuole di guerre totali e di rivoluzioni totalitarie. In seguito, furono scuole di indifferenza alle disgrazie degli altri e alle proprie.

Cosa unisce positivamente gli europei? Potremmo compilare l'inventario mentale di una storia che generò l'unica civiltà planetaria che conosciamo, quella che tuttavia la metà delle nostre popolazioni rifiuta, scorgendo in essa una «mondializzazione» sradicata e alienante. L'abbondanza di beni nuoce. Temo che la profusione delle eredità religiose e laiche, spirituali e materiali, nazionali e continentali, di destra e di sinistra, vieti la pietra filosofale, la tavola infallibile dei valori dove si specchierebbe l'anima europea, una e indivisibile. Per ora, i nostri contemporanei tentano di sopravvivere nella giungla delle opinioni, quel «regno animale dello spirito» che Hegel constatava deplorando, a torto, l'anarchia dei Lumi, matrice di inventiva e di rinnovamento.

L'Europa si unisce soltanto a intermittenze. Si è costruita su una tripla negazione, visto che il Manifesto di Ventotene (Italia 1941-42), con il quale l'antifascista Spinelli formulava i principi dell'Europa futura, partiva da tre tabù incondizionati. Contro l'ultranazionalismo xenofobo e razzista. Contro il totalitarismo nero e rosso. Contro il colonialismo. Il neonato europeo fu attorniato - ed è quello che lo salvò - da fate malvagie: il ricordo cocente di Hitler, la realtà mangiatrice d'uomini di Stalin, l'angoscia delle spedizioni imperiali. Il beneficio secondario di questa elaborazione del lutto fu che l'Europa optò per la democrazia e i diritti dell'uomo, non per conquistare paradisi immaginari, ma per sbarrare la strada degli inferi. Il frutto di questa nuova e fragile modestia nelle esaltazioni idealiste fu una comune prosperità. La progressiva unificazione economica ebbe come origine il pool carbone/acciaio che bloccò la rivalità bellicosa tra Francia e Germania.

Oggi, i cattivi ricordi sbiadiscono e con loro svanisce la volontà di unirsi contro il peggio. Se le sfide dell'avvenire non somigliano molto a quelle del passato, non sono per questo meno pericolose e la nostra cecità continua ad essere rischiosa. Così, l'incapacità di definire una politica energetica e nucleare comune pone ciascuno dei Paesi dell'Unione in posizione di debolezza. Con grande vantaggio dei dispensatori di gas e petrolio, fra i quali c'è in prima fila la Russia di Putin (e di Medvedev), abile nel ricattare. Invece che a una strategia comune, assistiamo all'umiliante balletto dell'ognun per sé e alla rivalità dei servilismi sotto gli splendori insanguinati del Cremlino. Tanto peggio per la Georgia e per l'Ucraina, Paesi assetati di libertà che reclamano solidarietà.

A indicare che l'originario patto europeo si sta sfilacciando, i nazionalismi esclusivi e violenti riappaiono in seno ad una Unione che si mostra molto conciliante di fronte ai massacri e alle epurazioni etniche alle sue porte (nell'ex Jugoslavia e in Caucaso: in dodici anni un ceceno su cinque è stato ammazzato) Esiste ancora l'Europa? In altre parole, è pronta e decisa ad affrontare le principali sfide geopolitiche del XXI secolo? Cosa pensare del terrorismo planetario? Cosa pensare della coabitazione con l'inquietante autocrazia del Kgb-Fsb? Come esigere dalla nuova potenza cinese un minimo di rispetto e di diritti per i suoi cittadini e per i popoli vittime dei massacratori armati da Pechino? Perché accettare la pace dei cimiteri nel Tibet, nel Darfur, dopo aver contemplato le rovine di Grozny senza reagire, così come la mucca guarda i treni che passano?

Da sempre l'Europa si è divisa sui valori supremi: il Bene, il Bello, il Vero. È il suo marchio di fabbrica e il suo tratto originario. Nella Grecia antica si contavano 260 tavole dei valori, una o due per città. Nell'Europa cristiana, la messa latina si contrapponeva a quella greca, e Roma si contrapponeva a Costantinopoli. Poi vennero le guerre tra Riformati e Cattolici. Poi le grandi battaglie fra Stati. Ciò non toglie che in tutti i luoghi di culto, per quanto contrapposti fossero, si siano cantate litanie identiche: Domine, Signore, liberaci dalla carestia, dalla guerra e dalla peste. Culturalmente e talvolta politicamente, l'Europa si mette d'accordo su - e contro - mali supremi, abbandonando al suo eterno relativismo il contrasto fra beni supremi. Il pericolo suicida che la minaccia è di non mettersi più d'accordo sui mali. In nome del Bene, in Europa ci si scannava. Davanti all'orrore e alla catastrofe, si può imparare a intendersi.

Il Vecchio continente è unico nel suo genere. È una terra dove gli autoctoni «vivono come se Dio non esistesse». La formula fu proferita ripetutamente da un testimone avveduto, inconsolabile e incontestabile: Papa Giovanni Paolo II. È questo l'enigma degli enigmi che noi incarniamo, talvolta nostro malgrado. Potrebbe forse accadere che, invece di spaziare al di là del bene e del male, del vero e del falso, invece di cadere nell'indifferenza postmoderna, noi apprendessimo di nuovo a decifrare lucidamente l'avversità al fine di resistere insieme? «Quest'epoca è adatta a correggerci solo a ritroso....Essendo poco fornito di buoni esempi, mi servo dei cattivi, la cui lezione è abituale» (Montaigne). «A ritroso» non implica la politica dello struzzo né vuol dire indietreggiare di fronte a fatti scottanti; pensare «a ritroso» significa sondare gli abissi, trovare il coraggio di scrutare il male e sbarrargli la strada.

traduzione di Daniela Maggioni