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Kosovo: la soluzione peggiore, migliore di tutte le altre

Victor Zaslavsky - Occidentale

La decisione della maggioranza dei paesi dell’Unione Europea e degli Stati Uniti di riconoscere unilateralmente l’indipendenza del Kosovo non soltanto ha provocato l’ira da parte della Serbia e della Russia, che si  è autoproclamata suo protettore, ma ha anche generato molti dubbi sulla ragionevolezza della scelta a favore del diritto di autodeterminazione dei popoli contro il diritto della sovranità degli Stati nazionali. Ma non si poteva trovare qualche altra formula per garantire l’autonomia del Kosovo, evitando di aggiungere un’altra crisi internazionale a quelle già in atto? Il ventesimo anniversario di un avvenimento che quasi nessuno ha ricordato mi dà la possibilità di discutere dell’indipendenza come una pessima soluzione tra alternative ancora peggiori.

Venti anni fa nell’Unione Sovietica si verificò un avvenimento che con il senno di poi può essere visto come l’antesignano del crollo sovietico. Nella città azerbaigiana di Sumgait collocata a distanza di mezz’ora di macchina dalla capitale Baku, il 26 febbraio 1988 ebbe luogo una esplosione di odio etnico sfociata in un pogrom di armeni che durò tre giornate intere. La città di 250 mila abitanti, di cui circa 18 mila armeni, rimase in balia di gruppi di teppisti azeri armati di bastoni, coltelli, bottiglie molotov e spranghe. Questi erano provvisti di una lista d’indirizzi e casa per casa violentavano e massacravano donne e uomini, bruciavano i loro corpi e ne distruggevano gli appartamenti. Le forze dell’ordine e il potere politico, sia a Mosca che a livello locale, furono presi alla sprovvista e si dimostrarono assolutamente impotenti. La polizia scappò dalla città, mentre Gorbacev al Cremlino sospese l’ordine d’inviare le truppe. Finalmente, dopo tre giorni di massacri e violenze, l’esercito entrò a Sumgait e ristabilì l’ordine. La cifra esatta delle vittime non è stata mai calcolata, anche se i testimoni parlarono di circa 200-300 morti e diverse migliaia di feriti e donne violentate.

Mosca cercò di imporre il blocco dell’informazione sulla tragedia. Durante la seduta del Politburo del 29 febbraio, dedicata a Sumgait, Gorbacev ordinò alla televisione di comunicare che “le fabbriche avevano ripreso il lavoro e il buon umore regna tra i lavoratori”. Prima del febbraio 1988 Sumgait era presentata come città modello, l’incarnazione dell’amicizia tra i popoli, il trionfo della politica sovietica delle nazionalità. Durante il processo contro alcuni teppisti arrestati, il pubblico ministero cercò invano di dimostrare che le vittime del pogrom non erano solo armeni, ma anche “lavoratori di altre nazionalità”. Sumgait provocò quindi una guerra tra le diverse interpretazioni fornite dalle parti in causa, in cui gli armeni cercavano di accreditare la tesi secondo cui il pogrom era la continuazione del massacro perpetrato ai loro danni dai turchi nel 1915, mentre gli azeri presentavano l’accaduto come una provocazione e una congiura della comunità armena mondiale.

Il caso di Sumgait ha sfatato diversi miti sovietici e non solo. Per primo è crollato il mito dell’“internazionalismo proletario”. L’amicizia tra i popoli come il fondamento della politica etnica e della stessa Unione Sovietica si è rivelato un fragile mito propagandistico. Sumgait ha dimostrato come non soltanto certi gruppetti di estremisti, ma grandi masse popolari siano particolarmente ricettive alla propaganda della superiorità etnica e siano pronte a utilizzare la violenza contro i “non nostri”, i diversi, gli alieni.

Ha dimostrato, inoltre, come in un regime non democratico multietnico - con una lunga tradizione storica di scontri e intolleranza reciproca - soltanto un forte stato centrale, dotato di un massiccio apparato repressivo, possa mantenere la pace etnica, mentre la propaganda dell’amicizia tra i popoli e del rispetto dei diritti civili non assicura una pace duratura.

Le conseguenze di Sumgait furono pesanti. Più di 300 mila armeni, molti dei quali avevano vissuto in Azerbaigian per generazioni, lasciarono la repubblica. In Armenia nel frattempo montò una campagna antiazera che costrinse alla fuga quasi 300 mila turchi-azeri. Il risultato è che oggi l’Armenia e l’Azerbagian sono annoverabili tra i paesi etnicamente più omogenei del mondo, ma la purezza etnica ha abbassato notevolmente lo standard di vita di entrambe le popolazioni. Ricevuta l’indipendenza dopo il crollo sovietico, Armenia e Azerbaigian sono entrate in una guerra che è costata la perdita di tante vite e una grande distruzione materiale. Lo stato di guerra si è protratto fino ad oggi, sebbene gli scontri militari siano cessati dal momento che i due paesi hanno esaurito le forze per condurre le ostilità.

Tornando alla situazione del Kosovo, la prima lezione da trarre dalla vicenda di Sumgait è questa: in presenza di intolleranza reciproca o addirittura di odio storico tra albanesi e serbi, lasciare alla regione lo status di provincia della Serbia ma popolata per il 90% da albanesi, non poteva garantire la coesistenza pacifica prima assicurata dall’apparato repressivo dello stato titino. L’indipendenza del Kosovo può quindi essere una pessima soluzione, ma tutte le altre alternative erano peggiori.

Ora si dovrebbero creare le condizioni per uno scambio dei popoli e dei territori. L’incolumità di 120 mila serbi del Kosovo potrà essere mantenuta se il territorio dove risiedono passerà alla Serbia, che a sua volta potrebbe restituire un territorio equivalente al nuovo Stato albanese. La Serbia, inoltre, dovrebbe essere aiutata ad entrare nell’Unione Europea seguendo un percorso preferenziale. Un simile piano è costoso, ma sarà molto più economico che mantenere truppe internazionali in Kosovo per una quantità indefinita di tempo.