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1867 Manifesto per il voto alle donne

Londra, lo storico discorso di John Stuart Mill «Pagano le tasse, ora serve un atto di giustizia»

Inedito in Italia Il filosofo ed economista intervenne in Parlamento il 20 maggio. Il testo segnò per sempre il movimento femminista

John Stuart Mill - Corriere della Sera 23 marzo 2008

Niente può distogliere la nostra attenzione da una questione semplicissima, se ci sia un'adeguata giustificazione per continuare a escludere un'intera metà della comunità, non solo dall'accesso, ma addirittura dai presupposti per accedere allo spazio costituzionale, sebbene abbia pienamente tutte le condizioni legali e costituzionali per accedervi, valide in tutti i casi tranne in questo.

Signori, all'interno della nostra Costituzione non c'è nessun altro esempio di un'esclusione così assoluta. Se la legge riconosce il diritto di voto solo a coloro che possiedono l'equivalente di 5.000 sterline all'anno, l'uomo più povero della nazione potrebbe, ora e in futuro, acquisire questo diritto. Ma né la nascita, né la fortuna, né il merito, né lo sforzo, né l'intelligenza, neppure il possesso di una grande capacità di gestire gli affari e i destini umani, farà mai sì che una donna possa far sentire la sua voce in quegli interessi nazionali che riguardano direttamente lei o le sue cose come qualsiasi altra persona nello Stato. (...)

Come è possibile dimostrare che le donne che amministrano una proprietà o guidano un'impresa - donne che pagano le tasse, spesso per grandi importi e frequentemente per propri guadagni, molte delle quali sono responsabili capifamiglia e alcune, facendo le insegnanti, insegnano molte più cose di quello che un gran numero di elettori maschi abbia mai imparato -, come è possibile, chiedo, dimostrare che non siano capaci di esercitare un diritto che esercita ciascun capofamiglia uomo? O forse abbiamo paura che, se ottenessero il diritto di voto, rivoluzionerebbero lo Stato, o ci priverebbero di alcune delle nostre più stimate istituzioni, oppure che ci farebbero avere pessime leggi, o in ogni caso che ci renderebbero mal governati, proprio come conseguenza del fatto che partecipano al voto? Nessuno, signori miei, crede a cose del genere. E non sono solo i principi generali di giustizia a essere infranti e messi da parte con l'esclusione delle donne in quanto donne da ogni forma di rappresentanza: questa esclusione va anche contro alcuni principi specifici della Costituzione inglese. Viola, infatti, una delle più antiche e amate massime costituzionali - una dottrina cara ai riformatori e dal punto di vista teorico elaborata dai conservatori - ovvero che la tassazione e la rappresentanza si estendono parallelamente.

Ogni donna che è in regime di sui iuris non contribuisce forse alle entrate dello Stato esattamente come un uomo, e non ha dunque lo stesso requisito per esercitare il voto? Se in questo Paese avere un interesse significa qualcosa, chi possiede una proprietà fondiaria o chi ce l'ha in affitto ha lo stesso interesse, uomo o donna che sia. Nei nostri archivi costituzionali, infine, c'è la prova che le donne hanno avuto in passato, nelle contee e in alcuni consigli, il diritto di voto, certamente in epoche antiche e lontane della nostra storia. (...)

La difficoltà che molte persone provano nell'affrontare questo argomento non è legata a un'obiezione concreta. Si tratta solamente di una sensazione, una sensazione di stranezza. «Questa proposta è così nuova», pensano in definitiva molti, ma sbagliano. Questa, infatti, è una proposta molto vecchia. Signori, la stranezza è una cosa che svanisce; alcune delle cose che per molti di noi erano abbastanza strane tre mesi fa oggi non lo sono già più. E quanto alle novità, viviamo in un mondo di novità; la dittatura dell'abitudine è in declino, per fortuna. Oggi non ci accontentiamo più di sapere che cosa è una cosa, ma chiediamo se debba essere così o diversamente; e alla fine in questa Camera, io sono indotto a credere che un appello andrà oltre il giudizio dell'abitudine per essere sottoposto a quello di un tribunale più alto, il tribunale della ragione. (...)

Probabilmente si pensa che le occupazioni quotidiane delle donne siano un ostacolo superiore alla comprensione della cosa pubblica. Probabilmente si pensa che coloro che sono impegnate nell'educazione morale delle future generazioni di uomini, non siano in grado di formarsi un'opinione sulle questioni morali ed educative di un popolo. E che coloro che come principale occupazione quotidiana hanno l'amministrazione oculata del denaro, in modo da ottenere il più grande risultato possibile con le minori risorse finanziarie possibili, non hanno la possibilità di insegnare niente agli onorevoli di questa o dell'altra Camera, che riescono a produrre in modo tanto singolare piccoli risultati con un grande dispendio di risorse.

Nutro un elevato grado di fiducia in questa causa, che non nutrirei se il cambiamento politico che ho evocato non si fondasse su un precedente cambiamento sociale. L'idea di una linea netta di separazione tra le occupazioni femminili e quelle maschili appartiene a una condizione lontana della società, che si perde nel passato. Non prestiamo sufficiente attenzione al fatto che intorno a noi ha già avuto luogo una silenziosa rivoluzione domestica: gli uomini e le donne sono per la prima volta nella storia veramente ciascuno il compagno dell'altro. Le nostre convinzioni riguardo alle relazioni tipiche tra i sessi derivano da un tempo in cui le loro vite si svolgevano separatamente. In passato, un uomo trascorreva la sua vita insieme agli uomini; tutte le sue amicizie, tutte le sue relazioni confidenziali, erano uomini; la moglie era o un giocattolo, o una schiava di lusso. Ma tutto questo, tra le classi di maggiore cultura, adesso è cambiato: i due sessi adesso trascorrono insieme la loro vita; le donne della famiglia di un uomo sono la sua abituale compagnia; la moglie è la sua socia principale, la sua amica più intima, e spesso il suo consigliere di maggior fiducia. Oggi può un uomo sperare di avere come compagna più vicina, le cui speranze e desideri esercitano una pressione così forte su di lui, una persona i cui pensieri sono totalmente estranei ai suoi - una persona che non possa essere mai un aiuto per i suoi interessi e obiettivi più nobili? Può questa comunanza stretta e così esclusiva andare d'accordo con un modo di essere delle donne distante da argomenti di ampio respiro? È una cosa buona per un uomo vivere in completa comunione di pensieri e di sentimenti con una donna che è deliberatamente tenuta in una condizione di inferiorità rispetto a lui, i cui unici interessi concepibili sono forzatamente confinati nelle quattro mura di casa e che coltiva, insieme alla grazia del carattere, l'ignoranza e l'indifferenza per le questioni più rilevanti? Qualcuno può forse sostenere che tutto questo possa accadere senza uno svilimento dell'indole dell'uomo?

* * * Su Reset Questione femminile democrazia e Islam Pubblichiamo alcuni brani del discorso di John Stuart Mill per il diritto di voto alle donne (inedito in Italia) pronunciato il 20 maggio 1867 al Parlamento inglese. Il testo è tratto dal nuovo numero, in uscita martedì, della rivista «Reset» diretta da Giancarlo Bosetti, che si occupa anche di democrazia e Islam. All'epoca la proposta di Mill venne respinta per 193 voti a 73, e il suffragio alle donne concesso solo nel 1918.