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Le Farc sono in crisi: preghiamo per Ingrid

I GUERRIGLIERI E IL DESTINO DELLA BETANCOURT

Bernard Henri Levy - Corriere della Sera 23 marzo 2008

Ivan Rios, il comandante delle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia), giustiziato giorni fa dalla sua guardia del corpo in un punto imprecisato alla frontiera delle province di Caldas e Antioquia, l'avevo incontrato nel febbraio del 2001, quando facevo un'inchiesta sulle guerre dimenticate.

Secondo la stampa, aveva 40 anni. Secondo me, da quel che ricordo, ne aveva qualcuno di più. Ma era indubbiamente il più giovane dei sette «segretari» che formavano lo stato maggiore dell'Organizzazione. Era anche il più colto, forse il più intelligente; l'unico, in ogni caso, che prima di darsi alla macchia, quando ancora si chiamava Manuel Munoz Ortiz, avesse seguito, a Medellin, studi universitari. Studi abbastanza approfonditi se il Numero Uno, il vecchio capo di cui si conoscono a malapena il volto e il nome e che è soprannominato «Tirofijo», alias «colpo sicuro», ne ha fatto uno dei propri consiglieri più ascoltati e, come diceva un altro grande terrorista (Bin Laden) di un altro brillante intellettuale (Omar Cheikh), una sorta di «figlio adottivo». Lo rivedo, nel bunker di Los Pozos, nel cuore della foresta amazzonica, mentre mi racconta il complesso di circostanze che lo spinsero, giovane e dotto marxista nutrito con il latte del castrismo, raffinato lettore di Althusser e Charles Bettelheim, a raggiungere una delle guerriglie più sanguinose del pianeta.

Lo rivedo, molto calmo, molto riflessivo, molto «assassino delicato», ma un assassino delicato che avrebbe appreso, con l'aiuto del tempo, a superare i propri umori; un Kaliayev che gli anni di solitudine, di isolamento in una giungla tagliata fuori dal mondo, di paranoia, di tenebre, avrebbero trasformato in uno Stepan più rabbioso, ancora più indemoniato, più inumano, più privo di scrupoli e di dubbi. Rivedo la sua piccola silhouette emaciata; lo rivedo, con i capelli impomatati, la barba nera alla Cavour curata in maniera impeccabile e il tono del professore che esamina minuziosamente un'equazione molto complessa, mentre mi spiega, senza un'ombra d'imbarazzo, la «profonda giustezza» della strategia dei rapimenti mirati.

Lo sento ancora, in un altro momento, quando camminiamo verso l'aeroporto di campagna dove è stato appena annunciato l'arrivo di Camilo Gomes, l'Alto Commissario per la pace del Presidente colombiano, mentre sfoggia tesori di dialettica per convincermi che la coltivazione della pasta di coca, lo scavo e la militarizzazione dei laboratori clandestini in cui viene distillata, il suo traffico, la sua commercializzazione massiccia verso le metropoli dell'impero sono una forma di resistenza all'oppressione, un mezzo di difesa della classe contadina povera, stroncata dal grande capitalismo, una risposta politicamente corretta al deterioramento dei termini di scambio fra Nord e Sud voluto dai trust americani.

Raramente, nella mia vita, ho avuto fino a tal punto la sensazione di una razionalità diventata folle. Mai, come quel giorno, ho toccato con dito la degenerazione dell'Ideologia divenuta il gelido alibi di un gangsterismo puro.

Oggi, quest'uomo è morto. Di quel volto, a momenti rischiarato da un sorriso furtivo, un pò demente e che impiegava del tempo a smorzarsi, resta soltanto la maschera mortuaria che sporge dalla plastica nera in cui è stato avvolto il corpo e che la stampa colombiana ha mostrato. Di quei gesti raffinati che mi indicavano dietro di lui, su una vecchia carta geografica attaccata con le puntine alla parete del bunker, le zone delle province di Huila e Putumayo dove i «gringo» riversavano, a dir suo, agenti chimici defoglianti simili a quelli che avevano utilizzato in Vietnam, resta soltanto la mano mozzata che Rojas, il guerrigliero che l'ha abbattuto, ha portato, insieme al passaporto e al computer della vittima, al comandante della caserma di San Mateo che li accerchiava da settimane.

La verità è che oggi oscillo fra due, o piuttosto tre, sensazioni. Una certa emozione - perché non confessarlo? - al ricordo di quella mente sviata, di quell'intelligenza perduta che, anche nella giornata trascorsa ad ascoltarla sviluppare sofismi insopportabili, non era priva di un'oscura seduzione. Una vera soddisfazione - anche questo bisogna dirlo, e con fermezza - all'idea che le Farc, diventate una gang, una mafia, volino da una sconfitta all'altra e, considerato che la morte di Ivan Rios interviene subito dopo quella di Raul Reyes, il 1° marzo, forse si stiano avvicinando, infine, alla tanto sospirata resa. E poi - naturalmente è l'essenziale - lo spavento al pensiero della sorte, nelle prossime ore e nei prossimi giorni, degli ostaggi in generale e di Ingrid Betancourt in particolare: infatti, chi può dire come reagiranno quelle bestie feroci, quei cani da guerra che si danno alla macchia, quando sentiranno di trovarsi definitivamente con le spalle al muro? E malgrado l'orrore, malgrado i crimini, malgrado l'imprescrittibile colpa che sono questi anni di terrorismo cieco, come non pregare affinché si apra un ultimo, ultimissimo dialogo? Un dialogo che consentirà di risparmiare gli innocenti?

(Traduzione di Daniela Maggioni)