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Cosa c'è dietro la recessione Usa e che significa per l'Ue

di Louis Winthorpe III - Occidentale

Due settimane fa il direttore de L’Occidentale mi chiese di scrivere un pezzo riguardo alla dura recessione che ha investito l’economia statunitense. Ebbene, non sono stato in grado di fare quanto richiestomi: in parte perché lavoro per un fondo di garanzia, non esattamente un luogo appropriato dal quale pontificare quando i mercati collassano; e in parte perché ero realmente in difficoltà. Ora però è relativamente più semplice interpretare i fatti.

È venerdì sera. Una tra le più grandi banche (Bear Stearns) ha già perso il proprio giro d’affari ed è stata acquistata da Jp Morgan a prezzo stracciato. La volatilità del prezzo dei mezzi propri sul mercato sta raggiungendo i massimi storici degli ultimi dieci anni. Segmenti consistenti del mercato obbligazionario hanno semplicemente smesso di contrattare, ed all’inizio di questa settimana ho visto per la prima volta nella mia vita un conto straniero comprare un’assicurazione del credito per tutelarsi dal rischio di insolvenza da parte del governo statunitense (il prezzo era di 13 punti base).

La deflazione delle attività è divenuta contrazione del credito, che a sua volta si è trasformata oggi in panico assoluto. Ogni azienda a leva finanziaria sceglie di vendere. Ogni azienda che faceva affari secondo un qualsiasi rischio strutturato sceglie di vendere. I fondi di garanzia che tentano di mantenersi al passo con l’andamento dei prezzi, beh, anch’essi scelgono di vendere. Solo la Federal Reserve compra. È decisamente il panico assoluto.

Ciò che tutto questo significa per l’economia vera e propria è relativamente più complesso, e molto meno ovvio. Qual è la differenza tra un fondo di garanzia e una banca? La risposta può apparire paradossale: una banca ha più debiti, è solitamente a leva finanziaria, e di conseguenza spesso è anche più fragile. Il legame tra il panico finanziario ed un suo eventuale impatto sull’economia reale è da ricercarsi nei bilanci delle banche.

Negli Stati Uniti, la situazione è terribilmente semplice da analizzare, e quasi impossibile da correggere. Le banche, in quanto gruppo, non agiscono più da intermediari del credito: i mercati del credito in salute si assumono milioni di rischi infinitesimali, e valutano milioni di piccole opportunità ogni giorno. Il processo è reiterato ed induttivo, ed ha la qualità della famigerata volpe di Isaiah Berlin (il nostro mercato del credito è malato, e per questo si avvicina molto di più all’altro animale nella metafora del Professor Berlin, il porcospino). Questo mercato conosce una cosa sola, e questa cosa è la paura.

Ogni mese, la Federal Reserve effettua una ricerca sui crediti bancari a livello nazionale, presso banche di ogni tipo e dimensione. Questa ricerca risponde al banale nome di “Senior Loan Officer’s Credit Survey”, ed è una lettura obbligata per chiunque si interessi di banche negli Stati Uniti. Da parecchio tempo, circa 8 mesi secondo i miei calcoli, la ricerca riporta tre conclusioni generali riguardo ai crediti: le banche stano aumentando i costi del credito per i propri clienti non-bancari; stanno riducendo i criteri secondo i quali concedono prestiti; e stanno riducendo l’ammontare totale di credito che sono inclini a rendere disponibile per i propri clienti migliori. Un modello simile, protratto del tempo, produce recessione – e dunque è vero, siamo in recessione.

Ciò nonostante nell’ultimo quadrimestre, quello terminato il 31/12/2007, l’ammontare complessivo del denaro che le banche statunitensi hanno concesso in prestito è AUMENTATO del 7,6% rispetto ai quattro mesi precedenti (fino al 30/09/2007). Il numero totale dei titoli posseduti dalle banche è salito ancora di più. Questo tipo di crescita si traduce su base annuale in un aumento dei prestiti di circa il 30%, forse più. Questo di per sé sembrerebbe una contraddizione. Sfortunatamente, la spiegazione non è semplice; ma per fortuna è breve.

