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SANTA SEDE E CINA COMUNISTA LE RAGIONI DELLA PRUDENZA

Sergio Romano - Corriere della Sera 21 marzo 2008

È apparsa davvero una nota stonata l'ingombrante silenzio di Benedetto XVI, che all'Angelus di domenica scorsa ha «sottolineato» l'assenza di qualunque riferimento ai gravi fatti di cronaca in Tibet di questi giorni. La convenienza a non irritare la suscettibilità di Pechino, ora che i rapporti con il Vaticano sono a un buon punto, ha avuto la meglio su quanto la dottrina cattolica, anzi il Vangelo di Gesù stesso predica. Che poi si giunga a giustificare tale scelta attraverso improbabili esercizi dialettici e diplomatici, non ho dubbi; ma vorrei ascoltare l'opinione di almeno uno di quei tanti «difensori» della fede, eroi teodem o neocon o come altro si etichettano. Facciano finta, questi signori, di accorgersi di questa ipocrisia della diplomazia vaticana (giacché non posso credere che sia frutto dello stesso Benedetto XVI) e trovino, nei loro quotidiani esercizi di spiritualità politica almeno una parola di pseudo-sdegno, qualcosa che faccia credere per una manciata di secondi che nonostante le proprie convenienze hanno sempre una coscienza. Roma

Caro Apolloni, non sono né teodem né neocon, ma farò del mio meglio per spiegare le ragioni della prudenza con cui la Santa Sede, anche dopo le più recenti dichiarazioni del Papa affidate alle agenzie di stampa,continua a trattare le vicende tibetane. Nel maggio del 2007, in occasione della festa di Pentecoste, Benedetto XVI inviò una lettera «ai vescovi, ai presbiteri, alle persone consacrate e ai fedeli laici della Chiesa cattolica nella Repubblica Popolare Cinese». Il testo della lettera fu diffuso con una nota esplicativa che ricordava le vicende del cattolicesimo in Cina dopo l'avvento dei comunisti al potere nel 1949 e la fondazione della Repubblica popolare: la sistematica persecuzione dei fedeli e del clero negli anni Cinquanta, la creazione di una Associazione patriottica dei cattolici cinesi, «le prime due ordinazioni episcopali senza il mandato papale» nel 1958 e, da allora, «una lunga serie di gesti che feriscono profondamente la comunione ecclesiale».

Durante la rivoluzione culturale le persecuzioni colpirono anche i vescovi che si erano dimostrati più disponibili verso il regime. Ma negli anni Ottanta, dopo l'inizio delle riforme di Deng Xiaoping, cominciarono a intravedersi i segni di una maggiore tolleranza e una parte del cattolicesimo cinese uscì dalle «catacombe». Esistono da allora in Cina due Chiese cattoliche. La prima è quella ufficiale, composta da sacerdoti che sono stati ordinati nell'ambito di norme e procedure approvate dal regime. La seconda è quella clandestina, composta da sacerdoti ordinati segretamente e da fedeli che professano la loro fede cercando di dare nell'occhio il meno possibile. I cattolici in Cina sarebbero fra i 15 e i 20 milioni, di cui un po'meno di metà aderirebbe alla Chiesa ufficiale.

La Santa Sede mantiene da allora una linea prudente. Ha evitato di proclamare scismatica l'Associazione patriottica dei cattolici cinesi, ha cercato di colmare il fossato che separa le due Chiese, ha ritirato il nunzio apostolico da Taiwan (Pechino non stabilisce rapporti diplomatici con gli Stati che riconoscono l'isola) e ha avviato contatti con il governo della Repubblica popolare servendosi, a quanto pare, della Comunità di Sant'Egidio. Questa «operazione Cina» è cominciata sotto il pontificato di Giovanni Paolo II e sembra avere ricevuto un nuovo impulso dall'elezione di Benedetto XVI.

Ma anche i cinesi si muovono con grande prudenza. Il regime non tollera che i suoi cittadini siano soggetti a un'altra autorità, sia pure spirituale, e temono che l'obbedienza al Papa possa entrare in rotta di collisione con quella che il cittadino cinese deve allo Stato.

È questa la ragione per cui la Santa Sede ha trattato la questione tibetana con grande circospezione. Vuole essere riconosciuta dalla Cina popolare, vuole agire in Cina alla luce del sole e vuole cogliere tutte le occasioni che la progressiva trasformazione della società cinese potrebbe offrire ai suoi ordini religiosi, alle sue scuole e alle sue istituzioni assistenziali. Se avesse pronunciato per bocca del Pontefice esplicite e ferme parole di biasimo per la repressione delle manifestazioni di Lhasa, avrebbe fornito buoni argomenti all'ala più intransigente del comunismo cinese. E avrebbe buttato via più di vent'anni di diplomazia vaticana.