Per aumentare i propri guadagni, le banche nel mondo – ma specialmente in America - hanno creato controllate che facevano quello che le banche stesse facevano: prestavano denaro a lunga scadenza, pagando con debiti contratti a scadenza breve. Le banche mantenevano la proprietà parziale di queste creazioni, e beneficiavano di una parte dei loro profitti. Le controllate venivano scrupolosamente e intelligentemente celate al pubblico e restavano fuori dalle revisioni contabili delle banche stesse. A partire dallo scorso agosto, e con crescente rapidità, il mercato ha negato fondi a queste controllate: una volta private del loro ossigeno finanziario, esse rischiavano il collasso. A loro volta le banche alle quali erano legate affrontavano un dilemma di difficile soluzione: dobbiamo sostenere le nostre creature rimaste orfane, o lasciarle fallire? Entrambe le istanze si sono verificate, ma in generale le banche hanno sorretto le loro creazioni. Questo è il motivo per cui i prestiti concessi dalle banche sono aumentati così rapidamente, nonostante il lubrificante principale della crescita economica – il credito – continui ad essere negato alle attività comuni. Tra le 40 più importanti, che rappresentano circa l’85% del sistema complessivo, credo che soltanto 7 o 8 funzionino in modo normale. Tutte le altre hanno semplicemente arrestato la loro corsa, in attesa di venire a patti con questo immediato, innegabile e colossale problema.

Vorrei specificare che non si tratta di un fenomeno esclusivamente americano. La via che gli Stati Uniti percorrono in ambito finanziario è quasi certamente seguita da altri: che si tratti di Pirelli, Ansaldo o Piaggio – in altre parole, chiunque faccia concretamente qualcosa in Italia – tutti voi avrete scoperto che in questi giorni è un po’ più difficile contattare telefonicamente il vostro direttore di banca. Prima era più semplice, quando si disponeva di 7 o 10 linee di credito da fonti multiple – piccole casse di risparmio, banche regionali, la “popolare” locale e varie nazionali come Cariplo, Capitalia o Credito Italiano. Ma la concentrazione bancaria ha spazzato via tutte le diversità. Ora il direttore di una filiale (un tempo uomo importante) non è altro che un funzionario con poteri discrezionali di poco superiori a quelli di un impiegato, incaricato di sovraintendere all’adempimento di pratiche burocratiche che tra l’altro sono a loro volta influenzate da quanto accade in mercati situati al di fuori dell’Italia, mercati come l’Ungheria, la Turchia o il Kazakistan. Peccato. Si stava meglio quando si stava peggio…

Con la penuria di credito bancario, viene a calare anche la crescita economica in una modalità fondamentale. Quando il direttore finanziario di un’azienda decide che una linea di assemblaggio in più, oppure uno stabilimento o una linea di produzione non possono essere attivati perché le condizioni di finanziamento sono troppo sfavorevoli, in quel preciso momento il linguaggio dell’economia vuole che il breve termine diventi lungo termine e la differenza tra una crescita al 2,5% e la crescita all’1,5% diviene una realtà tangibile. Noi siamo giunti a questo, in America, se non fosse che siamo in bilico tra il non crescere per nulla per i prossimi due quadrimestri, o segnare una crescita negativa. Per me le cose sono chiare: sarà una crescita negativa.

Per chiunque si trovi in Europa, c’è un’altra conseguenza da valutare, che non dipende però dalla volontà degli europei. L’economia statunitense si risolleverà certamente, se non nel terzo quadrimestre del 2008 allora nel quarto. Questo è sicuro come l’oro. Sarà il dollaro americano a garantire la ripresa: la svalutazione della moneta è appena incominciata, e diverrà presto ancora più drastica. Questo tuttavia significa una cosa sola per l’Europa che produce beni da esportazione: pressione marginale, profitti in calo, e da ultimo più deindustrializzazione. Ma credo che tutto questo sia materiale per un altro articolo.

Traduzione di Alia K. Nardini